Dai solchi nel grano alle linee di confine alle rotte commerciali

“Fare” diritto significa essenzialmente ragionare. Significa  disquisire attorno ai più alti principi fondamentali del mondo umano – connotati da un forte carattere etico – esplicativi di concetti universali quali libertà, uguaglianza, fraternità e sovranità; affinché un legislatore possa trasporli su carta, in primis nelle Carte fondamentali e nelle Costituzioni degli stati, e perseguire così lo scopo stesso del diritto: consentire la pacifica e proficua convivenza di una o più etnie di genti, anche molto diverse tra loro. Dunque il diritto è come un ponte che unisce le sponde opposte di un fiume; è come una strada, è un substrato di regole comuni atte a sedimentare la fiducia reciproca; è una corda tesa tra un interesse e un altro, è la corda che non si spezza quando ogni altra corda, ogni altro legame si sfalda. E’ stata questa per me la primissima grande lezione che ho ricevuto sul diritto ai tempi dell’università. Purtroppo non è coincisa con la prima lezione del corso, bensì con un esame del (mio) quarto anno (diritto romano) in cui, per una strana coincidenza, l’esaminatore portava il mio stesso nome di battesimo. L’insegnamento, profondissimo, è intervenuto a pulire un preconcetto comune a molti, giuristi e non giuristi, moderni e contemporanei, che ritengono e hanno ritenuto che la parola “diritto” richiami semplicemente un insieme più o meno elaborato e consolidato, insuperabile, di regole scritte, basato sull’unico principio che nessuno dimentica, quello di legalità, peraltro da troppo tempo (quasi) assolutizzato negli ordinamenti giuridici di molte epoche storiche. Fare diritto significa fare etica, ossia abbracciare quel ramo della filosofia (definito da Kant “scienza della ragion pratica”) che si occupa dell’analisi di qualsiasi forma di comportamento umano: politico, giuridico o morale; l’etica in filosofia è la ricerca di ciò che è bene per l’uomo, di ciò che è giusto fare o non fare, anche e soprattutto in relazione alle conseguenze che le azioni di un dato individuo hanno nei confronti del prossimo, degli altri consociati, e verso il mondo esterno.

La controprova di quanto or ora affermato è di facile e immediata dimostrazione. Che fare diritto voglia dire ragionare è frutto di un semplice e banale… ragionamento: le società umane degli albori, le proto-società (società “bambine”), per soddisfare il loro intrinseco bisogno di autoregolarsi, di acquisire norme certe atte a preservare la pacifica convivenza, non potevano certo pescare da precedenti tradizioni normative, che ancora non esistevano; pertanto la stesura di ogni proto-canone partiva essenzialmente dall’osservazione dei fatti e del mondo circostante, da ciò che accadeva in natura, similmente a come fanno i bambini quando si accingono a compiere le prime esperienze individuali, svolte imitando gli adulti, già esperti, perché venuti al mondo prima. L’arte imita la natura, e il diritto – anch’esso un arte (anzi, L’arte) – non fa eccezioni. Per la verificazione dell’efficacia, della legittimità e della validità di una norma, poi, inizialmente non si poteva far altro che andare per tentativi, specie per ciò che ancora sfuggiva alla logica delle prime società tribali della preistoria, in relazione al grado evolutivo posseduto; inoltre, trattandosi delle prime forme di aggregazione sociale, molte fattispecie, molte sfaccettature – soprattutto nelle situazioni patologiche della convivenza – erano misconosciute perché non si erano mai verificate, erano sconosciute all’esperienza umana. Tutto ciò obbedisce a un altro adagio tipico dell’età infantile, quello per cui “sbagliando s’impara”. Così, i primi errori giudiziali, le prime inesattezze, come anche – e purtroppo – le prime ingiustizie (talvolta gravi) frutto dell’imperfezione di una data legge fungevano da spunto, da precedente per migliorare l’organigramma sociale. Certamente la massima esigenza era (ed è tutt’oggi) quella di soddisfare il requisito della legittimità di una data norma, ed è qui che entra in gioco l’etica, e si affianca alle usanze, ai costumi di una data società, alle sue consuetudini (esperienze giuridiche consolidate dalla diuturnitas, cioè dalla prassi, e dall’opinio iuris ac necessitatis, ovvero dalla convinzione che un dato comportamento sia moralmente obbligatorio); laddove l’etica le supera o le mitiga, nasce la civiltà.

