Dall’invenzione della stampa alla manipolazione delle arti

Art. 21 Cost., comma I: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”

…E OGNI ALTRO MEZZO DI DIFFUSIONE. La stampa è la tecnica che permette di riprodurre da una matrice – sia essa fisica, come nella stampa tipografica, o elettronica, come nella stampa digitale – molte copie uguali di testi, disegni o immagini. Ai sensi della legge n. 47/1948 e successive modifiche e integrazioni, sono considerate stampe o stampati “tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici, in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione”. L’invenzione della stampa a caratteri mobili viene attribuita dalla storia ufficiale al tedesco Johann Gutenberg, già orafo, il quale, tra il 1448 e il 1454 stampò a Magonza il primo libro, la Bibbia a 42 linee. Secondo la tecnica utilizzata da Gutenberg, i tipi – ovvero dei piccoli prismi metallici su cui compariva in rilievo a rovescio un carattere – venivano assemblati in linee, che erano a loro volta unite creando pagine di testo. Ogni matrice di una pagina era ricoperta d’inchiostro e stampata con un torchio pressore. Carattere mobile e torchio stravolsero la concezione di stampa; fu così che essa contribuì in modo determinante alla diffusione in epoca moderna della conoscenza dei fatti culturali e alla circolazione delle idee. Prima della stampa erano gli scribi (in epoca classica) e i monaci amanuensi (in epoca medievale). Ad esempio i monaci, per tramandare il sapere depositato nelle chiese, trascrivevano manualmente i testi sacri, e li passavano in fascicoletti distinti ai copisti, i quali provvedevano a realizzare, sempre manualmente e in bella grafia, le copie delle varie pagine componenti il volume, poi rilegato artigianalmente. Alcuni tomi venivano arricchiti di illustrazioni a colori disegnate a mano, denominate miniature. Come sappiamo la carta, la parola scritta non è l’unico mezzo di trasmissione delle informazioni, pur avendo acquisito da Gutenberg in poi la preminenza su tutti gli altri: anche le immagini sono in effetti mezzi di registrazione-trasmissione delle informazioni, per certi aspetti dotati di efficacia maggiore rispetto allo scritto alfabetico, essendo suscettibili di essere recepite anche da coloro che non conoscono una data lingua o sono analfabeti. Più in generale qualunque raffigurazione – parimenti quelle scultoree o architettoniche – comunica un messaggio, trasmette un’informazione. In ogni caso, prima della scrittura e dei supporti fisici offerti dalle diverse epoche storiche (dall’argilla al legno alla pelle al papiro alla carta) era l’ascolto, la trasmissione orale delle informazioni: avrete certamente sentito delle figure degli uditori, determinanti per annunciare alla civitas le disposizioni normative del rex: analogamente la musica, anche solo strumentale – intesa cioè come un susseguirsi (ordinato) di suoni – può costituire un canale informativo. Oggi la trasmissione orale delle informazioni è ritornata a occupare un ruolo preminente (talvolta pari a quello della stampa), grazie alla radio e più ancora alla televisione, e ciò anche in ragione del fatto che gli effetti sonori e audiovisivi catturano l’attenzione dell’utente, garantendo un miglior recepimento. Simili strumenti sfruttano il canale sensibile, cioè servono sul piatto, oltre all’informazione, un nutrito contorno di emozioni. Attitudine mutuata dalla forma teatrale più elevata, la cui prima e maggiore manifestazione storica si rinviene nella tragedia greca, costruita per essere canale polivalente di trasmissione di emozioni, informazioni e cultura, accompagnate da un’esperienza indiretta votata alla catarsi e alla riflessione sulle passioni e la follia; il canale informativo perfetto. Ma anche, in una società civile segnata dal Windigo del mercato e dalla volontà di dominio, un’arma a doppio taglio da maneggiare con cura. Non stupisce allora che sia lo stesso establishment politico-culturale a farci sapere, per il tramite proprio del mezzo cine-televisivo, come re, governanti e potenti di ogni epoca e nazione abbiano fatto ampio ricorso alla cultura – specie al teatro – per fini propagandistici: cito il film Anonymous del 2011, diretto da Roland Emmerich, basato sulla controversa attribuzione delle opere di Shakespeare, secondo la quale esse sarebbero in realtà state scritte da un aristocratico elisabettiano, Edward de Vere, diciassettesimo conte di Oxford. Il film è un thriller storico-politico il cui tema centrale è l’impatto del pathos e delle emozioni che le opere teatrali – i drammi in particolare – sono suscettibili di avere sul popolo, e di come un’aristocrazia all’insegna del mecenatismo sia stata capace di sfruttare tutto ciò per acquisire consensi e stimolare la risposta alle chiamate alle armi in difesa della patria degli interessi nobiliari. Un