L’incontrovertibile obbligo di vigilanza sull’avventura dell’eroe

“Quando il bambino era bambino era l’epoca di queste domande. Perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lì? Quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole, é forse solo un sogno? Non é solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo, sento e odoro? C’é veramente il male e gente veramente cattiva? Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?” (Peter Handke, Canto dell’infanzia)

MODI E TERMINI INFELICI NELLA CONVENZIONE SUI DIRITTI DEL FANCIULLO. Dalla lettura del preambolo della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, adottata dall’assemblea generale ONU il 20.11.1989, apprendiamo che l’ordinamento internazionale è concorde nel ritenere che “il fanciullo, a causa della sua immaturità fisica e intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali, compresa un’adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita”; una necessità riconosciuta già con la Dichiarazione di Ginevra del 1924. In particolare, “il fanciullo deve beneficiare di una speciale protezione di godere di possibilità e facilitazioni, in base alla legge e ad altri provvedimenti, in modo da essere in grado di crescere in modo sano e normale sul piano fisico, intellettuale, morale, spirituale e sociale in condizioni di libertà e di dignità”. Un altro principio stabilisce che “il fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità ha bisogno d’amore e comprensione. Egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in atmosfera d’affetto e di sicurezza materiale e morale”. “Ha diritto a godere di un’educazione che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta, in una situazione di eguaglianza di possibilità, di sviluppare le sue facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale, e di divenire un membro utile alla società. Il superiore interesse del fanciullo deve essere la guida di coloro che hanno la responsabilità della sua educazione e del suo orientamento”. La Legge n. 176/1991 di ratifica ed esecuzione della Convenzione riconosce che “il fanciullo ha diritto alla libertà d’espressione. Questo diritto comprende la libertà di ricercare, di ricevere e divulgare informazioni e idee di ogni specie, indipendentemente dalle frontiere, sotto forma orale, scritta, stampata o artistica, o con ogni altro mezzo a scelta del fanciullo [art. 13]. “Gli stati parti rispettano il diritto del fanciullo alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Gli stati parti rispettano il diritto e il dovere dei genitori oppure, se del caso, dei rappresentanti legali del bambino, di guidare quest’ultimo nell’esercizio del summenzionato diritto in maniera che corrisponda allo sviluppo delle sue capacità” [art. 14]. “Nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione. Il fanciullo ha diritto alla protezione della legge contro tali interferenze o tali affronti” [16]. “Gli stati parti adottano ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali, di abbandono o di negligenza, di maltrattamenti o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale, per tutto il tempo in cui è affidato all’uno o all’altro, o ad entrambi, i suoi genitori, al suo rappresentante legale (o rappresentanti legali), oppure a ogni altra persona che ha il suo affidamento [19]. “Gli stati parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: a) di favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutta la loro potenzialità; b) di inculcare (?) al fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite; c) di inculcare (?) al fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del paese nel quale vive, del paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua; d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi, con le persone di origine autoctona; e) di inculcare (?) al fanciullo il rispetto dell’ambiente naturale”. [29]. La lettura dei suddetti articoli, e più ancora dei principi ispiratori della Convenzione è decisiva per determinare quanta attenzione viene prestata ai diritti del fanciullo e il grado di evoluzione giuridica della loro tutela; più in generale possiamo determinare il grado di evoluzione culturale della società. A ben guardare infatti la legge positiva è lo specchio della comunità civile. La tutela dei diritti del fanciullo è strettamente legata alla conoscenza dell’essere umano e del luogo temporale da cui proviene, ossia l’infanzia: essa rappresenta il terreno di coltura dell’individuo adulto, un ambiente preparatorio, di “addestramento” alla vita, laddove le radici costituiscono le basi dello sviluppo psicofisico. Se l’uomo trascura le proprie origini, ciò da cui proviene, non si conosce, quindi trascura se stesso: non sa si ricorda da dove viene, non saprà dov’è diretto. Sul punto è interessante rilevare che la Convenzione postula, fra le misure in favore dei minori, il diritto del fanciullo ad avere una protezione sostitutiva della famiglia naturale qualora questa venga a mancare, ed elenca le forme, tra cui annovera la kafala, un istituto di diritto islamico simile all’affido. Va da sé che la Convenzione è stata ratificata dallo stato italiano con legge n. 176/1991; pertanto, per analogia juris la sharj’a – lo statuto personale islamico – è suscettibile di essere genericamente riconosciuta, com’è stato per la kafala, e annoverata fra gli strumenti-istituti giuridici positivi del diritto italiano. L’analogia juris è legittimamente applicabile in quanto l’ambito giuridico è lo stesso (diritto di famiglia e diritti umani). Purtroppo, se nelle carte internazionali il mondo civilizzato pare comprendere che è più che mai fondamentale garantire (per quanto possibile) la limpidezza della mente umana – che all’inizio della vita si presenta come la tabula rasa di Locke – negli ordinamenti positivi degli stati parti tali garanzie – nonostante la presenza di copiose leggi di ratifica ed esecuzione – non paiono esser state effettivamente recepite, e ciò in diversi ambiti istituzionali.

