Art. 1834 cod. civ.: deposito irregolare o trasporto eccezionale?

I beni sono le cose che possono formare oggetto di diritti [art. 810 cod. civ.]. Oggetto di diritti non sono solo le cose in senso fisico, ma anche le attività (quali le prestazioni del lavoratore subordinato), le creazioni intellettuali, gli aspetti della personalità (riservatezza, identità, sesso, ecc.), le energie [814]. Non tutte le cose possono essere oggetto di diritti: non lo sono le cose fuori commercio (come quelle che servono a fini religiosi) oppure le cose comuni, che appartengono a tutti (l’aria, il sole, ecc.). La categoria delle cose e la categoria dei beni in senso giuridico non sono quindi del tutto coincidenti: vi è coincidenza quando le cose in senso naturale sono oggetto di diritti (terra, casa, albero, frutti); non vi è quando le cose non sono oggetto di diritti (aria) oppure quando l’oggetto di diritti è dato da beni immateriali.

In epoca tardo medievale si diffuse anche in Europa una pratica che alcune fonti rivelano esser stata già presente presso gli antichi popoli del Mediterraneo (e non solo): quella di depositare argento e oro in custodia presso gli orefici (gli antecedenti dei banchieri) invece di portarseli indosso. Gli orefici rilasciavano fedi di deposito, attestanti che Tizio aveva depositato presso l’orefice Caio una certa quantità d’oro. Tizio, quando doveva eseguire un pagamento, supponiamo di una data quantità di lana, consegnava al venditore, come pagamento, fedi di deposito per un valore pari al prezzo della lana. Il venditore della lana diveniva portatore della fede di deposito, quindi proprietario dell’oro a essa corrispondente, e poteva ritirarlo o, a sua volta, dare la fede di deposito in pagamento di qualche bene, debito o servizio. La fede di deposito è il titolo di proprietà del bene oggetto di deposito; più precisamente: è un titolo di proprietà al portatore, ossia conferisce la sua proprietà al suo possessore, chiunque egli sia.

Presto gli orefici si avvidero che mediamente solo la decima parte dell’oro depositato veniva ritirato (e questo anche e soprattutto per il gioco delle fedi di deposito). Essi iniziarono quindi un’attività lucrativa molto redditizia: se un’orefice possedeva 10 chilogrammi d’oro, poteva prestare ai suoi clienti un controvalore dieci volte superiore (pari a 100 chili d’oro), lucrando l’interesse su questo controvalore. Precisamente prestava “note di banco”, ossia banconote cartacee (cartamoneta) sulle quali era espresso un valore e l’impegno di convertire la banconota in oro per quel valore: si trattava dunque di titoli di credito, mentre la fede di deposito era un titolo di proprietà (di una certa quantità d’oro che restava di proprietà del depositante) come lo è ad esempio lo scontrino del guardaroba. Ma l’orefice poteva coprire solo un decimo del valore totale delle banconote emesse. Tale sistema di copertura finanziaria è denominato riserva frazionaria. In pratica, sarebbe sufficiente che anche solo un terzo dei possessori delle banconote ne chiedesse l’immediata conversione per far fallire l’orefice-banchiere (a meno che lo stesso non si faccia prestare oro da altri banchieri – possibilità, questa, che ha stimolato aggregazioni e alleanze tra banche). Ad oggi in Italia la riserva frazionaria è scesa al 2%…

Il gioco delle fedi di deposito condusse, proprio in Italia – precisamente all’epoca dei Comuni – all’invenzione dell’assegno (ad opera non già dei banchieri fiorentini facenti capo alla famiglia De’ Medici, come potrebbe pensare qualcuno, ma alla Repubblica Serenissima di Venezia del 1300). Come per altre pratiche finanziarie, però, vi sono pure fonti minoritarie che attribuiscono l’invenzione dell’assegno a epoche precedenti anche di molti secoli e in altre aree geografiche. Pertanto si dovrebbe più ragionevolmente parlare, in riferimento ai Comuni d’Italia, di una ri-scoperta dell’assegno. Si tratta di un titolo di credito, all’ordine o al portatore, usato come mezzo di pagamento. A seconda dei tipi può contenere un ordine alla banca di pagare una determinata somma a un determinato soggetto giuridico (assegno bancario) oppure un impegno di pagamento da parte della banca stessa (assegno circolare). L’assegno è dunque un titolo di credito – con funzione di semplificazione dei pagamenti – e presuppone “naturalmente” l’esistenza presso la banca di una provvista, cioè della somma necessaria per il pagamento. Le origini storiche dell’istituto si confondono con quelle della cambiale (un “pagherò”), da cui l’assegno si è venuto distinguendo per il suo collegamento con la banca e per la sua funzione di strumento di pagamento.