Evidente come, allora, la genesi dello stato e successivamente della democrazia (che può essere sinonimo di libertà effettiva) sono parte di un unico grande processo storico; perché storicità implica il raggiungimento di un quantum di consapevolezza tale da permettere ad un agglomerato sociale di sperimentare e comprendere la relatività della dimensione umana: “Il problema dell’unità del mondo è un problema di auto-interpretazione storica dell’uomo” (C. Schmitt). Con altrettanta evidenza è stato grazie all’etica che si sono scoperti e applicati tutti i principi universali che sono stati via via trasposti nelle Carte costituzionali e dei diritti umani, a partire dalla Polis greca, passando per la Magna Charta Libertatum del 1215 e per certuni principi mistico-religiosi (“ama il prossimo tuo come te stesso”), sino ai giorni nostri. In ambito internazionalistico un principio cardine ed emblematico è senz’altro quello della personalità del diritto (rinvenibile già nello ius gentium degli antichi romani), secondo cui gli atti di qualcuno devono essere disciplinati dalle norme proprie della sua nazione, intendendo qui per nazione un’entità giuridica comune che va oltre i confini geograficamente intesi. Ne troviamo odierna manifestazione nella Shari’a, la legge islamica, che offre tutela giuridica al singolo individuo in ragione della sua fede prima che per territorio di provenienza-appartenenza, e che gioca e ha giocato un ruolo fondamentale nella tutela dei diritti assoluti dell’essere umano. Di un altro principio, quello di tolleranza, ci parla un grande vecchio, Erodoto, il cosiddetto “padre della storia”, che riporta, a sostegno ed esemplificazione di quel relativismo gnoseologico e culturale che permea tutte le sue Storie, il celebre aneddoto dell’esperimento etnologico di Dario…

“Dario, durante il suo regno, mandò a chiamare i Greci che vivevano alla sua corte, e domandò loro a che prezzo sarebbero stati disponibili di cibarsi dei loro padri morti: ed essi risposero che non lo avrebbero fatto a nessun prezzo. In seguito Dario convocò quegli Indiani che vengono chiamati Callati, i quali mangiano i propri genitori, e in presenza dei Greci (che grazie a un interprete potevano capire quanto si diceva) chiese loro a che prezzo avrebbero accettato di bruciare i loro padri morti: ed essi con alte grida lo esortarono a non proferire empietà. Tanto potenti sono le usanze: e a me sembra che Pindaro avesse ragione quando affermava che “la consuetudine è regina di tutte le cose””

UN ANCESTRALE, PROFONDO BISOGNO DEL LIMITE. Il panorama storico-giuridico del mondo antico ha subito una grande rivoluzione con l’avvento dei commerci prima e dell’agricoltura poi; in particolare la rivoluzione agricola ha introdotto comunità umane stabili in senso proprio, ossia comunità che procedono all’occupazione di un dato territorio allo scopo di mettervi letteralmente radici e fare di quel territorio un luogo geopolitico da chiamare definitivamente casa. Con il nuovo scenario si affacciano le questioni relative alla spartizione e alla delimitazione delle terre da coltivare o da abitare, nascono cioè quelle particolari tipologie di vertenze giuridiche legate alla terra e costituenti la base originaria dell’odierno diritto continentale positivo. Mi riferisco alle problematiche di divisione dei confini. Nella serie Da Vinci’s Demons, in cui peraltro ci viene sbattuto in faccia – dietro la maschera della finzione televisiva – che Leonardo sarebbe stato nelle Americhe prima di Colombo, viene descritto un antico rituale, utilizzato quando genti straniere giungevano presso una nazione e si presentava la necessità di comprenderne e valutarne le intenzioni (pacifiche o bellicose?): Leonardo scava un solco nel terreno, vi pone del mais, lo ricopre e innaffia con acqua; un chiaro segno di pace, di vita e di appartenenza alla terra; ma altresì un chiaro segno giuridico della tipologia di diritto invocato, cioè il diritto naturale continentale e le leggi agrarie: il nomos della terra in senso stretto. Nomos è un vocabolo della lingua greca che a far data dal V sec. a.C. indica la norma di legge e in senso lato il diritto; a sua volta nomos viene da nemein, una parola che significa tanto “dividere” quanto “pascolare”. Il nomos è pertanto la forma immediata nella quale si rende parzialmente visibile l’ordinamento polito e sociale di un popolo, la