 

Art. 2047 cod. civ. (Danno cagionato dall’incapace): “In caso di danno cagionato da persona incapace di intendere o di volere, il risarcimento è dovuto da chi è tenuto alla sorveglianza dell’incapace salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto. Nel caso in cui il danneggiato non abbia potuto ottenere il risarcimento da chi è tenuto alla sorveglianza, il giudice in considerazione delle condizioni economiche delle parti, può condannare l’autore del danno a un’equa indennità”

LA TERZIETA’ RIFLESSIVA DEL FANCIULLO. L’integrità psicofisica del fanciullo si pone in posizione di terzietà nei confronti dell’individuo, non ancora autonomo né completamente sviluppato sia nel corpo che nello spirito, cioè non pienamente e completamente responsabile di sé, di ciò che è e di ciò che vuole; non ancora formato e definito: indubbiamente un soggetto in crescita, in divenire, in evoluzione. Per tale motivo la tutela dei diritti del fanciullo deve avere la massima estensione e la massima portata applicativa, e comprendere pure la protezione del fanciullo da tutte le eventuali interferenze esogene suscettibili di ledere, minare o contaminare il suo diritto di libera evoluzione, di crescita psicofisica, sino alla totale autonomia (in specie decisionale). Per quanto sopra, qualora necessario la tutela dei diritti del fanciullo può (e deve) giungere a mettere in discussione l’intero sistema educativo di una nazione, laddove emergesse che esso è inidoneo a garantire il naturale sviluppo psicofisico del fanciullo, o peggio che detto sistema è dannoso, quando non addirittura deleterio, specie per la psiche. Tutti gli esseri umani nascono liberi in dignità e diritti, e ciò è evidente non solo e non tanto perché lo afferma questa o quell’altra Carta dei diritti universali: dette leggi positive non fanno altro che riconoscere ciò che è vero per natura, cioè la facoltà innata del libero arbitrio. All’inizio della vita la mente umana viene paragonata dal giusnaturalista Locke a una tabula rasa, completamente bianca, intonsa (priva di esperienze, di ricordi), che il fanciullo ha da riempire; chi (si) è obbligato alla sua cura e vigilanza – il genitore o il precettore – ha il dovere assoluto di vigilare, nei limiti delle sue possibilità, affinché essa non venga sporcata da traumi inutili e che non divenga preda di cattive abitudini o modelli (anche culturali) sbagliati. Nei primi tempi al genitore è oggi come ieri demandato pure l’obbligo di “pulire” la tabula, qualora essa dovesse sporcarsi; se del caso, ricorrendo all’ausilio dei dottori della psiche (psichiatri esclusi). Prima ancora è necessario spiegare al fanciullo cosa sia questa benedetta tabula; in seguito gli si potranno indicare vari modi di riempirla, avendo cura di non essere invasivi, ma anzi di lasciare al fanciullo sempre maggior libertà, raggio d’azione. Quanto all’invasività, al fanciullo deve essere concessa la possibilità di sbagliare, di cadere; non tanto perché (solo) sbagliando s’impara davvero (e solo chi non fa non sbaglia), quando soprattutto perché egli deve imparare a rialzarsi (possibilmente da solo); meglio se, come alcuni, impara pure a cadere… Sul punto vorrei sottolineare che una problematica che involge in modo particolare i genitori è l’educazione in stile “campana di vetro”, un’educazione in ambienti asettici tipica di coloro che hanno poca fiducia negli altri e in loro stessi e per la quale il fanciullo andrebbe protetto da tutto e da tutti e si ritiene erroneamente necessario orientare (leggi: condizionare) la maggior parte delle sue scelte (per non dire tutte), quando non addirittura scegliere per lui, affinché non abbia a soffrire nella vita… come hanno sofferto i suoi (poveri) genitori. Le discipline che studiano la psiche umana sono pressoché concordi nel ritenere che alcuni genitori trasferiscono i propri complessi sui figli (pratica riferita anche dallo scrittore Alessandro Baricco nel romanzo Emmaus, Feltrinelli, 2009), e  seguono una logica per cui i figli devono avere (in termini puramente e squallidamente materialistici) “quello che i di loro genitori non hanno avuto in gioventù”; ovviamente ciò dal punto di vista dei genitori stessi, che appartengono a un’altra generazione, hanno vissuto esperienze sociali e familiari diverse, e in ogni caso sono esseri diversi dai figli in moltissimi aspetti caratteriali. Certi genitori dovrebbero invero lasciare che i figli cadano qualche volta, e che si rialzino da soli; i genitori semmai dovrebbero limitarsi a curare le ferite provocate dalla caduta. Bellissimo