Art. 1834 cod. civ. (Depositi di denaro): “Nei depositi di una somma di denaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo stabilito dalle parti o dagli usi. Salvo patto contrario, i versamenti e i prelevamenti si eseguono presso la sede della banca presso cui si è costituito il rapporto” 

ALCUNE COSE CHE SONO STATE DIMENTICATE. Anzitutto credo e spero che più di un lettore, specialmente se a digiuno di economia o diritto o se giurista in erba, avrà fatto tanto d’occhi nel leggere l’art. 1834 cod. civ. da me qui sopra diligentemente riportato; magari qualcuno di costoro potrebbe del pari aver provato stati d’animo simili a quelli che anche il meno esperto degli operatori sanitari di qualunque genere può agevolmente scorgere nelle contrazioni del volto del giovane Frodo Baggins, alias sig. Sottocolle, alias Eliah Wood. Già, perché il contratto di deposito bancario è altro rispetto al normalissimo (e relativamente innocuo e familiare) contratto di deposito disciplinato dallo stesso codice poche manciate di articoli prima [1766 e seguenti]. Difatti quest’ultimo è il contratto con cui una parte (depositario) riceve dall’altra (depositante) una cosa mobile con l’obbligo di custodirla e restituirla in natura: il depositario non acquista né il possesso né tantomeno la proprietà, figurando soltanto quale detentore nell’interesse del depositante e non può pertanto disporre della cosa né servirsene o darla in deposito ad altri senza il preventivo consenso del depositante [di proprietà, possesso e detenzione abbiamo già parlato nel saggio precedente: “Uti dominus: cosa fa di un possessore un affidatario (e un proprietario)”, 10.11.2017]. In secondo luogo il contratto di deposito si presume stipulato a titolo gratuito, salvo che dalla qualità professionale del depositario o da altre circostanze si debba desumere una diversa volontà delle parti. Il depositante, salvo patto contrario, può richiedere in qualunque momento la restituzione della cosa; analogamente il depositario può richiedere in qualunque momento che il depositante si riprenda la cosa, salvo che sia convenuto un termine nell’interesse del depositante. Il depositario non è responsabile se perde la detenzione della cosa per un fatto a lui non imputabile (ciò suonerà familiare, perché purtroppo è così anche nel deposito bancario), ma deve, sotto pena di risarcimento del danno, denunciarne il fatto al depositante. L’art. 1782 ammette il deposito irregolare, avente per oggetto denaro o altre cose fungibili [che si possono scambiare (dal latino fungere) o sostituire facilmente, e appunto perciò si possono misurare, pesare, numerare: è fungibile una partita di grano, una partita di prodotti fatti in serie; infungibile è il bene che ha un’individualità propria (es.: il quadro d’autore)], di cui il depositario acquista la proprietà e con essa la facoltà di servirsene; deve restituire altrettante cose della stessa specie e qualità di quelle ricevute. Detta tipologia di contratto ha una duplice funzione: di custodia, nell’interesse del depositante; di credito, nell’interesse del depositario, per cui si applicano, in quanto compatibili, le norme relative al mutuo [dal latino mutuus (greco: moitos): “dato in cambio, prestato, scambievole, reciproco”]. Il mutuo è il contratto con cui una parte (mutuante) consegna all’altra (mutuatario) una determinata quantità di denaro o altre cose fungibili, e questi si obbliga a restituirne altrettante della stessa specie e qualità [1813-1822]; è denominato anche prestito di consumo, in contrapposizione al comodato, denominato prestito d’uso, che è il contratto con cui una parte consegna all’altra una cosa mobile o immobile affinché se ne serva per un tempo o un uso determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta [1803]. Colui che riceve a mutuo una somma di denaro (o altra cosa fungibile) “consuma” il bene ottenuto (spende il denaro, utilizza la merce, ecc.) ed è tenuto a restituire altrettante cose dello stesso genere e qualità. Occorre aggiungere che il mutuo può