Autodeterminazione, sovranità e territorialità: princìpi e vaglio dei popoli

La parola princìpio nella sua accezione più comune indica l’inizio di un qualcosa, l’origine, la causa. In ambito tecnico definisce il motivo concettuale sul quale si fonda una dottrina o una scienza o anche un semplice ragionamento; può riferirsi altresì a una norma di comportamento, specialmente in quanto rispecchia l’accettazione di una morale da parte di un individuo (es. un uomo di sani princìpi). Pertanto un principio è anche fonte di produzione del diritto, ovvero è un qualcosa da cui il diritto sgorga, proviene: un principio legittima una o più norme giuridiche; diversamente esse risulterebbero arbitrarie, dunque inique, dunque contestabili.

La Costituzione italiana è fondata su 12 principi fondamentali – contenuti nei primi 12 articoli – che delineano la struttura e le caratteristiche immutabili dello Stato e fissano i limiti degli organi di governo sia nei confronti dei cittadini sia verso gli altri stati. La Repubblica è dichiarata democratica nel senso etimologico della parola, in quanto “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nei modi e nei limiti stabiliti dalla Costituzione” [art. 1, co. II]. Il nostro Stato è costituzionale: i tre poteri o funzioni nei quali si estrinseca la sovranità non solo appartengono TUTTI al popolo e non al Capo dello Stato, come avveniva negli stati assoluti, ma sono affidati ad organi diversi e indipendenti l’uno dall’altro (principio della divisione dei poteri). E’ stato inoltre rispettato il carattere rappresentativo dello Stato in quanto il popolo esercita la sovranità non direttamente ma attraverso i propri rappresentanti liberamente eletti mediante votazioni a suffragio universale. La nostra Repubblica può anche definirsi parlamentare in quanto il parlamento, pur essendo l’organo del solo potere legislativo, condiziona al suo volere tutta l’attività dello stato e degli organi degli altri poteri: infatti il governo – espressione del potere esecutivo – è esecutore della volontà del parlamento e ne deve avere costantemente la fiducia. Si è ancora rispettato il principio unitario del nostro territorio, anche se la Costituzione prevede la concessione alle regioni della più ampia autonomia. Ciò non contrasta con la tradizione unitaria della nostra storia risorgimentale, in quanto alle regioni sarebbero state concesse soltanto autonomie di carattere amministrativo in modo da attuare il decentramento di numerose funzioni che dovrebbero essere svolte dal governo centrale. I 12 principi fondamentali evidenziano il carattere sociale della Costituzione­ in quanto essa, oltre ad avere tra i propri scopi fondamentali il benessere e l’elevazione materiale e spirituale dei cittadini, riconosce e garantisce le altre formazioni sociali che vivono e operano nell’ambito delle leggi e nelle quali si esplica e svolge la personalità umana. Prima e più importante manifestazione di questa socialità è il riconoscimento del lavoro come fondamento stesso della Repubblica, come diritto e contemporaneamente come dovere, tutelato in tutte le sue forme e applicazioni.

L’AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI. L’etimologia di popolo richiama l’espressione latina populus, che è la forma raddoppiata della radice par- o anche pal-, che ha senso di “riunire, mettere insieme”, e indica dunque una moltitudine (di uomini). Definiamo popolo una collettività etnicamente omogenea, specialmente nella misura in cui realizza o presuppone anche unità e autonomia di ordine civile e politico. Diverso dal concetto di popolo è quello di Nazione, dal latino natio, “nascita”), definita come un gruppo di individui cosciente di una propria peculiarità e autonomia, storica, culturale e pure geografica, specialmente in quanto premessa di unità e sovranità politica. Il concetto di nazione non va confuso con quello di Stato, in quanto lo stato è una realtà politica, giuridica e istituzionale, che ha bisogno del potere per potersi identificare, mentre quella della nazione è una dimensione storicoculturale radicata nella percezione diffusa in diversi popoli – che non sempre condividono le medesime istituzioni politiche – di una comune