l’incipit del romanzo: “abbiamo tutti sedici, diciassette anni – ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato”. La tematica della libera educazione è presente anche nel film animato Kung fu Panda (2009, Dreamworks, diretto da M. Osborne e J. Stevenson), in cui l’educando viene paragonato a un pesco: da un seme di pesco potrà nascere e svilupparsi soltanto un pesco, non un faggio o un castagno; a significare che ognuno è a suo modo diverso (unico!), e deve quindi trovare e percorrere la sua strada, che è sua soltanto. Va spiegato al fanciullo che egli deve giocare su se stesso il gioco della vita, e trovare nell’incontro con gli altri, nel sociale, gli spunti e i punti di contatto utili a lastricare la sua via. In tal senso, ad esempio, la scuola dovrebbe educare alla cooperazione e non già (solo) alla competizione, come invece fa. Ciò tenendo presente che gli ambienti di lavoro sono tendenzialmente cooperativi; invece il sistema scolastico odierno si muove esattamente nella direzione opposta, e certamente tale dissonanza cognitiva è suscettibile di contribuire a generare le situazioni alla scarica-barile che troppo spesso si verificano praticamente in ogni ambiente di lavoro, soprattutto a livello trasversale, cioè tra datore di lavoro e lavoratore subordinato, quasi a riprendere le marachelle di scuola (fare sega o bigiare, copiare la versione di latino, ecc.). Dove il sistema scolastico attuale fa ancora più danni è nella sua costante, lenta, graduale eppure inesorabile attività attraverso cui il fanciullo viene mantenuto legato alle forme dell’autorità rivelata (dal genitore al precettore, alla società civile), affinché lo stesso non abbandoni mai del tutto a livello psichico una qualche tipologia di tetto materno, inteso come opinione generale superiore da anteporre arbitrariamente a qualunque determinazione; quel che si definisce un pregiudizio, un giudizio a priori non supportato dalla (contro)prova dell’esperienza (diretta) individuale. Allargando le conseguenze di tale attività al contesto socio-politico, il programma di sottomissione come instillato nello studente fungerà da deterrente in modo che egli, una volta adulto, sarà meno propenso a commettere atti di resistenza civile (pacifica) e accetterà più facilmente di sottomettersi al volere dell’autorità anche in presenza di decisioni ingiuste. Si tratta però un’accettazione fasulla e soltanto superficiale, quando nell’inconscio si agitano tutti gli effetti collaterali – deleteri per l’equilibrio psicofisico – di un simile retaggio. Rimanendo in tema di verità rivelate, va aggiunto che i programmi scolastici non soltanto sono imposti dall’alto, essi non rispecchiano neppure la realtà dei fatti storici né l’effettivo livello di sviluppo tecnico, etico e culturale di un popolo, posto che la storia ufficiale è scritta dai vincitori e che molte scoperte tecnico-scientifiche e culturali, vuoi per un motivo vuoi per un altro sono state celate e sottratte alla disponibilità delle masse (cui invece apparterrebbero, posto che si tratta del patrimonio della conoscenza tecnica e morale dell’umanità). Agli studenti non viene data la possibilità di scegliere autori o argomenti, oppure interi corsi di studio (come avviene ad esempio negli istituti superiori francesi). Insomma il sistema scolastico, che trova il proprio fondamento giuridico e istituzionale nel suo essere nato e creato per il fanciullo e lo studente, non appartiene a questi ultimi, non è strumento loro proprio: la scuola per come l’abbiamo conosciuta è una fucina di tecniche e disciplina, un luogo di indottrinamento (sarebbe più corretto dire di “allevamento”) degli studenti a divenire another brick in the wall, un altro ingranaggio della società dei mercanti e dei consumi, del gioco delle personalità e delle maschere, delle forme vuote e delle immagini fasulle, in cui ognuno aggredisce o scappa, spara e/o fugge; contro chi o da cosa? Le risposte sono intercambiabili: gli altri, se stessi. Più grave ancora, il sistema scolastico è basato su logiche mercantili fondate sul doppio binario della paura del giudizio, e del giudizio visto come premio competitivo. Dette logiche sono quelle proprie del dio Crono, che si mangiava i figli, analogamente a come fa, in senso figurato, l’odierna società civile, che si mangia ciò che dell’uomo è figlio: la conoscenza (di sé e delle cose del mondo). Interrogazioni (interogatori?) soggettive basate sul nozionismo, voti elargiti su base omologata e criteri uniformati; senza contare che così operando il sistema scolastico non rispetta i