prima misurazione e divisione del pascolo, vale a dire l’occupazione di terra e l’ordinamento concreto che in essa è contenuto e da essa deriva. Il solco nel terreno – che, al di là degli usi, è una linea – nel nomos della terra acquista valenza giuridica di confine agrario (o interno). All’origine il confine è la linea – anche solo astratta, non visibile in nessun modo – che separa le proprietà; in termini pratici: la linea fino alla quale si estendono due terreni adiacenti appartenenti a due diversi individui o soggetti giuridici. La parola “fine” viene dal latino finis e, come in italiano, indica la conclusione di qualcosa (in latino veniva usata proprio per indicare il confine); “con-fine” vuol dire che quella conclusione è comune, è la stessa per entrambi i terreni. Ognuno dei due terreni cioè finisce, ha termine, è limitato, si conclude sulla stessa linea. Siamo spesso costretti dunque a utilizzare parole che significano la stessa cosa: concludere e conclusione si riferiscono alla chiusura, cioè alla funzione del confine che chiude il terreno e separa ciò che è di Tizio da ciò che è di qualcun altro. Terminus era il nome adoperato dai romani per i segnali che indicavano il percorso della linea di un confine (pietre, pali, muretti); da terminus deriva la nostra parola “termine”. Anche limite viene dal latino (limes) e in passato indicava il confine fortificato. Allargando il cerchio, una civiltà stabile ha necessità di… stabilire i propri confini esterni, quelli che delimitano il territorio della costituenda nazione, le frontiere. Sul punto va specificato che un diritto sopra un appezzamento di terra vale sia in ambito interno, verso gli altri consociati e i loro appezzamenti, sia in ambito esterno, internazionale, verso lo stato straniero o limitrofo, o quello nullius (verso le cosiddette “terre di nessuno”). I riferimenti per delimitare il territorio di uno stato sono in origine di carattere naturale: fiumi, laghi, catene montuose, coste, ecc. Oggi i confini politici interstatali appaiono distinti convenzionalmente in naturali e artificiali. A ben guardare però ogni confine è artificiale: sul piano dottrinale i confini seguono qualche elemento naturale del paesaggio (un fiume o la riva del mare), e vengono detti naturali; in altri casi seguono una linea del tutto arbitraria, come nel caso delle linee rette che separano buona parte degli stati dell’Africa, i cui confini furono decisi a tavolino dalle potenze coloniali, e vengono detti artificiali perché non tengono conto della conformazione e degli elementi naturali del paesaggio. Ma non bisogna farsi ingannare: non esistono confini propriamente naturali e nessun elemento paesaggistico naturale separa davvero qualcosa da qualcos’altro. Sotto altro aspetto confine è la linea lungo la quale corre una divisione, una separazione, una discontinuità. Però dato che la divisione avviene lungo una linea, essa è al tempo stesso una linea di contatto: è dunque opportuno rammentare che un confine non soltanto separa, ma anche unisce. In natura non esiste discontinuità, pertanto qualsiasi confine, qualsiasi limite è puramente artificiale e convenzionale… Anche nel mondo umano il confine tra due stati non è una sorta di muro invalicabile o di baratro insuperabile; è però opportuno che via sia un confine tra un territorio geopolitico e un altro, e ciò per rimarcare la distanza culturale, quindi per l’effetto legislativa, tra una nazione e un’altra. Il paradosso del confine è forse proprio questo: a volte, con un singolo passo, si giunge in un luogo molto molto distante rispetto a quello in cui ci si trovava giusto un passo prima di uscire da uno stato, un villaggio; in certi casi pure da una valle, un campo o una casa. Una conquista morale questa che i popoli del mondo antico impararono relativamente presto: ed è così che ebbe origine il diritto internazionale, la branca del diritto che trova la propria ragion d’essere nell’esistenza di una pluralità di ordinamenti giuridici e nei rapporti che si istituiscono tra di essi. Il diritto internazionale regola la vita della comunità internazionale: può essere definito come il diritto della comunità degli stati, quindi un diritto al di sopra di essi e dei loro ordinamenti interni. Per quei lettori che volessero approfondire: “Autodeterminazione, territorialità e sovranità: princìpi e vaglio dei popoli”, 10.07.2017.