essere gratuito od oneroso (e in tal caso il mutuatario deve corrispondere gli interessi sulle somme ricevute), mentre il comodato è necessariamente gratuito (diversamente non si tratterebbe più di comodato, bensì di locazione). Se sono convenuti interessi usurai, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi in alcuna misura; se il mutuatario non adempie l’obbligo del pagamento degli interessi, il mutuante può chiedere la risoluzione del contratto. Il mutuo è un contratto reale, per la cui conclusione è richiesta la consegna della cosa data in prestito; se non è fissato un termine per la restituzione, esso è stabilito dal giudice con riguardo alle circostanze. Una particolare figura di mutuo è il mutuo di scopo, che si ha quando il fine per cui è stata data in prestito una somma di denaro (o altra cosa fungibile) assume carattere essenziale, cosicché, se la somma non è utilizzata per quel determinato fine, il contratto può essere risolto. Nel deposito in albergo [1783] l’albergatore è responsabile sino all’equivalente di 100 volte il prezzo di locazione dell’alloggio per giornata, per ogni deterioramento, distruzione o sottrazione delle cose portate dal cliente in albergo (responsabilità oggettiva); se il danno è dovuto a colpa dell’albergatore, la responsabilità è illimitata. Altra figura è il deposito nei magazzini generali [1787], che consente a produttori e distributori di collocare in deposito le proprie merci e di poterne disporre mediante titoli rappresentativi (fedi di deposito e note di pegno) rilasciati dai magazzini stessi, i quali assumono la stessa responsabilità del vettore di cose nel trasporto: infatti rispondono della conservazione delle merci depositate a meno che si provi che la perdita, il calo o l’avaria, è derivata da caso fortuito, dalla natura delle merci ovvero da vizi di esse o dall’imballaggio [1693]. I magazzini possono vendere le merci per conto del depositante, se le merci non sono ritirate al termine del contratto e non è rinnovato il deposito; oppure – trattandosi di deposito a tempo indeterminato, quando è decorso un anno dalla data del deposito, e in ogni caso quando le merci sono minacciate di deperimento. Nel deposito di titoli in amministrazione presso una banca, questa deve custodire i titoli ricevuti in deposito dal cliente, esigerne gli interessi e i dividendi, verificarne i sorteggi per l’attribuzione dei premi o per il rimborso di capitale, curare le riscossioni per conto del depositante e in generale provvedere alla tutela dei diritti inerenti ai titoli; se deve esercitare un diritto d’opzione deve chiedere istruzioni al cliente; se la banca riceve i titoli (o altri valori) in deposito a semplice custodia pone in essere un ordinario contratto di deposito. I cosiddetti depositi chiusi hanno per oggetto plichi, involti, cassette, valigie, ecc., sigillati dal depositante con un contrassegno, che la banca riceve in consegna con obbligo di custodirli e restituirli a richiesta del depositante. La ratio legis del deposito irregolare, che ricorre ove l’oggetto ricopra peculiari caratteristiche (beni scambiabili come derrate, denaro, ecc.) è la seguente: la funzione del “custodire” perde d’importanza ed emerge la prestazione del “restituire”; è dunque indifferente per il depositante ricevere indietro gli stessi identici beni consegnati o beni diversi ma della stessa specie e qualità, perché questi non rivestono importanza nella loro individualità bensì nel valore economico; perché sia assicurata la riconsegna del tantundem (di cose della stessa specie e qualità), appare irrilevante il modo con cui il depositario riesca in tale risultato di conservazione. In caso di deposito irregolare di beni fun­gibili, come il denaro, quando essi non siano stati individuati al momento della consegna, entrano nella disponibilità del depositario che acquista il diritto di servirsene e, pertanto, ne diventa proprie­tario, pur essendo tenuto a restituirne altrettanti della stessa specie e qualità, salvo che sia stata apposta un’apposita clausola