principi di uguaglianza formale e sostanziale riconosciuti dalla Costituzione! E scusate se è poco. Le bocciature sono in larga parte arbitrarie, e negli ambienti familiari dove gli “adulti” (le virgolette qui sono d’obbligo) risultano meno consapevoli a volte finiscono insensatamente in tragedia. In estrema sintesi, la scuola dell’obbligo dei giorni nostri si riduce a una situazione grottesca e inverosimile in cui a un delfino, un falco, un galletto, un ragnetto, uno scimpanzé, un umano, una cavalla, un cane, una gattona, un topolino, un furetto, un orsacchiotto, una vipera e un elefante viene richiesto di raggiungere la sommità di un grande albero. Un’immagine val più di mille parole, e già in altro saggio ho citato la mirabile opera artistica di Maurizio Cattelan, dal titolo Charlie don’t surf, ripresa anche dai Baustelle [“Il giusnaturalismo e la teoria dello stato moderno”, 22.6.2017]: in essa vi è un giovane con felpa e cappuccio letteralmente inchiodato a un banco di scuola con le matite a mo’ di chiodi della croce del Cristo. Una denuncia tanto semplice e chiara quanto orripilante. “Cos’è la libertà?” – si legge nei dialoghi de La Tosca di Puccini. “Chiedilo ai tuoi figli”.     

The Ramones – I don’t want to grow up

“Sapessimo prima di quando partiamo che il senso del viaggio e la meta è il richiamo” (Marco Mengoni – Ti ho voluto bene veramente)

WHY DOES CHIARLIE CAN’T SURF? L’abuso omissivo-commissivo di maggior danno perpetrato dal sistema scolastico è teso a ostacolare il fanciullo, non consentendogli, in forza di schemi sociali fasulli e precotti, di evolvere a livello intuitivo-emotivo, di crescere spiritualmente ed emotivamente; di conoscere se stesso e il suo corpo, sensazioni ed emozioni; di conoscere la sua psiche, sentimenti, di intuire il senso profondo dell’incontro con l’altro, specie se l’incontro è di natura amorosa; questo perché molto semplicemente certe emozioni non sono sempre suscettibili di essere spiegate a parole. L’importanza della conoscenza di se stessi, da intendersi nel senso più ampio, è nota da millenni, come ad esempio ci testimoniano gli antichi greci con l’adagio gnothi sauton (“conosci te stesso”), nosce te ipsum alla latina: si tratta di un’iscrizione presente sul tempio di Apollo in Delphi, città dell’omonimo oracolo. La scoperta di sé, di ciò che si è, di ciò che si desira davvero nella vita è il primo passo verso quello che sarà il viaggio personale di ognuno; pertanto è a dir poco determinante, come lo è la pratica di far fruttare i talenti di biblica memoria, invece che sotterrarli per paura… del giudizio altrui. Quel che davvero conta nell’educazione dei fanciulli è insegnar loro a riempire in autonomia la tabula delle esperienze e dei ricordi (insegnamenti di vita) e a tenerla pulita. Per favorirli bisognerebbe cercare di instillare in loro un po’ di sano spirito critico, l’abitudine a mettere in discussione la realtà circostante e le informazioni ricevute, che dovrebbe invero costituire il passo successivo alla famosa età dei perché. Quando il fanciullo sarà divenuto completamente autonomo, in grado cioè di svolgere scelte libere e consapevoli per se stesso, mostrando vero discernimento e indipendenza (quando cioè sarà divenuto adulto a tutti gli effetti e non solo sul piano anagrafico), allora si avrà la prova definitiva che il lavoro dell’educatore è stato svolto con la diligenza del buon padre di famiglia. Invece le scuole, specie quelle pubbliche, non lasciano spazio alla naturale, libera espressione del fanciullo (e del suo vero essere), non lo educano a tirar fuori il proprio, a dire la sua, a far sentir la voce. Anzi la comunicazione nelle scuole è praticamente a senso unico, e consiste nella cultura (fasulla) e nelle tecniche inculcate agli studenti. Per contro educare, termine di derivazione latina (da e-duco), significa “condurre fuori da”, tirare fuori qualcosa da dentro qualcos’altro. Gli artisti rinascimentali usavano dire che la scultura è già presente all’interno del cubo di marmo, e che lo scultore deve soltanto liberarla dall’involucro grezzo. In altre parole: posto che il sistema educativo è creato in funzione del fanciullo, quello stesso sistema dovrebbe dirigersi verso la personalizzazione dell’apprendimento, affinché lo stesso possa definirsi davvero pensato a misura dello studente. Sempre nella Grecia classica troviamo, in ambito filosofico, la cosiddetta scuola peripatetica, in cui allievi e discepoli passeggiavano in compagnia del maestro attraverso boschi e campi, con una serie di vantaggi che le odierne aule