“Io resto alla e sulla terra. Per me l’uomo è un figlio della terra e lo rimarrà fintantoché resta uomo” (C. Schmitt)

SULLE ORME DEL DIRITTO, LUNGO LA VIA DELLE INDIE. Carl Schmitt (1888-1985) è uno dei più noti e discussi teorici tedeschi di diritto pubblico e internazionale. Il suo pensiero – le cui radici affondano nella religione cattolica, ma anche nel clima del nazismo – ruotò attorno alle questioni del potere, della violenza e dell’attuazione del diritto. Schmitt, nel saggio Il nomos della terra (1950), testo considerato come summa del suo pensiero filosofico e giuridico, si occupa di diritto internazionale e del suo predecessore, lo ius gentium (“diritto delle genti”): nel diritto romano, il complesso delle norme giuridiche considerate come fondate sulla naturalis ratio presente in tutti i popoli giunti a uno stadio equivalente di sviluppo; si trattava perciò di norme regolatrici soprattutto del commercio, comuni anche agli stessi romani, che se ne potevano servire per regolare i rapporti tra loro, oltre che con soggetti di altra nazionalità. Questione centrale del saggio di Schmitt è il tema dello spazio e della sovranità su di esso, unitamente alle forme di dominio e di conquista di nuove terre; tema che l’autore ritiene essere la chiave di lettura ideale per la definizione del diritto internazionale. Nella sua analisi Schmitt sviluppa un’indagine sui rapporti di forza e di potenza tra gli stati, cioè sui modi in cui sono state regolate le principali dispute tra stati per il possesso del territorio e, in ultima istanza, sui rapporti tra l’uomo la terra e la sovranità su di essa. Egli distingue due periodi che hanno caratterizzato il diritto internazionale e le guerre (anche economiche) per il dominio della terra. Un diritto pre-globale, che ignorava il mare e definiva sovranità e territorio attraverso l’occupazione di terre a opera delle prime comunità umane. In questo contesto il nomos della terra è un ordinamento giuridico primordiale secondo cui è “naturale” ottenere la terra attraverso la forza per occupazione; un ordinamento che giustifica la conduzione di una guerra per conquistare sovranità e territorio. Il primo nomos, quello della terra, ha come soggetto lo stato concepito come un’istituzione territoriale che interpreta e rappresenta l’unità politica di un popolo sulla base di un diritto non scritto e non codificato, ma che governa la storia dell’Europa continentale: il diritto di ogni popolo all’occupazione e divisione della “sua” terra. Il nomos primordiale è dunque ciò che stabilisce tutti i rapporti tra i soggetti e la terra, il rapporto produttivo, la sua coltivazione, il suo ordine distributivo e la localizzazione di essa, il rapporto tra sovranità e territorio in un ordinamento che è il nomos (come dice Kant: “ripartisce sul territorio il mio e il tuo”). Schmitt sostiene che il fatto che l’uomo tenda ad occupare il suo spazio e a darsi un ordinamento secondo la legge è l’inizio del nomos: l’uomo smette di cacciare e di pescare, e di essere quindi nomade, e si insedia su un territorio stabilendo dei rapporti di forza e affermando la sacralità della sfera dei diritti. In questo contesto al contendente che aspira al possesso della stessa terra non è riconosciuto uno stato di pari dignità giuridica, non sono riconosciuti pari diritti su una terra che è già stata occupata da altri (chi primo arriva…). Un diritto globale, che si diffonde a partire dal 1492 (data consegnata alle cronache storiche ufficiali d’incontro tra le Americhe e il vecchio continente in epoca moderna) e che da un lato amplia lo spazio a disposizione degli stati, mentre allo stesso tempo tende dall’altro a riequilibrare i