derogatoria [Cass. 5843/2001]. La natura giuridica del deposito irregolare è stata oggetto, sotto l’imperio del codice abrogato, di viva controversia in dottrina, ritenendo alcuni che si trattasse di una sottospecie del tipo negoziale deposito; altri che viceversa si trattasse di mutuo, sostanzialmente negando la rilevanza autonoma della figura; altri infine che il deposito irregolare costituisse un contratto sui generis, e in quest’ultimo senso variamente si parlava di negozio partecipante dei caratteri del deposito e del mutuo, ovvero di originario deposito che “si trasforma” in mutuo in seguito all’uso o alla consumazione, ovvero ancora di negozio sui generis, affine al mandato. Discussioni più che giustificate, e suscettibili di provocare anche giramenti di capo, nausea e Dio solo sa cos’altro, considerato il guazzabuglio di negozi similari adottati dal legislatore del ’42 e succintamente descritti nel presente paragrafo. Certamente uno dei motivi della confusione mentale generata da tutte le forme di deposito or ora scorte è da ricercarsi nella circostanza che nel codice civile vigente manca una disciplina compiuta e autonoma del negozio giuridico, diversamente da altri impianti normativi, come ad esempio il modello francese. Fatto che peraltro ho già provveduto a denudare e denunziare [“Dai fatti alle parole: trama di un negozio giuridico”, 27.9.2017]. Svista, incompetenza o malizia?

Art. 1693 cod. civ. (Trasporto di cose, responsabilità per perdita e avaria): “Il vettore è responsabile della perdita e dell’avaria [1696] delle cose consegnategli per il trasporto, dal momento in cui le riceve a quello in cui le riconsegna al destinatario, se non prova che la perdita o l’avaria è derivata da caso fortuito, dalla natura o dai vizi delle cose stesse o dal loro imballaggio, o dal fatto del mittente o da quello del destinatario [1218]. Se il vettore accetta le cose da trasportare senza riserve, si presume che le cose stesse non presentino vizi apparenti d’imballaggio”

STARE BENE ATTENTI A DOVE SI METTONO I PIEDI. Per comprendere appieno la vera natura del contratto di deposito bancario è necessario procedere alla sua analisi approfondita, sviscerandone ogni fase. Contestualmente però, per favorire l’assimilazione delle informazioni ai lettori meno avvezzi a masticare diritto, pare opportuno accostare un esempio di deposito irregolare di un bene fungibile diverso dal denaro, qual è il grano. Una peculiarità dei depositi di somme di denaro presso un “istituto di credito” (le banche si chiamano per l’appunto così nel linguaggio tecnico) è che dette somme, dopo il deposito, tendono a non rimanere presso la filiale della banca, ma “circolano”, si spostano verso altri lidi, nel senso che l’istituto le usa per effettuare svariate operazioni. Pertanto è come se l’agricoltore Tizio affidasse il frutto del suo raccolto alla banca itinerante Alfa, è come se una certa quantità di grano fosse depositata in custodia nella stiva di una nave mercantile. Nel deposito irregolare, all’atto della consegna delle cose presso il depositario questi né acquista la proprietà e – di conseguenza – il diritto di servirsene. Nel caso di somme di denaro, l’uso dei beni fungibili depositati consiste nella circolazione, nella facoltà di muovere capitali. In tal senso il deposito bancario presenta evidenti similitudini con il contratto di deposito presso i grandi magazzini generali, che consente a produttori e distributori di collocare in deposito le proprie merci e di poterne disporre mediante titoli rappresentativi, laddove i magazzini generali assumono la stessa responsabilità del vettore di cose nel trasporto. Differenza sostanziale è che nel deposito irregolare la funzione del custodire perde d’importanza in favore della prestazione del restituire, non avendo il depositante l’interesse specifico di ricevere indietro gli stessi beni consegnati (fungibili), quanto piuttosto che gli siano restituiti in egual specie e qualità. Nel deposito irregolare il depositario ha facoltà di disporre dei