appartenenza, che riposa su radici linguistiche, etniche, religiose, condivise (nonché legate a un determinato territorio). Il nazionalismo ottocentesco sviluppò l’illusoria pretesa di far coincidere sempre e comunque stato e nazione: pretesa indebita, che sta alla radice di alcuni dei più cruenti conflitti della storia moderna e che, in base a un uso ideologico e distorto del principio di autodeterminazione, muove ancora oggi molti a sostenere che le nazioni devono perciò stesso essere riconosciute come stati (D’Agostino). Invece siamo consapevoli che stato e nazione sono due realtà distinte. Tanto per intenderci: il requisito di appartenenza a uno stato è detto cittadinanza (assoggettazione ad un ordinamento giuridicoistituzionale), mentre nel caso della nazione si parla di nazionalità (natività). Da quanto sopra deduciamo che il potere governativo di uno stato è limitato al territorio dello stato medesimo, e quindi anche l’estensione e la portata delle sue disposizioni normative. In filosofia del diritto si dice che il territorio è il limite dell’imperio. E’ il principio di territorialità (del diritto), concetto che entra in crisi in alcune situazioni estreme: si pensi alla tristemente famosa vicenda di Chernobil, in cui le conseguenze legate alla decisione unilaterale di uno stato di attivare una centrale nucleare ne hanno superato i confini geografici e giuridici. E con Fukushima la storia non ci ha messo tanto a ripetersi (tralasciando i molti altri disastri ambientali di portata internazionale di cui siamo da tempo testimoni). La parola territorio deriva dalla locuzione latina terri torium, ovvero “salvaguardia della terra”, e deve la propria origine a un contesto socioeconomico di carattere rurale (agricolo e pastorizio). In tal senso l’idea di legge intesa come nomos (“norma”) della terra, fornitaci dal filosofo Carl Schmit, appare quantomai pertinente e in perfetto accordo con la visione del territorio come limite dell’imperio e quindi di una concezione di norma legata a uno spazio, e pure a un tempo. La storia su quest’ultimo punto parla chiaro. Il pensiero di Schmit approfondisce la tematica della nave come territorio galleggiante mentre Heidegger individua un diritto di terra e uno di mare e li considera frutto di una diversa antropologia. Altra tematica della filosofia politica è la separazione tra l’ideale di diritto, la necessità di un sistema di regole comuni, e la norma, la singola legge, che può e deve essere modificata nel tempo, in accordo con le necessità evolutive e la volontà dei consociati; e anche qui gli esempi si sprecano. Eppure Kelsen e altri pensatori hanno proposto teorie in cui il concetto di norma appare assolutizzato, slegato dalle categorie dello spazio e del tempo, nelle quali però nasce e si muove; è quello che viene definito normativismo giuridico, l’ideologia attualmente dominante. L’autodeterminazione dei popoli è il principio in base a cui i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna), e di essere liberi da ogni dominazione esterna, in particolare dal dominio coloniale (autodeterminazione esterna). Proposto durante la rivoluzione francese e poi sostenuto con diverse accezioni da statisti quali Wilson e Lenin, tale principio implica la considerazione dei diritti dei popoli in contrapposizione a quelli degli stati come apparati di governo. Il principio costituisce una norma di diritto internazionale generale, cioè una norma che produce effetti giuridici (diritti e obblighi) per tutta la comunità degli stati. Rappresenta pure una norma di ius cogens, “diritto cogente”, ovvero inderogabile. Per inciso lo Ius congens indica il complesso delle norme consuetudinarie poste a tutela di valori ritenuti fondamentali e a cui non si può in alcun modo derogare. L’autodeterminazione è un principio supremo e irrinunciabile di diritto internazionale e, come ogni disposizione di diritto internazionale, viene ratificato dalle leggi interne di uno stato. Questo nel caso dell’Italia è stabilito dall’art. 10 della Costituzione; la legge di ratifica è la n. 881/1977. In tal senso il principio ha la stessa efficacia di una legge interna e prevale sulle leggi statali (Cassazione penale, sentenza del 21.03.1975). Il