rapporti di forza tra gli stati stessi, favorendo la considerazione di un’entità geopolitica straniera come contendente (ri-) qualificato. Rimane la legittimità della contesa bellica, da mitigarsi con apposite regole di diritto internazionale pubblico: è una concezione di guerra “vestita”, una guerre en forme, non più una lotta barbara per la sopravvivenza. Schmitt ci parla di una guerra giusta (iustum bellum), anche se tutto ciò, per altri filosofi del diritto, anteriori e posteriori, sa di paradosso: non fosse altro per il fatto che la guerra inizia laddove il diritto finisce. Al diritto globale, che rinnova e modernizza la concezione di possesso della terra, si oppone, però, un diritto diverso: quello del mare, che rimane l’unica superficie spaziale libera per tutti gli stati e aperta al commercio, alla pesca e al libero esercizio della guerra marittima e del diritto di preda, senza preoccupazioni di vicinato o di confine geografico. Soggetto di questo diritto non è lo stato ma la società. Il mare non è né territorio statale né coloniale e né zona occupabile pertanto rimane al di fuori di ogni ordinamento spaziale statale (principio della libertà dei mari). Pure qui il pensiero e i resoconti di Schmitt necessitano di un’aggiustatina, posto che il diritto marittimo non era affatto sconosciuto alle Repubbliche marinare o ai vichinghi (giunti anch’essi nelle Americhe prima di colombo), e in epoca ancora anteriore ai fenici e ai loro contemporanei ma più misteriosi popoli o predoni del mare, e ciò per quanto riguarda il solo mar Mediterraneo (tra le righe: i primi pirati non sono certo stati quelli dei Caraibi, resi famigerati dai romanzi d’avventura, dal cinema e dalla televisione). In storia giuridica si è sovente affermata la necessità che gli stati, nel porre i propri confini, si conformino a certi principi; così, in base a una regola spesso usata dagli stati si dovrebbe assumere come frontiera qualche barriera naturale interrompente la continuità del territorio; così pure, secondo una dottrina prevalsa di recente, i confini di ciascuno stato dovrebbero comprendere tutti i territori abitati da individui appartenenti a una data nazionalità (teoria della nazionalità). Come a dire che si deve tener conto sia delle linee di terra sia delle linee di sangue comuni a certi individui. Considerazione nota agli antichi popoli di natura migratoria, popoli come tali dediti al commercio internazionale sia terrestre sia marittimo. Fin dalla formazione delle prime civiltà si è sempre dato spazio e supporto ai commerci, specie se internazionali, attesa la loro duplice utilità di consentire e favorire la fioritura degli stati e dei popoli nonché il mantenimento di rapporti di pace (di buon vicinato). Pertanto venivano stilati già presso i fenici o gli egizi accordi e trattati atti al mantenimento delle più antiche rotte commerciali – a loro volta ricalcate su ancor più vetuste rotte migratorie – il tutto nel rispetto del diritto consuetudinario: da un lato infatti non si poteva agire altrimenti per dare la massima valenza giuridica alle convenzioni via via stipulate; dall’altro si otteneva naturalmente lo scopo garantista di tutela dei commercianti anche in fatto, cioè verso tutte quelle genti, vuoi per distanza geografica, vuoi in forza di un minor grado di evoluzione socio-politica, non incluse nell’accordo internazionale. Cioè a dire che le rotte, le linee commerciali del mondo antico, in terra come in mare, costituivano quelle che – utilizzando liberamente l’analogia iuris a fini didattici e applicandola alle leggi agrarie – potrebbero essere (impropriamente?) definite delle vere e proprie servitù di passaggio internazionali, il