tempo era la guerra, oggi è il consenso politico. Sul punto pare opportuna una riflessione: se da un lato uno stato di diritto deve riconoscere a ognuno la libertà di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e altri mezzi di diffusione, non è forse altrettanto vero – in una prospettiva più ampia – che la facoltà di manifestazione del pensiero di Tizio attraverso i mezzi di comunicazione di massa dovrebbe essere subordinata al giudizio sul grado di responsabilità e consapevolezza (onestà intellettuale) dello stesso Tizio, che ha la pretesa di volersene servire? Siamo tutti consapevoli della grandissima portata dei mezzi di comunicazione di massa; forse qualcuno lo è un po’ meno in riferimento alle conseguenze che certi messaggi possono avere sulla generalità dei consociati, e sulla psiche dei cittadini più giovani o meno consapevoli. Una priorità dell’establishment politico è quella di non divulgare certe informazioni, oggettivamente… delicate, a meno che non sia strettamente necessario, per non scatenare il panico nella popolazione. Epperò uguale cautela non viene utilizzata allorquando i massmedia omettono di filtrare o bloccare talune dichiarazioni rilasciate dai nostri esponenti politici dai contenuti apertamente razzisti o che istigano all’intolleranza religiosa, quando non addirittura umilianti per la dignità delle genti italiche. Oppure ancora, allorché personalità del calibro di un B. dichiarano che è giusto non pagare le tasse o rivolgono gravissime accuse (anche penali) alla magistratura, i massmedia “scelgono” di non approfondire…

Comma II: “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”

COLPI SCORRETTI E ARMI NON CONVENZIONALI: LA MILITARIZZAZIONE DELLE ARTI. Nella sua accezione più ampia con arte si suole intendere ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza pragmatica. Nel suo significato odierno l’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e messaggi soggettivi; tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile d’interpretazione. Nella sua accezione più sublime l’arte è l’espressione estetica dell’interiorità umana e risponde a tale profondo bisogno. In tal senso, affinché un’opera possa definirsi artistica deve rispecchiare le opinioni dell’artista nell’ambito sociale, morale, culturale, etico o religioso del suo periodo storico; cioè deve essere connotata da quell’unico tratto certo che, peraltro, la descrive e la differenzia da ogni altra forma di opera umana: l’individualità, intesa come unicità. Così, per capirci è arte un quadro di Van Gogh, ma non le sue imitazioni; sono artisti i cantautori, cioè coloro che si scrivono autonomamente le canzoni, mentre non lo sono ad esempio i vincitori di X-Factor, di Amici o di San Remo, e tutti quei cantanti o interpreti “posseduti” dalle varie case discografiche, figurando tutt’al più come promoters di prodotti musicali di massa. A voler essere pignoli infatti, l’arte è espressione anche del sentimento di libertà che è tra le più alte capacità e attitudini umane, pertanto non dovrebbe a onor del vero esser considerata tale se nasce dietro la spinta di un profitto diverso da un arricchimento spirituale: si discute cioè se possa considerarsi opera d’arte tout court un dipinto eseguito su commissione. Tali questioni hanno ingenerato in alcuni filosofi e studiosi di semantica il bisogno di intraprendere crociate letterarie atte a provare l’esistenza di un linguaggio artistico oggettivo, indipendente dalle epoche e dagli stili, con l’intento di codificarlo per renderlo comprensibile a tutti. Imprese oltremodo problematiche, considerato quanto or ora descritto, e posto che l’arte può essere sinonimo di una professione di antica tradizione svolta nell’osservanza di canoni codificati nel tempo. In questo senso, le professioni artigianali – quelle cioè che afferiscono all’artigianato – discendono spesso dal medioevo, quando si svilupparono attività specializzate e gli esercenti “arti e mestieri” vennero riuniti nelle corporazioni: ogni arte così intesa aveva una propria tradizione, i cui concetti fondamentali venivano racchiusi nella regola d’arte, cui ogni artiere doveva conformarsi. Alla luce di tutte queste considerazioni, siamo indotti per forza di cose a considerare valide ambedue le definizioni di arte più sopra fornite: la prima è una definizione sostanziale; la seconda solo formale, per certi aspetti impropria o forzata, aggettivi che da un certo punto di vista mal si attagliano alla parola arte… Anche il fumetto è una forma d’arte. Per la verità una delle più antiche, potendo vantare antenati vetusti nelle pitture rupestri della preistoria, le prime a mescolare immagini per significare concetti legati al mondo umano primitivo, fatto di caccia, raccolta e protosocietà; un antenato più illustre fu ad esempio la scrittura geroglifica egizia. Hugo Pratt