principio di autodeterminazione fu solennemente annunciato da Wilson in occasione del Trattato di Versailles del 1919 e avrebbe dovuto fungere da linea guida per il tracciamento dei nuovi confini, invece fu applicato in modo discontinuo e arbitrario, fattore che avrebbe contribuito non poco alla graduale destabilizzazione e al definitivo sovvertimento dell’ordine di Versailles. In particolare il principio trovò applicazione nella definizione dei nuovi confini delle potenze della triplice alleanza uscite sconfitte dalla prima guerra mondiale. Il principio si è compiutamente sviluppato dopo la fine della seconda guerra mondiale, grazie all’intervento dell’ONU. La Carta delle Nazioni Unite, al capitolo I (principi e fini dell’organizzazione), all’art. 1, par. 2. individua come fine dell’ONU: “…sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli…”. Un’altra delle principali convenzioni che sanciscono questo irrinunciabile diritto è il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici del 1966, che è la convenzione recepita dall’Italia con la legge n. 881/1977. Si tratta della più importante convenzione giuridica internazionale sui diritti umani e, all’art. 1, co. 1, recita: Tutti i popoli hanno diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale”. Altro passo fondamentale è stata la Dichiarazione relativa alle relazioni amichevoli e alla cooperazione fra stati del 1970 in cui venne sancito il divieto di ricorrere a qualunque misura coercitiva suscettibile di privare i popoli del loro diritto di autodeterminazione. Ancora più chiaramente si è espressa la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) del 1975, in cui si afferma il diritto ogni popolo di stabilire in piena libertà, quando e come desidera, il proprio regime politico senza ingerenza esterna e di perseguire come desidera il proprio sviluppo culturale, sociale ed economico, ossia in ultima analisi di determinare in autonomia il proprio assetto costituzionale. Il principio ha favorito la decolonizzazione, consentendo agli stati in via di sviluppo di indire nuove elezioni, darsi una costituzione propria e scegliere la forma di governo senza pressioni da parte degli stati più civilizzati. L’autodeterminazione consente a ciascun popolo la facoltà di scegliere sia la forma politico-istituzionale con la quale collocarsi nell’ambito dei rapporti internazionali (stato indipendente, federale o confederato, fuso con altro stato) sia il regime politico-economico interno. Si parla appunto di autodeterminazione esterna e interna. E’ un principio innegabile: se un popolo non è libero di autodeterminarsi non è sovrano. Ci troviamo in presenza di un’importante conquista giuridica: l’autodeterminazione dei popoli, da mero principio politico, è divenuto un diritto fondamentale espressamente riconosciuto dalla legge (scritta) universale dei diritti umani. In dottrina per far comprendere il principio di autodeterminazione si porta spesso come esempio il caso dei “nani lanciatori”: in alcune località nel nord Europa è esistita (e forse esiste tutt’ora) la discutibile pratica del lancio dei nani, che è una sorta di divertimento in cui uno o più nani sono pagati per farsi lanciare dagli uomini, magari durante una festa ecc. In un dato momento qualcuno si è sollevato per l’abolizione di tale sport in quanto lesivo della dignità dei nani. Bene, al di là dell’esito – invero piuttosto prevedibile – della vicenda, il fatto è che la società dei nani si è opposta in quanto per un nano essere lanciato in questo modo è motivo di vanto tra i suoi simili. Ecco allora perché risulta imprescindibile riconoscere il principio di autodeterminazione dei popoli: soltanto un popolo conosce veramente di sé e può dunque autodeterminarsi completamente. Più in profondità il diritto di autodeterminarsi deve essere riconosciuto anche e prima di tutto al singolo individuo, in virtù della sua unicità. Poniamo il caso di un soggetto paralitico che decida di farla finita ma non riesca a ottenere lo spegnimento dei macchinari che lo tengono in vita a causa della legge (positiva) dello stato cui appartiene. A di là delle questioni morali, può essere questo considerato un limite al diritto all’autodeterminazione?