più delle volte di caratura continentale o anche extra-continentale. La più affascinante di tutte è certamente la via della seta, il reticolo che si sviluppa per circa 8.000 km costituito da itinerari terrestri, marittimi e fluviali lungo i quali nell’antichità si erano snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. Non a caso la stessa via commerciale venne successivamente utilizzata dai mercanti della Repubblica Serenissima di Venezia, tanto che perfino la letteratura italica ha inteso celebrarla con Il milione, l’opera che racconta i viaggi in oriente di Marco Polo, un mercante veneziano. La storia ufficiale narra che la seta iniziò a uscire con regolarità dalla Cina dopo il 200 a.C., quando fu utilizzata per pagare i tributi che gli xioungnu (una popolazione nomade di origine mongola) avevano imposto all’imperatore; sempre secondo la storia ufficiale il mondo romano la conobbe attraverso gli stendardi dei parti – popolazione nomade di origine iranica che fu storica antagonista di Roma – e ne divenne il principale consumatore, contribuendo a incrementare i traffici commerciali tra Oriente e Occidente. Tra le varie merci in transito ve n’erano alcune la cui natura era più preziosa dell’oro: lungo la via della seta viaggiavano le prime grandi ideologie e conquiste tecnico-scientifiche e morali dell’umanità (concetti fondamentali di matematica, geometria, astronomia e soprattutto diritto e filosofia). Gli scambi commerciali e culturali furono determinanti per lo sviluppo e la fioritura di molte civiltà antiche e meno antiche: dai vichinghi ai fenici agli egizi, dalla Cina all’India a Roma, fino alla Repubblica di Venezia. Tutte queste civiltà presentano evidenti tratti comuni dai quali, con altrettanta evidenza, è germinata (almeno in parte) la loro fortuna: si tratta di popoli dotati di grandi capacità comunicative. La Cina vanta il primato della lingua parlata, dall’alfabeto fenicio sono derivati tutti i moderni alfabeti, l’Egitto unisce i geroglifici al linguaggio logografico della geometria, Roma possiede le costruzioni giuridiche più efficaci (seppur mutuate nel nucleo dalla Grecia) e Venezia le arti. Sono stati questi tratti peculiari a consentire a tali civiltà di guadagnarsi di volta in volta la fides, la fiducia dei popoli con i quali si interagiva commercialmente. Ma la storia ci ha mostrato che se le vicende politico-mercantili sono utili a creare dei punti di contatto, quando la bilancia degli interessi giunge a pendere troppo verso una delle parti dell’accordo o del trattato di scambio e detto accordo si rompe, si verifica l’esatto opposto. Legare la fides (unicamente o principalmente) a un trattato economico, a vantaggi patrimoniali di natura commerciale, equivale a subordinarla alle imprevedibili dinamiche mercantili, specie se le norme contenute nei trattati sono ispirate alle teorie liberiste come avviene purtroppo oggigiorno. Più ancora, se sfugge ai controlli della giustizia, una siffatta concezione rischia di sporcare la fides originaria che gli stessi cittadini di uno stato ripongono l’uno nell’altro, per adottare strategie individualiste e di divisione sociale in classi, in base alla professione, al censo o all’ambito di pertinenza dei propri interessi. Nelle ipotesi peggiori si giunge a sfaldare lo stato dall’interno! E la storia ci ha più volte portato testimonianze di alcuni popoli che hanno ampiamente utilizzato la tattica, il grimaldello del cavallo di troia delle dinamiche commerciali (incontrollate) per provocare il collasso economico di una nazione e poi invaderla. Per ulteriori approfondimenti: “L’altro, l’incontro, il riconoscimento. Et… ubi societas ibi ius”, 20.06.2017.