definisce il fumetto “letteratura disegnata”, Will Eisner “arte sequenziale”; di uguale avviso anche il regista M. Night Shyamalan, come testimonia un suo film (Unbreakble del 2000). Ma il fumetto può essere utilizzato anche a scopi non narrativi: ad esempio per illustrare una ricetta di cucina o il libretto d’istruzioni di un elettrodomestico. Un celebre esempio di uso non narrativo del fumetto è il volume Capire il fumetto. L’arte invisibile, saggio scientifico realizzato interamente a fumetti da Scott McCloud. In senso tecnico il fumetto è un linguaggio costituito da più codici, tra i quali si distinguono principalmente il testo (di cui sono esempio i cosiddetti “fumetti”, da cui il nome del linguaggio del suo complesso, o le didascalie) e l’immagine (per mezzo di illustrazioni, colori, prospettiva, montaggio) che insieme generano la temporalità (armonia, ritmo, narrazione). Insomma il fumetto è il padre del cinema. In epoca moderna la diffusione su scala mondiale del fumetto ha avuto inizio intorno agli anni ’30, in un momento storico molto particolare. Si dice che l’arte imiti la vita, e infatti è stata usata nei secoli quale metafora dell’esperienza umana, anticipando spesso cose che hanno da venire. Tipica è l’icona dell’eroe della patria, trasposta nel moderno supereroe, dotato di poteri sovrannaturali, proveniente da altri mondi, spesso venerato come divinità; l’eroe classico e il supereroe incarnano il salvatore dell’umanità; sono divinità in carne e ossa (e tuta elastica), discese tra gli uomini. Come accade ormai per quasi tutte le forme artistiche (purtroppo), anche le vicende immaginarie descritte nelle avventure a fumetti dei supereroi sono state sfruttate da gruppi politici e centri di potere come propaganda per guadagnare consensi. Così, sono stati creati appositi personaggi che lottano per la giustizia civile, in prima linea nei vari movimenti (Wonder Woman è l’iconografia della paladina delle donne) e che rappresentano la voce della liberazione; laddove il mondo di fantasia proposto – il più delle volte malamente scopiazzato da antichi pantheon mitologici (e dal padre di tutti: il sogno) – diviene luogo di rifugio (fuga) dalle ingiustizie, dipinte letteralmente come troppo grandi per essere opposte o contrastate. Se vogliamo ricercare l’evento, la fattispecie zero che ha modificato per sempre la società moderna, il punto di non ritorno, l’inizio della fine, dobbiamo porre lo sguardo su quella che, dopo la rivoluzione elettronica e digitale, è stata di certo la maggiore innovazione del XX secolo; un’innovazione e oggettivamente il più grande degli affari, ma anche il peggiore dei sacrilegi: sono stati violati i sacri cancelli dell’infanzia, ed essa da luogo asettico di crescita psicofisica quale dovrebbe essere per diritto naturale prima che costituzionale, è stata corrotta e mutata in una Disneyland d’indulgenza, in una riserva del divertimento dove i fanciulli non crescono, vengono coltivati-allevati, “educati” al consumismo. L’innocenza infantile – un bene sacro, è stata trasformata, sporcata, da una società disumanizzata ossessivamente commerciale. Fino agli anni ’30 la tv non era entrata nelle case e i piccoli trascorrevano gran parte della vita all’aperto, sperimentando il contatto con la natura. A seguito della crisi del ’29 ciò non parve più sufficiente, e venne alla luce un nuovo passatempo: per l’appunto la lettura dei fumetti. Una delle ragioni del successo dei fumetti, specie di quelli relativi ai supereroi, fu lo scoppio di lì a poco di quella che i libri di storia ricordano come la seconda guerra mondiale, la quale fece dilagare ansia, incertezza e paura nelle genti per le loro esistenze presenti e future, creando così la domanda, il bisogno (anche in senso commerciale) di altri mondi in cui rifugiarsi e attendere un salvatore, e dove proseguire nell’attività deleteria (infantile) di ostinarsi a eludere l’antico inevitabile confronto della vita con la sua caducità. Superman in una delle sue prime avventure non combatteva contro mostri, alieni e compagnia bella, ma contro i criminali e furfanti della società civile, contro coloro di cui la gente aveva davvero paura, una paura concreta, reale (gangsters, politici corrotti, fascisti ed estremisti, speculatori, ecc.). Dopo Pearl Harbour, il supereroe divenne, specie sul fronte alleato, la mascotte della guerra: le riviste a fumetti divennero letture comuni per i soldati impegnati in territori stranieri. Una storia vecchia quanto il mondo: l’uomo si rivolge a Dio soltanto quando ha bisogno di lui. Quando la vita è facile e tutto (almeno all’apparenza) sembra procedere tranquillamente, ci si dimentica del “bisogno di salvezza” o anche solo di appartenenza a un qualcosa di superiore, viene meno la ricerca del divino nelle cose; non si fa più caso all’alchimia che permea questo mondo, all’arte