IL PREZZO DELLA LIBERTA’. Vi è un altro motivo per il quale bisogna battersi per questo principio, un motivo contingente: qualcuno ne ha proposto l’abolizione. E’ il famoso piano Kalergi, di cui forse avrete sentito parlare. Il pensatore Kalergi nei suoi libri ha dichiarato senza mezzi termini che è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere. Proclama l’abolizione del principio di autodeterminazione dei popoli e la successiva eliminazione delle nazioni per mezzo dei movimenti etnici separatisti o l’immigrazione allogena di massa. Alla nuova razza mista egli attribuisce crudeltà, infedeltà e altre caratteristiche che, a suo parere, devono essere create coscientemente perché sono indispensabili per conseguire la superiorità dell’elite. Da tenere in considerazione pure l’opinione di Marco della Luna, secondo cui i popoli sono diventati superflui e fungibili, e non hanno più potere di contrattazione, perché non servono più in quanto tali: si è persa la concezione di territorio come limite del potere del sovrano, che non è più legato al “suo” popolo. Non servono più migliaia di uomini per fare una guerra o colonizzare un paese (esportare democrazia). Del pari non servono più le masse di operai, perché la grande ricchezza si produce nel mondo finanziario. I popoli sono utili all’elite ormai principalmente in quanto masse di consumatori di qualunque cosa e di loro stessi. Spunti inquietanti, sui quali non voglio approfondire, e che ho riportato giusto per considerare anche le ipotesi peggiori. Nella prassi l’autodeterminazione esterna è stata sempre accettata e acclarata; invece, l’autodeterminazione interna pare sia ancora oggetto di contestazione, nella misura in cui non esistono disposizioni scritte circa le caratteristiche giuridiche che dovrebbe possedere un popolo per accedere a tale diritto. Francamente sembra un’argomentazione piuttosto debole: la definizione di popolo è chiara, identificando un gruppo di individui etnicamente omogeneo, unito e autonomo nonché dotato di un proprio ordine interno. Etnia, dal greco ethnos (“nazione”), indica un agglomerato umano fondato sulla comunità o sulla forte affinità di caratteri fisicosomatici, culturali, linguistici, e storico-sociali. Ecco le caratteristiche. Va aggiunto che nel caso dell’Italia si dovrebbe parlare di popoli e non di popolo, in quanto appunto sono presenti diverse etnie e, se consideriamo la storia degli ultimi secoli e la discutibile opera di Garibaldi, si deve tener conto di tradizioni che hanno avuto origine in realtà storiche quali il Regno delle Due Sicilie o la Repubblica Serenissima di Venezia. Tra l’altro questo dovrebbe acclarare incontrovertibilmente il diritto di regioni quali la Sardegna o il Veneto di ottenere l’indipendenza politico-amministrativa, per la quale questi enti sono in lotta da anni. Sotto altro aspetto il principio non deve essere inteso valido solo per il popolo nel suo insieme ma anche per ogni singolo individuo. La costituzione italiana, riconoscendo la sovranità del popolo, che è l’entità che ha fondato lo Stato, riconosce implicitamente che, per consentirne la formazione, sul piano ontologico ogni individuo ha ceduto il diritto all’esercizio della propria sovranità individuale. E non è soltanto una fictio iuris. Cosa fanno gli italiani quando vanno a votare, se non rinnovare simbolicamente (e non solo) il patto sociale di delega della propria sovranità (individuale)? Si vota singolarmente, no? Mica in gruppo. Se da un lato il sistema contesta il diritto all’autodeterminazione interna dei popoli, dall’altro postula nei fatti una sorta di principio di autodeterminazione dell’individuo. Si tratta, come tale, di un principio di autodeterminazione interna, che produce effetti all’esterno, quindi contiene in sé anche il diritto all’autodeterminazione esterna, del quale è causa. Quando la Dichiarazione, all’art. 1, afferma che gli tutti esseri umani nascono liberi in dignità e diritti, sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire in spirito di fratellanza gli uni verso gli altri, essa de facto sta riconoscendo e insieme stabilendo un duplice fondamentale postulato: che un essere umano è tale ed è unico, si caratterizza – si individua – perché dotato di ragione, di una sua memoria, di un suo bagaglio di esperienze, e di coscienza, cioè della coscienza di essere, e di un certo grado di consapevolezza sul quale fonda i propri meccanismi comportamentali e le proprie determinazioni; che ogni essere umano così definito, essendo uguale e libero agli altri suoi simili, con cui deve agire in spirito di fratellanza – si legga: cooperazione e rispetto delle libertà individuali – possiede e gode della facoltà/diritto imprescindibile e inalienabile del libero arbitrio. In altre parole la Dichiarazione universale dei diritti umani riprendere paro paro