scolastiche non possono eguagliare: il contatto con la natura, la quale tra le altre cose contribuisce ad alleggerire l’apprendimento; la varietà di informazioni che offrono paesaggi vitali e sempre nuovi, unita alle possibilità di associazione mentale e di utilizzo del linguaggio associativo-intuitivo, utile a sviluppare interamente le facoltà celebrali; il fatto dell’andare, dell’incedere con il corpo nella natura, mentre allo stesso tempo i passi della mente incedono nella natura delle cose. Il passato e la filosofia, cito in particolare Rousseau e Steiner, ci mostrano esperienze scolastiche, specie a livello inferiore, dove le lezioni si svolgono in cerchio in un prato, gli argomenti sono decisi dagli alunni e le domande sono a ruota libera. Di scuole (private) che seguono il modello steineriano – o altre scuole che seguono modelli simili – ve ne sono parecchie, anche in Italia. Lecito chiedersi perché la legislazione italiana in materia non abbia ancora provveduto a uniformarvisi. Non è già evidente la dannosità della scuola dell’obbligo (pubblica) moderna e contemporanea per come abbiamo imparato a conoscerla? Essa a tutt’oggi non fa altro che annichilire nei fanciulli la spinta naturale a chiedere il perché delle cose, disincentivando atteggiamenti od opinioni diversi dai normali e “rassicuranti” (per gli insegnanti) standard sociali indotti. Così, al termine del percorso obbligatorio di studi, Tizio crede di essere mentalmente arrivato, perché ha imparato tutte le tecniche utili a procurargli un lavoro, dei beni, ecc. Ma permangono i conflitti irrisolti con il padre o la madre, quando non addirittura con se stessi; il rapporto con i colleghi non ingrana mai veramente, non è un vero rapporto; le incomprensioni con il partner sono all’ordine del giorno; una decisione non troppo consapevole di unione, e il matrimonio dopo qualche anno fallisce… Le discipline che studiano la psiche umana concordano tutte nel ritenere che certi traumi psichici patiti nell’infanzia e non del tutto assorbiti generano, tra i vari strascichi, dei meccanismi di autodifesa indotti che entrano in gioco nelle situazioni critiche e che, nei casi più estremi e dal punto di vista del diritto, sono suscettibili di attivare in determinati contesti le condotte generatrici di responsabilità civile e penale. Ci si chiede perché allora non si possa intervenire già a livello scolastico e avvicinare le discipline della psiche alla scuola dell’obbligo, per ottenere il doppio vantaggio di educare il minore e prevenire la degenerazione patologica di tali meccanismi endogeni. La corrente psicoanalitica che oggi va per la maggiore ci informa ad esempio con Lacan, allievo di Freud, che ogni individuo ha tra i suoi bisogni primari quello di ottenere di essere riconosciuto per ciò che è dagli altri e dalla società, e che anche da questo mancato riconoscimento possono generarsi tutta una serie di mali della psiche, suscettibili poi di riflettersi sul corpo. E’ un peccato che sia stato meno ascoltato dai media un altro allievo di Freud, a mio giudizio molto più capace, ovverosia Jung, il quale ci informa che prima di questo bisogno individuale ve n’è un altro, quello per cui la parte inconscia di noi brama, attende di essere riconosciuta dalla personalità consapevole: in ognuno vi è un buon selvaggio che brama di essere riconosciuto, per molti aspetti assimilabile alla figura dell’ombra descritta dalla psicanalisi e dalla letteratura classica, ad esempio con il fortunato racconto di Stevenson de Il dottor Jeckyll e mr. Hide. Altro esempio illuminante: intorno agli anni ’60 la nostra cultura ha riscoperto, grazie al mistico Gurdijieff, l’enneagramma, uno studio dei tipi psicologici della personalità che affonda le sue radici nelle leggi numeriche, e propone una classificazione molto simile agli archetipi junghiani. Per i teorici dell’enneagramma, che individua appunto 9 tipi differenti di personalità (il termine è greco e significa “segno del nove”), i modelli ordinari della personalità che gli individui iniziano a sviluppare sin dalla prima infanzia, quelle abitudini che si tende a etichettare semplicemente come nevrotiche, costituiscono anche potenziali porte verso più alti stati di coscienza. Il primo di questi è uno stato di coscienza originario, quello in cui l’individuo è consapevole della sua doppia natura, per metà umana e per metà ferina (associata nelle accademie alla figura mitologica del sagittario). Da ciò discendono molte altre consapevolezze, che spiegano per quale motivo, ad esempio, ricerchiamo il branco, il gioco, la