beni consegnati nelle sue mani; nel mutuo non si fa menzione a dette facoltà, perché il mutuo non rientra fra le fattispecie dei contratti di deposito. Non a caso il mutuo è anche denominato prestito “di consumo” – e viene contrapposto/accostato al comodato, denominato prestito “d’uso”. La distinzione risale al diritto romano, ove il comodato si contrapponeva in quanto prestito d’uso al mutuo o prestito di consumo e aveva come elemento caratteristico la gratuità: se colui che riceveva la cosa s’impegnava a pagare un prezzo, infatti, il contratto “si trasformava” in locazione. Il comodatario era tenuto in primo luogo a restituire la cosa, a non deteriorarla e a non farne un uso diverso da quello previsto dal contratto o da quello cui era naturalmente destinata; in caso di violazione di tali obblighi, rispondeva di furto. Nel nostro diritto il comodatario è tenuto a custodire e conservare la cosa con la diligenza del buon padre di famiglia, non può servirsene che per l’uso determinato dal contratto o dalla sua natura, non può concederla a terzi in godimento senza il consenso del comodante. Quest’ultimo, in ipotesi d’inadempienza del comodatario può chiedere, oltre alla restituzione della cosa, anche il risarcimento del danno. Il comodatario è tenuto alla restituzione della cosa allo scadere del termine o quando se n’è servito. In ogni caso il comodante può esigere la restituzione immediata per motivi giustificati e, nel caso di morte del comodatario, può chiederla agli eredi. Dunque le differenze tra mutuo e comodato sono essenzialmente due, e consistono nella necessaria gratuità del comodato, laddove il mutuo può essere anche oneroso, e nella dicotomia uso/consumo, posto che nel mutuo colui che riceve il bene fungibile lo consuma (spende il denaro, utilizza la merce, ecc.), essendo unicamente tenuto all’obbligo di restituzione di altrettante cose dello stesso genere e qualità. Tutto ciò permette di comprendere anche le differenze tra deposito irregolare e mutuo, e l’applicabilità al primo delle norme relative al secondo, posto che, come già accennato, il consumo dei beni fungibili ricevuti è, nel deposito irregolare, soltanto un’eventualità, è una facoltà del depositario; evidente come e perché, allora, non vi siano obblighi di custodia pendenti in capo al mutuatario, consistendo il mutuo in un semplice trasferimento di proprietà di cose fungibili sottoposto alla condizione della restituzione al termine del rapporto. In tema di eventualità/facoltà, vi è un altro accostamento possibile tra deposito irregolare e deposito nei magazzini generali, laddove i magazzini possono procedere alla vendita delle merci non ritirate per tempo, specialmente quando le stesse sono minacciate di deperimento. Ciò significa che nella stipula del contratto di deposito presso i magazzini generali è implicito un mandato a vendere a termine. Si tratta di un mandato senza rappresentanza, e perciò simile a quello a mezzo del quale lo spedizioniere assume l’obbligo di concludere, in nome proprio e per conto del mandante, un contratto di trasporto e di compiere le operazioni accessorie [1737]. Quella parte della dottrina che vede nel deposito di denaro un negozio sui generis affine al mandato pone l’attenzione sul fatto che il deposito di denaro è uno degli strumenti maggiormente utilizzati per incentivare investimenti e imprenditoria in genere: la banca agisce da intermediario tra i numerosi piccoli risparmiatori e i grandi imprenditori, raccogliendo le piccole somme dei primi e offrendole ai secondi, costituendo il deposito per la banca il principale mezzo di raccolta di denaro in vista della sua successiva erogazione; tale attività di intermediazione non sarebbe possibile (lecita) se il deposito irregolare non contemplasse il trasferimento della proprietà del denaro. La qual cosa, ripensando al mandato a termine dei magazzini generali, si evince anche (e abbastanza chiaramente) dal fatto che le banche sono enti a scopo di lucro che vivono, “si nutrono” di denaro, ovverosia incentrano interamente