e pertanto rinnova la vigenza del famoso principio biblico di diritto divino. La cosa non deve certo stupire: è fatto comunemente noto che non molti secoli fa la Bibbia nei territori del Sacro Romano Impero aveva effettivamente valore di legge, al pari di una costituzione o di un codex; invece è praticamente sconosciuto ai più che da allora le cose non sono molto cambiate… E’ opportuno per scrupolo chiarire che il libero arbitrio non è soltanto una facoltà, non è solo la capacità dell’uomo di perdonare le offese, non va ricondotto e circoscritto solamente all’insegnamento del Cristo del “porgere l’altra guancia”, e certamente ci si deve discostare dall’interpretazione superficiale fornitaci dalle istituzioni religiose. Non si sta parlando di buonismo bensì della libera determinazione di un uomo in grado di dominare il suo impulso a reagire – del potere di autodeterminarsi liberamente a prescindere dalla situazione esterna, di essere libero. A ben guardare un potere immenso, una facoltà che ha del divino. Questo per quanto concerne l’uomo nel confronto, nel rapporto con se stesso, con la sua dimensione (etica) interiore. All’esterno il libero arbitrio è un diritto, una libertà imprescindibile che deve essere concessa a ogni essere umano dai suoi simili, considerati alla stregua di fratelli (“spirito di fratellanza”). Gli altri sono i consociati che presi nel loro insieme formano la società, il popolo, l’ordinamento. Ciò significa che ogni ordinamento giuridico positivo deve garantire al singolo il diritto all’esercizio del libero arbitrio, poiché sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Ogni individuo deve poter contare su organi e istituzioni idonee non soltanto a garantirgli sufficiente libertà affinché egli compia liberamente il proprio destino (senza tentare di condizionare le sue scelte) ma che siano pure in grado di offrirgli al bisogno assistenza, mezzi, tutela, cura e istruzione, e comunque tutto quanto si può ragionevolmente pretendere da un ordinamento positivo affinché il singolo intraprenda il cammino che si è liberamente scelto e lo porti a compimento, che ne goda i frutti e che possa con la propria attività avere una vita dignitosa. Il bene più grande, quello verso cui tutti più o meno si tende è la libertà, ovvero essere e fare ciò che si vuole nel rispetto della libertà altrui. In concreto allora a ogni consociato l’ordinamento giuridico dovrebbe consentire di poter svolgere per esempio il lavoro che più preferisce senza divenirne schiavo e di poter vivere dignitosamente di quel lavoro. Capite bene che non servono molti ragionamenti logico-giuridici per rendersi conto che ad oggi non v’è un ordinamento che sia uno – forse qualcuno nei paesi scandinavi (ma a mio giudizio nessuno) – che possa considerarsi del tutto idoneo a offrire le suesposte garanzie. Ce n’è già abbastanza così per far cadere l’intero castello di carte degli istituti positivi.

“Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere” (Thomas More)

DAL DISCERNIMENTO ALLA SOVRANITA’. Il termine sovranità viene comunemente utilizzato per indicare la sovranità dello stato intesa come potere politico. Si parla di sovranità interna con riguardo alla forma di governo di un dato stato e di sovranità esterna riferendosi al modo in cui uno stato si pone nei rapporti con altri stati. In Italia ai sensi dell’art. 1, comma II, della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E’ opportuno precisare che la sovranità appartiene al popolo non perché lo dice la Costituzione, anzi: è il popolo che in quanto sovrano può darsi una Costituzione, cioè può decidere la forma di governo e istituire così un potere statale e insieme legittimarlo. Del resto dalla rivoluzione francese abbiamo ricevuto in eredità l’assunto per cui la legge è espressione della volontà del popolo. Al primo paragrafo abbiamo definito stato l’entità giuridica e politica risultante dall’organizzazione della vita di un popolo su un dato territorio sul quale esso esercita la propria sovranità. L’Italia è uno stato di diritto cioè una forma di stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo e garantisce lo stato sociale. In secondo luogo va precisato che la sovranità appartiene a ogni singolo individuo e non già soltanto al popolo quale insieme di individui. Diversamente verrebbero meno i presupposti ontologici della stipulazione del contratto sociale in cui ognuno cede il proprio diritto all’esercizio integrale della sovranità – che è necessariamente individuale – e acconsente che questa facoltà/potere venga (parzialmente) delegata al governo. Il cittadino mantiene il diritto di sovranità in quanto de facto acconsente semplicemente che tale potere venga affidato per delega ai rappresentanti politici, che lo esercitano in loro vece (o perlomeno così dovrebbero fare…). Ciò che è stato