fuga, la trasgressione, ecc. Quel che stiamo sperimentando è invero la nostra natura ferina e selvaggia – ciò da cui veniamo e che non ha nulla da spartire con scatole di pietra e vetro. Al di fuori della prigione della nostra mente, ciò che ci spinge, ciò che si muove, è il richiamo dell’avventura. In tale senso, l’ombra degli psicanalisti e la natura ferina nascosta sono in parte semanticamente coincidenti. Joseph Campbell, studioso delle religioni, ha trovato quale denominatore comune dei miti classici e dei culti religiosi d’ogni tempo e specie (anche del culto ebraico-cristiano), l’avventura dell’eroe, il viaggio interiore di ciascuno alla scoperta di sé e dei propri demoni e tesori, atto a favorire il superamento dei limiti e l’evoluzione interiore. Il mito più richiamato attiene al rito ancestrale di passaggio dalla pubertà all’età adulta, coincidente con il momento d’ingresso in società, presente in tutte le culture sotto diverse forme, e associato simbolicamente alla perdita della verginità. Campbell delinea i tratti essenziali del percorso dell’eroe: la chiamata del destino, cioè la molla che spinge il protagonista a uscire da sé, a cambiare le vecchie abitudini (Frodo trova l’unico anello e lascia la Contea – e il nome hobbit strizza l’occhio a habit, abitudinario); il rifiuto della chiamata, un effetto di paura che induce il protagonista a desistere una prima volta (la volontà di Frodo di consegnare l’anello a Galadriel); la successione di prove di forza, fiducia e volontà da affrontare (il viaggio sino a Mordor), fino all’ultima prova, in relazione alla quale è noto l’avviso dato dallo stesso Campbell: “La grotta dove non vuoi entrare nasconde il tesoro che cerchi” (nel caso di Frodo è il Monte Fato, e la prova è piuttosto interessante, consistendo nel lasciare il potere, nell’abbandonarsi… nell’affidarsi). Oggi tutto ciò è assente dalle scuole, e i ragazzi sono mandati al mondo come lo fu il piccolo Davide contro il gigante Golia Nella valle di Elah, che è anche il titolo di un film (2007, regia di Paul Haggis) dove viene spiegato il significato, purtroppo soltanto relativamente simbolico, del citato episodio biblico.

Art. 572 cod. pen. (Maltrattamenti contro famigliari o conviventi): “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni. [La pena è aumentata se il fatto è commesso in danno di minore degli anni quattordici.] Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni”.

NOSCE TE IPSUM. “Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi, non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei. Oh! Uomo conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei”. Una chiara esortazione a guardarsi dentro, a scoprire la propria vita interiore. Altra tematica cara ai teorici dell’enneagramma – e più in generale a tutta la (buona) tradizione mistica – è quella per cui nell’essere umano vi sarebbero non già uno ma tre centri emotivi (tre dimensioni), comunemente denominati-indicati come pancia (viscere), testa (mente, cervello) e cuore. Per ogni centro un diverso orientamento, sentiero o cammino; per ogni centro una vita. La pancia è guidata da, oppure punta alla soddisfazione dei cosiddetti istinti o bisogni primordiali, legati al nutrimento e alla sessualità; in quanto tale gioca un ruolo importante nella regolazione dei cicli sonno-veglia (giorno e notte). La mente è dominata da bisogni di protezione, appartenenza e sicurezza e vive tendenzialmente sospesa tra passato e futuro, impegnata nell’incessante attività di valutare, soppesare e registrare ogni ricordo, ogni esperienza, ingegnandosi per apprendere sempre di più; come tale è legata a cicli più lunghi: quelli lunari. Il cuore ricerca qualcosa di più elevato, sintetizzabile nei concetti di libertà e amore; i “bisogni” del cuore sono altro rispetto a soddisfazione-sazietà o sicurezza-dominio, le sue mire non hanno un limite e non sono volte a raggiungere uno o più obiettivi particolari e determinati (ed egoici); la dimensione del cuore è un percorso di realizzazione personale, quello in cui l’individuo parte alla ricerca di se stesso, imbocca il suo sentiero; è la dimensione in cui ognuno gioca a divenire se stesso (il termine egizio faraone significa “ciò che diventerai”). Il cuore è libero, amorale, nel senso che è sempre fanciullo; i suoi tempi sono l’istante (lo spazio di un battito, di un respiro) e l’eternità, perché il viaggio di scoperta di sé non ha fine e la scoperta è il viaggio stesso (life is a journey, not a destination – cantano gli Aerosmith). Tre dimensioni, tre vie, per tre entità, tre