la loro attività sulla raccolta, la circolazione e la redistribuzione di crediti [dopo i Mangiamorte, i Mangiadenaro – ndr], pertanto un mandato implicito a vendere a termine in luogo del trasferimento di proprietà non consentirebbe agli istituti di credito sufficiente libertà d’azione, anche per garantire la miglior gestione del credito. Restando in tema di circolazione di denaro, non va dimenticato che i depositi possono farsi anche in valuta straniera e che il gioco delle conversioni presuppone necessariamente che un capitale possa superare i confini nazionali. Ecco che, allora, l’esempio della nave mercantile avente in custodia il grano di Tizio è oltremodo calzante, posto che quello marittimo è un diritto speciale internazionale. Fino a che la nave rimane alla fonda, rimane ormeggiata nel porto, si può ancora parlare di deposito irregolare; epperò, nel momento in cui il mercantile salpa e abbandona le acque territoriali, difficilmente la si potrà considerare alla stregua di magazzino generale, figurando più logicamente la stessa quale vettore internazionale, dunque marittimo, per il trasporto di cose. Visto tutto quanto sopra circa il deposito irregolare, si giunge a comprendere perché i legislatori civili moderni e contemporanei abbiano sentito la necessità di istituire le fattispecie specifiche dei contratti bancari, posto che, ad un occhio poco esperto, nel caso di depositi di denaro la peculiarità dell’istituto parrebbe risiedere nell’unico fatto che una delle parti è necessariamente una banca [libro IV, titolo III, capo XVII cod. civ.]. Inoltre, leggendo con attenzione il testo dell’art. 1834 cod. civ., laddove si fa riferimento a ciò che è stabilito secondo gli usi (diritto consuetudinario) e si utilizzano diciture quali “salvo patto contrario”, ognuno può ragionevolmente svolgere anche altre considerazioni circa la reale natura dei depositi bancari. E con ciò veniamo a concludere: dato che il contratto di trasporto è disciplinato sì dalle norme del codice civile (diritto interno), in quanto però non derogate dal codice della navigazione o da leggi speciali; appurato altresì che per i trasporti internazionali sono invece in vigore particolari convenzioni (patti o trattati di caratura internazionale); visto che il denaro che depositiamo nelle banche può finire anche all’estero nel gioco (del mercato) della circolazione monetaria; considerato che la gestione di domanda e offerta di denaro è affidata alle cure delle banche centrali e delle grandi banche d’affari (tutte private, come si vedrà nei prossimi saggi – ndr) internazionali; considerato infine che il diritto bancario è un diritto globale (internazionale privato); visto tutto ciò, la conclusione non può essere che una: i contratti bancari sono negozi giuridici di diritto internazionale privato; per essere più precisi, sono contratti di deposito irregolare che si trasformano in contratti di trasporto internazionale marittimo di cose (capitali), in cui la banca agisce sia da mandante sia da spedizioniere sia da vettore. Orbene, cercando e ricercando tra le carte e gli istituti giuridici sin dall’avvento del diritto globale di Schmitt, a chi scrive sovviene alla mente soltanto una forma negoziale possibile che si adatti completamente al deposito (irregolare) di somme di denaro presso una banca; perché, in fin dei conti, detti contratti sono volti all’amministrazione di capitali di cui un terzo ha trasferito FIDUCIARIAMENTE la proprietà alla banca in virtù delle oggettive maggiori competenze di quest’ultima nel ramo delle gestioni finanziarie. Sto parlano dell’istituto di common law che risponde al nome di trust (spiegato nel saggio precedente): vale a dire che all’atto della costituzione del rapporto di deposito bancario, il cliente-beneficiary Tizio nomina de facto e de iure la banca Alfa quale sua trustee dei fondi alla stessa FIDUCIARIAMENTE affidati, conferendole a ciò mandato. Già, ma competenze oggettive a parte, c’è qualche lettore che si fida (ancora) delle banche? “Dite amici ed entrate”.