oggetto di contestazione in giurisprudenza e dottrina non è tanto la sussistenza in capo al singolo individuo del diritto di sovranità – e ci mancherebbe altro, visto l’art. 1 della Costituzione – quanto piuttosto il suo esercizio integrale sul piano individuale in presenza di un ordinamento giuridico sovraordinato (avente le forme cui la storia ci ha abituato) a cui tale potere, ugualmente a quello degli altri consociati, sarebbe stato volontariamente ceduto per mezzo del patto sociale istitutivo della forma di governo (democrazia rappresentativa). Per essere più chiari: lo stato è l’insieme dei cittadini che decide di darsi un ordinamento giuridico, la repubblica è la forma di governo scelta. Sul piano individuale la sovranità è la condizione di colui che non accetta un potere superiore al suo. Del resto il sovrano è “colui che sta sopra”, “che ha superiorità”; dal francese souverain, che a propria volta deriva dal latino surseranum (da sursum = in alto) e superanus, formato dalla particella super. La sovranità definita come superiorem non recognoscere è una condizione soggettiva (ossia è una coscienza-volontà), non oggettiva, che abbisogna però di essere dichiarata oggettivamente e di essere posta in atto per essere riconosciuta (da terzi, dagli altri consociati). E’ chiaro che, al di là della notifica dell’autodichiarazione di sovranità, tale condizione – dovendo sussistere di default – per mantenersi tale (per consolidarsi) abbisogna di essere costantemente esercitata (de facto), nel senso che il sovrano dovrebbe tendenzialmente dare di volta in volta prova di essere in grado di autodeterminarsi senza ledere i diritti altrui, di non aver bisogno di essere corretto o reindirizzato nelle proprie scelte di vita sociale, che nel suo caso le occasioni non fanno l’uomo ladro. Pertanto la detta condizione richiede una certa consapevolezza come pure uno studio approfondito del diritto (anche positivo), pena l’impossibilità di rapportarsi alle pubbliche istituzioni delle quali si vuol contestare l’operato coercitivo o che si vogliono delegittimare in relazione alle proprie personalissime vicende giuridiche, posto che l’attività delle stesse si muove in senso contrario alla sovranità integrale. Va da sé che al di là della preparazione tecnica ogni individuo adulto è in grado di percepire ciò che si palesa come ingiusto e arbitrario nei suoi confronti; pertanto quel che contano sono i principi, è la presenza di un codice morale di condotta. Interessante in tema di sovranità e territorialità riferire della Shari’a (dall’arabo “sentiero battuto”), la legge islamica, che accoglie il principio della personalità del diritto. Si tratta della legge sacra dell’islamismo, basata principalmente sul Corano e sulla sunna o consuetudine, che raccoglie norme di diverso carattere, fra le quali si distinguono quelle riguardanti il culto e gli obblighi rituali da quelle di natura giuridica e politica. Sebbene in alcuni stati a maggioranza musulmana la shari’a venga considerata come una fonte di diritto positivo, nell’Islam delle origini e per molti studiosi attuali essa è più propriamente un codice di comportamento etico che dovrebbe essere privo di potere coercitivo. Peculiarità della shari’a è il suo contemplare questioni di statuto personale del credente tali per cui essa è valida a prescindere dal territorio in cui svolgono determinati atti o fatti giuridici: per l’appunto quello della personalità del diritto è un principio secondo il quale il diritto da applicare nelle controversie non è determinato per territorio ma sulla base del popolo al quale si appartiene.

“Esistere è per noi sentire; la nostra sensibilità è incontestabilmente anteriore alla nostra intelligenza, e noi abbiamo avuto sentimenti prima di idee […] Conoscere il bene non è amarlo, l’uomo non ne ha una conoscenza innata; ma non appena la sua ragione glielo fa conoscere, la sua coscienza lo porta ad amarlo; è questo sentimento che è innato […] Coscienza! Coscienza! istinto divino, immortale e celeste voce; guida sicura di un essere ignorante e limitato, intelligente e libero; giudice infallibile del bene e del male, che rendi l’uomo simile a Dio, sei tu che fai l’eccellenza della sua natura e la moralità delle sue azioni; senza di te non sento niente in me che mi elevi al di sopra delle bestie […] Grazie al cielo eccoci liberati da tutto questo spaventevole apparato di filosofia: possiamo essere uomini senza essere sapienti; dispensati dal consumare la nostra vita nello studio della morale, abbiamo a minor prezzo una guida più sicura in questo dedalo, immenso, delle opinioni umane. Ma non è sufficiente che la guida esista, occorre saperla riconoscere e seguire […]” (Jean Jacques Rousseau, “Il contratto sociale”)

Fabrizio De André – Khorakhané

 

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