“E’ significativo il fatto che l’uomo, quando si trova su una costa, guardi spontaneamente dalla terra verso il mare aperto, e non, al contrario, dal mare verso la terra” (C. Schmitt)

LA CONCEZIONE DELLA NAVE-TERRITORIO E IL CRITERIO DI SPECIALITA’. Accertata la duplice funzione del confine tra uno stato e l’altro, considerata la distanza socio-culturale, quindi, per l’effetto, giuridica che si viene a creare muovendo solo pochi passi oltre la linea di frontiera, è quantomai storicamente giustificata la presenza delle dogane e la pratica ancestrale di imporre il pagamento dei dazi commerciali; all’opposto sono più che manifeste le conseguenze negative che comporterebbe la rimozione di tutto ciò, come effettivamente tali pratiche hanno recentemente comportato, almeno per quel che ci riguarda, come minimo a far data dalla creazione della Comunità Europea, già Comunità Economica Europea. Infatti sin dalle epoche più remote il citato principio della libertà dei mari – uno dei cardini del diritto marittimo – si sostanzia nella regola per cui la nave è sottoposta alla potestà esclusiva dello stato di cui la stessa ha la nazionalità, il cosiddetto Stato della Bandiera (Conforti). La nazionalità costituisce il criterio di collegamento della nave con l’ordinamento giuridico di uno stato e, per l’effetto, il natante può godere di protezione diplomatico-consolare all’estero. Inoltre, in materia di navigazione le leggi speciali di diritto marittimo prevalgono sulle norme generali (criterio di specialità), come quelle del codice civile, che si applicano soltanto se la legislazione marittima è manchevole o non può essere utilizzata per analogia iuris con altra fattispecie [cfr. art. 1 delle disposizioni preliminari al codice della navigazione]. Tali costruzioni normative sono evidenti richiami alle antiche consuetudini atte a regolare il transito e l’incontro tra le diverse tribù dei popoli migratori e a favorire e tutelare la libera circolazione delle carovane dei mercanti. In epoca moderna il primo illustre utilizzatore del concetto di nave-territorio fu Schmitt; agli albori del diritto positivo furono le popolazioni marittime e isolane a canonizzarlo (tra cui i misteriosi e quasi misconosciuti popoli o predoni del mare), attingendo al linguaggio simbolico e mutuandolo – anticipando de facto l’analogia iuris di matrice romana – dal nomos della terra e da altre proto-massime. Da ciò ne discende che il diritto internazionale moderno – la cui codificazione è avvenuta solo nel basso medioevo con la Lex Mercatoria – ha radici molto profonde, che non possono essere limitate allo ius gentium, il corpus delle massime di diritto vivente assorbito nelle consuetudini extra-statali e mercantili dell’Impero Romano, soprattutto se si pensa alla natura prettamente continentale, di terra, della tradizione giuridica di civil law. Invece il diritto internazionale è un diritto di mare. In seconda istanza, si intuisce pure quali importanti necessità abbiano spinto nazioni e stati a stipulare trattati e convenzioni dotate di una validità e di un’efficacia che andasse oltre il territorio interno, da sempre il limite dell’imperio del potere di uno stato. Non si parla qui della necessità di prevenire le guerre, da considerarsi quali forme patologiche della convivenza delle prime comunità internazionali; si parla piuttosto della criminalità internazionale nella sua forma più dannosa, di terra ma soprattutto di mare, la cosiddetta pirateria, che dalla notte dei tempi ha portato alla luce la faccia nascosta, oscura, del principio della libertà dei mari: se il mare è tendenzialmente libero, la giurisdizione di un dato stato non potrà mai spingersi oltre il limite delle acque territoriali. Se si considerano poi la vastità e la profondità dei sette mari e i molti imprevisti che può comportare una traversata oceanica, si giunge a comprendere pienamente perché tali piaghe abbiano continuato a proliferare nei secoli, incontrando periodi di grande fortuna ogni volta che il mondo si è fatto più grande, sia per spirito d’avventura di certi esploratori sia soprattutto per via dello sviluppo di nuove tecniche e tecnologie di navigazione. Fu anche in considerazione di tali gravi questioni che si sviluppò la consuetudine di tutelare le rotte commerciali, i solchi lasciati dai carri dei mercanti e le linee tracciate dalle carovane, e più ancora le rotte delle navi sulle mappe e sulle carte nautiche: la pirateria sia oggettivamente sia storicamente è sempre stata un’attività più lucrativa e meno rischiosa di un assalto a una diligenza, a una carovana o a un treno. Per quel che riguarda la terra, l’appellativo di “nave del deserto” conferito al cammello non