principi simboleggiati da (o identificati in) tre PERSONE: padre (mente – principio creatore), madre (viscere – principio conservatore) e figlio (cuore – principio trasformatore); Brahma, Vishnu, Shiva. Da quanto sopra possiamo trarre anche un’altra considerazione: i passi che muove l’eroe nel viaggio di scoperta di sé disegnano un cerchio; non nel senso che si gira in tondo (a vuoto) o si torna semplicemente al punto di partenza; certamente si corre il rischio di perdersi, ma questo cerchio è piuttosto un ciclo, in cui dapprima ci si allontana, si esce da se stessi, per poi ritornare-rientrare. Meglio: è un circuito, un continuo vorticare; un qualcosa che ricorda molto i cicli di evoluzione della coscienza proposti da Hegel, e insieme un qualcosa che strizza l’occhio alla teoria dell’eterno ritorno di Nietszche. Tematiche assai care a ogni tradizione mistica, e magistralmente descritte – ad esempio – nel racconto biblico del figliol prodigo, laddove con poche semplici parole è riassunto l’intero percorso di allontanamento e ritorno dell’uomo a Dio: il termine latino re-ligo indica un ritorno, infatti significa “legare di nuovo”, ri-legare, ri-costuire un qualcosa. Tradizioni meno ortodosse incentivano alla pratica del ri-cordo di sé, e non pare un caso che la traduzione latina per cuore sia cor, cordis (mentre la corda serve per legare assieme); come pure il verbo ricordare, che in latino è memento, assonante con momentum e quindi momento, istante (il tempo di un battito cardiaco?). Altrettanto illuminanti insegnamenti antro-politici suggeriscono che ognuno è ciò che è consapevole di essere nel suo presente, nel qui e ora (“Io sono io” – proclamò Yahweh presentandosi al popolo ebraico), ed è anche la summa delle sue esperienze passate, i suoi ricordi, ciò che era o che è stato. Del resto la tematica del qui e ora è un cavallo di battaglia della mistica, religiosa e non: così, allorquando in oriente si parla di presenza o stato di presenza (tipico ad esempio della meditazione yogica), in medioriente e in occidente il Cristo ammonisce ad essere vigili. Quindi dalla presenza al ricordo, al ricordo di ciò che siamo stati e di ciò che eravamo alle origini della vita (come singoli) e della civiltà (come gruppo, specie), di ciò che ci è stato nascosto (e/o che noi stessi abbiamo contribuito a nascondere) e che abbiamo dimenticato: in tutti i casi, un ritorno alla natura. Un viaggio verso la nostra fanciullezza, libera dai condizionamenti sociali propri di questa o quell’altra epoca, di questo o quell’altro costume, come pure libera da questi o quegli altri complessi o limiti, pregiudizi, paure, ansie, dottrine, dogmi… che altri hanno inculcato in noi e/o a cui noi stessi abbiamo dato credito. Parole che richiamano quelle dei maestri Jedi o di un più modesto Jim Morrison. Un viaggio a ritroso nel tempo, verso est, come a seguire a ritroso il cammino del Sole, ed è questa l’iconografia più cara alla mistica sin dalla notte dei tempi, posto che il sole rappresenta l’energia vitale che illumina il mondo. Orbene, alla luce di tutto ciò, come si pongono (o si dovrebbero porre…) la scuola pubblica, il Ministero dell’Istruzione, il provveditorato agli studi, la Costituzione della Repubblica Italiana – sempre più repubblica delle banane – e le norme del diritto civile e penale sostanziale, come pure quelle di natura più squisitamente processualistica? Si tenga presente che alla lettera dell’art. 2048 cod. civ. i genitori, i tutori e i precettori sono responsabili per i fatti illeciti posti in essere dai minori capaci di intendere e volere (altrimenti si applica l’art. 2047) che si vengono a trovare sotto la loro sorveglianza. Si consideri poi che gli artt. 2047 e 2048 si riferiscono anche ai danni (da fatto illecito) che i minori abbiano a provocare anche a loro stessi! Non va poi dimenticato qual è il fondamento della responsabilità vicaria dei soggetti menzionati (vicario è colui che esercita un’autorità o una funzione in sostituzione o in rappresentanza di altro soggetto di grado superiore): un consolidato orientamento vorrebbe che la norma introduca una responsabilità fondata sulla colpa, e più precisamente una presunzione di colpa, che determina un’inversione dell’onere probatorio in favore del danneggiato, onde spetta al vicario liberarsi dalla responsabilità dimostrando di “non aver potuto impedire il fatto”. Nello specifico si disquisisce di culpa in vigilando e culpa in educando. Si capisce bene che non serve neppure tirare in ballo questioni dottrinali circa la sussumibilità della responsabilità