La responsabilità che nasce a carico del vettore per perdita o danno alla merce è detta “responsabilità ex receptio” e dà vita a una vera e propria presunzione relativa di responsabilità [art. 2727: le presunzioni sono le conseguenze che la legge trae da un fatto non per risalire a un fatto ignorato]. Ne è presupposto indispensabile la consegna delle cose trasportate, ossia il contatto materiale col bene oggetto dell’obbligo di custodia. Interessante sottolineare che secondo la dottrina prevalente alla responsabilità di natura contrattuale [1218] si affiancherebbe anche quella extracontrattuale [2043]. La responsabilità ex receptio trova ancora una volta origine nel diritto romano e determina un aggravamento della posizione di quegli obbligati che, per il loro grado di professionalità, si distinguono dai comuni debitori e quindi devono effettuare la prestazione con un maggior grado di diligenza; dunque la prova liberatoria è ardua e consiste nell’individuazione di una delle cause di esonero specificamente elencate. In altri termini il vettore, perché venga esclusa la sua responsabilità, non può limitarsi a provare di aver usato, nell’esecuzione del trasporto, la diligenza richiesta dall’art. 1176, dovendo invece fornire la prova positiva e specifica che il pregiudizio è dipeso da un fatto, espressamente individuato, estraneo alla sua sfera d’azione: è l’evento assolutamente imprevedibile e inevitabile che il vettore deve provare per liberarsi. La causa ignota resta perciò a suo carico. La giurisprudenza è molto severa nella valutazione del caso fortuito, ritenendo per esempio che il furto costituisca caso fortuito solo ove avvenga violentemente o in circostanze imprevedibili. Non va dimenticato infatti che il comma II dell’art. 1693 riferisce chiaramente che se il vettore accetta le cose da trasportare senza riserve, si presume che le stesse cose non presentino vizi apparenti d’imballaggio.

Tutto quanto sin qui esposto mostra un quadro assai grave e incerto, specie per la posizione di tutti noi poveri risparmiatori che siamo letteralmente alla mercé di quell’immenso e terrificante gorgo che è il mercato finanziario globale nel nostro rapporto con gli istituti di credito, laddove vi sono speculazioni talmente grandi che paradossalmente nessuno può considerare al sicuro i “propri” risparmi una volta che questi vengono depositati presso un qualsiasi istituto bancario (che peraltro ne acquista la proprietà). Allora sorgono spontanee come minimo giusto un (altro) paio di domandine. La prima è questa: perché, posto che esistono le assicurazioni sul credito, le banche non provvedono a tutelarsi preventivamente, tutelando nel contempo i rispettivi clienti, stipulandone in grande quantità di default? Domanda lecita, posto che certe società si assicurano per il caso-morte dei propri dipendenti, come ci ha mostrato quel grosso regista di Michael Moore nel suo sfavillante documentario Fahrenheit 9/11 del 2004. La seconda domanda costituisce una conseguenza della prima, e si pone a un livello superiore, riguardando l’inerzia del governo italiano di fronte a tale diffuso e abnorme contesto d’incertezza, laddove i nostri rappresentanti non si degnano di varare un provvedimento legislativo che imponga l’assicurazione obbligatoria sul credito, similmente alla legge che ha introdotto l’obbligo di assicurazione per i veicoli a motore circolanti su strada. Riforme del genere sono (state) frutto di valutazioni in fatto e in diritto circa la gravità delle conseguenze patrimoniali che un sinistro stradale è in grado di provocare alla luce dello spropositato numero di autoveicoli in circolazione e dell’elevato rischio di sinistri. Ed è appena il caso di sottolineare che: a) il rischio di perdita del credito è quantomai reale, posto che come minimo a far data dal 1929 ogni grossa crisi economica mondiale è in grado di mettere in ginocchio non soltanto le banche, internazionali e non, perfino l’economia di interi stati; b) le conseguenze della perdita dei propri risparmi sono a dir poco devastanti nell’economia di una famiglia tipo; si potrebbe affermare senza fallo che peggio ci sono solo i mali incurabili e la morte.

Irene Grandi – Prima di partire per un lungo viaggio

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