è casuale rifacendosi proprio a codesti schemi di pensiero; derivati con espresso riferimento al mare quale termine supremo di confronto: il mare giuridicamente è libero in primis perché non può essere oggettivamente abitato o colonizzato, e anche in pieno deserto si incontravano un tempo simili ostacoli alla civilizzazione. Proseguendo nel ragionamento: ogni nave, ogni imbarcazione è tendenzialmente libera e costituisce un locus giuridico, in fatto prima che in diritto, che è essenzialmente libero. Tali concezioni, originatesi da popolazioni marittime e isolane di pescatori e commercianti, trovarono sistemazione e ampliamento attraverso il contatto con le civiltà più evolute del Mediterraneo. Una su tutte quella egizia, che basava la propria agricoltura sull’osservazione e lo studio della frequenza delle piene del Nilo; in Egitto si sviluppò la geometria – letteralmente “misura della terra” – che, contestualmente al linguaggio logografico, contribuì a integrare il nomos della terra nella divisione dei confini agrari e non solo: oltre alla geometria e alla scrittura (geroglifica), gli egizi riversarono nel diritto, in quanto ritenute astrattamente giuste e pragmaticamente applicabili, le scoperte scientifico-morali conseguite dalle altre scienze. Per esempio l’astronomia e la geometria furono determinanti per la redazione di carte nautiche e mappe, di rotte commerciali, per la divisione di confini interni ed esterni. E, tornando alla pirateria, in ogni sua forma e manifestazione intesa, uno dei motivi della sua fortuna è sicuramente da ricercarsi dell’eccessivo grado di evoluzione tecnico-commerciale rispetto a quella socio-culturale e, per logica conseguenza, giuridica, di un dato stato o comunità di stati. A un livello estremo, in epoca remota erano gli imperi tecnologicamente più evoluti, e culturalmente meno evoluti, che disponevano degli eserciti meglio armati e organizzati e dei soldati più spietati. La storia è zeppa di esempi simili: dagli ittiti ai romani agli spartani ai persiani, e l’elenco è molto più lungo. In tali casi alcune tipologie di popolazioni nomadi, ma anche grandi imperi di terra non si facevano troppi scrupoli dell’abusare della buona fede di altre nazioni, approfittando maliziosamente del maggior grado di diritti che queste ultime, molto più evolute a livello etico-giuridico, concedevano alle genti straniere, come il diritto d’asilo. Oggi sono mutate le armi e i terreni di scontro, perché la guerra globale è di caratura economico-commerciale, ma le conseguenze e gli atteggiamenti sono grosso modo gli stessi, segno evidente che molte civiltà umane sono andate involvendo, sono andate indietro nel tempo “etico”: si pensi ai mega-imperi finanziari, alle borse e alle grandi banche d’affari internazionali. Però, nei secoli successivi alla rivoluzione industriale e meccanica sono apparsi scenari forse mai visti prima nella storia della razza umana: è comparsa una nuova schiera di pirati, che per certi aspetti sono peggio della mafia, in quanto, senza bisogno di alcuna organizzazione, sono suscettibili di poter colpire indiscriminatamente ogni consociato di una qualsiasi comunità sufficientemente evoluta dal punto di vista meccanico-industriale, giocando su una carenza legislativa e giurisdizionale tanto incredibile quanto patologica. Si tratta dei pirati della strada, che solo Italia mietono ogni anno centinaia di vittime più o meno innocenti in pieno stile Death Note – per quelli tra i lettori appassionati di manga giapponesi – mentre all’opposto il codice della strada, in forza di un criterio di specialità abusato (che si fa scudo di un principio di legalità sempre più assolutizzato dai governi), è un codice di diritto amministrativo e non già di diritto penale, e la legittimità di certe scelte discrezionali in tema di sanzioni amministrative al codice della strada è tutta da valutare. Per contro invece le automobili – in relazione a certe condizioni di traffico e del manto stradale e se condotte da guidatori poco responsabili – possiedono una portata distruttiva superiore a quella di molte armi da fuoco, anche e prima di tutto per coloro che le conducono e per i loro passeggeri. Così, mentre da un lato un weekend di festa si trasforma in tragedia, dall’altro una manciata di ragazzini, strapagati da fior fiore di sponsori che pensano solo a vendere auto e moto, si sfida in gare di velocità; mentre in tutto questo orripilante contesto alla Mad Max il padre di famiglia medio, magari, è pure appassionato di corse automobilistiche; il colmo è se, magari, il suo nome di battesimo è proprio Max.

Dire straits – Once upon a time in the west

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