vicaria entro la categoria della responsabilità oggettiva [per approfondimenti sulla responsabilità oggettiva si veda il saggio precedente], opinione peraltro confortata dall’analisi della giurisprudenza, perché difficilmente l’educatore medio, sia esso un genitore o un precettore, potrà liberarsi adducendo che al minore era stata impartita una sufficiente educazione (Monateri), non nello scenario moderno e contemporaneo della scuola degli obblighi, sempre più avulsa da tutto ciò che può ragionevolmente essere ricompreso entro il diritto allo studio. Quella che tutti noi abbiamo conosciuto quando siamo stati fanciulli non può certo definirsi una vera e propria educazione, e certamente non può essere chiamata “sufficiente”, consistendo più che altro in un surrogato di istruzione-educazione. Oggigiorno le cose non sono affatto cambiate, ed anzi vanno peggiorando: fornire le tecniche non equivale a fornire metodo, consapevolezza, spirito critico, forza d’animo, ecc. Purtroppo oggi come ieri il genitore medio è vittima di uno schema socioculturale per cui l’educazione dei figli deve essere demandata in larga parte alle scuole e a molti pare vada bene che le cose rimangano così. Eppure le falle di un siffatto orientamento mentale dovrebbero emergere con evidenza in capo a tutti coloro che si apprestano ad avere dei figli e si guardano indietro, pescando dalle rispettive esperienze individuali in punto educazione ricevuta. Laddove ciò non succede, è altrettanto evidente che certi individui abbiano perso la buona abitudine di guardarsi dentro, abitudine che pertanto non trasmetteranno, e il tesoro degli dei celato in ognuno resterà celato, con tutte le dannose conseguenze del caso. Si preferiranno stili educativi tendenzialmente autoritari, dove si impartiranno precetti senza fornire spiegazioni, e si cercherà di fare in modo che i figli vi si uniformino elargendo ora premi ora punizioni, con il rischio concreto che quegli stessi figli potrebbero decidere, come accade, di prendere le distanze dai loro stessi genitori, di non considerarli più come buoni maestri e confidenti, e quindi non si apriranno con loro, ma preferiranno metterli di fronte al fatto compiuto, magari illecito, magari autolesionista, che è sempre dietro l’angolo. Si creerà una distanza generazionale propria di tutte quelle società, come la nostra, in cui gli individui a un certo punto, solo perché si autodefiniscono adulti tout court, si fermano emotivamente e culturalmente, e non si mettono più in discussione, quindi non crescono più. La loro mente crea e consolida una visione del mondo che è spesso importata dai media e dall’ideologia culturale di fondo, ideologia utile giusto per tenere la testa sotto la sabbia per evitare di affrontare questioni troppo spinose, finché in un qualche anfratto spazio-temporale il palco un giorno non cadrà. Così oggi abbiamo scenari paradossali in cui un anziano si trova impreparato ad affrontare la morte, mentre certe giovani coppie parlano con leggerezza circa il diritto che avrebbero di impedire la prosecuzione della vita di un qualcosa che sta crescendo in un grembo materno, perché frutto di un qualche “errore” (…) e quasi nessuno si chiede se tutto ciò possa avere delle conseguenze sul pian psichico, mentre le neuroscienze ancora brancolano nel buio di quell’abisso che è l’inconscio umano. Pare inopportuno girarvi troppo attorno: l’essere umano medio non si conosce, non riconosce la sua ombra; è l’uomo bambino di Siddharta, alla guida di una “macchina” biologica eccezionale di cui non possiede il libretto d’istruzioni, un manuale che si è perduto nel corso della storia fra pregiudizi e ideologie massificate. Ci tocca imparare da soli dal dolore, caduta dopo caduta, fidando che queste non comportino conseguenze permanenti e irreparabili. E in tutto ciò, come si pone colui che viene definito e si autodefinisce il vicario di Cristo sulla terra? Quale natura (e grado) per la sua responsabilità? Prove liberatorie che, nei soggetti sin qui citati, paiono impossibili da fornire. Mi sovviene il profondo messaggio simbolico celato tra le pagine del celebre romanzo di Agatha Christie, L’assassinio sull’Orient Express, in cui (mi si perdonerà la spoilerata) persino il grande investigatore Hercule Poirot deve arrendersi quando scopre che tutti i passeggeri della prima classe hanno deciso di comune accordo di ideare il crimine e procedere alla sua esecuzione; perché quando sono tutti colpevoli, nessuno lo è per davvero…

Elisa – A modo tuo

 

 

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