che è insita in ogni opera naturale; non si pongono più le domande sul senso della vita. Un altro boom dei supereroi fu l’esplosione della batmania negli anni ’80, causata da una serie di problemi giuridico-sociali verificatisi negli USA e legati allo spaccio di droga e al proibizionismo, alle frodi e alle bancarotte finanziarie e agli scandali politici. Da qui sono stati coinvolti anche il cinema e la tv. L’ultimo boom della fantasia, attualmente in corso, ha avuto una terribile molla nello spettacolare attentato (?) alle torri gemelle del 2001. E’ una coincidenza fin troppo sospetta che il primo film della trilogia de Il Signore degli Anelli sia uscito proprio in quell’anno, specie se ci si accosta al pensiero e alle ricerche di un certo Avram Noam Chomsky, linguista, filosofo, storico, teorico della comunicazione e anarchico statunitense: Chomsky è stato professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology, ed è riconosciuto come il fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica del XX secolo. Chomsky è noto anche per aver stilato la classifica delle 10 strategie di manipolazione attraverso i mass media – in ordine di efficacia – con le quali l’establishment politico procederebbe al controllo sociale delle masse. Le riporto qui di seguito per sommi capi, e chiedo ai lettori se ne riconoscono qualcuna tra i resoconti da me or ora forniti: 1. la strategia della distrazione, consistente nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites, tenendolo occupato con informazioni insignificanti, in modo da impedire alle masse d’interessarsi alle conoscenze essenziali, alle scienze, e di pensare; 2. creare problemi e offrirne le soluzioni, di modo che il problema creato sia il mandante delle misure che si desiderano far accettare; 3. la strategia della gradualità, per cui una misura inaccettabile perché troppo gravosa viene applicata gradualmente, col contagocce (e si generano le situazioni alla “rana bollita”); 4. la strategia del differire, per cui una misura inaccettabile viene proposta come sacrificio futuro, lontano nel tempo; 5. rivolgersi al pubblico come ai bambini, allo scopo di ottenere una risposta ugualmente infantile; 6. sfruttare il canale emotivo più di quello riflessivo, strategia molto antica, utile per intaccare l’inconscio; 7. lasciare il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità; 8. rendere le masse compiacenti con la mediocrità; 9. rafforzare il sentimento di colpevolizzazione; 10. studiare le masse per conoscere gli individui meglio di quanto essi stessi si conoscano.  

Comma III: “Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili”

FURTO (CON SCASSO) DEI SOGNI E RAPIMENTO (E RISCATTO) DEGLI EROI. Non tutelando adeguatamente l’infanzia non si protegge il futuro, in quanto i fanciulli sono il maggior patrimonio materiale, civile e morale alla base di tutti gli alveari sociali. Infanzia e fanciullezza sono sinonimo di candore, innocenza, libertà, purezza, bellezza e creatività. Tesori che vanno conservati per quel che in concreto sono: vere e proprie opere d’arte, vero patrimonio dell’umanità; e non sono certo il primo a sostenerlo. Arte e fanciullezza presentano similitudini anche troppo evidenti per non concluderne che sono parte dello stesso mondo divino che è la nostra natura più profonda (inconscia), che nasce libera alla pari dei fanciulli. Anche il destino in epoca moderna è comune: come l’infante, l’arte viene ingabbiata sul nascere da quel mondo virtuale che è un sottoinsieme della civiltà dei mercanti, dove l’artista – costretto a rispondere a logiche puramente commerciali e di marchio – finisce per autosqualificarsi sistematicamente perdendo il connotato originario caratterizzante la sua vis creativa: la libertà, nientemeno. Se il furto del mito dell’eroe ha causato la strage degli innocenti, la manipolazione (ma sarebbe più corretto dire militarizzazione) delle arti ha condotto all’eutanasia degli artisti. Analizzando la storia del concetto di arte vediamo che nel corso del tempo esso subisce una trasformazione graduale ma radicale. In antichità arte – in sanscrito are (“ordinare”), in latino ars – stava a significare la capacità di fare una qualche cosa, materiale o no. La capacità consisteva nella conoscenza delle regole, mediante le quali era possibile produrre un oggetto. L’arte includeva quello che oggi chiameremo artigianato, più una parte delle scienze (astronomia, storia). Inoltre gli antichi greci non si servivano di termini quali musica, architettura o arti visive per indicare una disciplina artistica: questi termini non esistevano oppure avevano un significato diverso da quello attuale. Si servivano di concetti di minore estensione, quali ad esempio “mimica”, “commedia”, “tragedia”, concetti che oggi sono inclusi nell’ambito del teatro. Nel periodo ellenistico iniziarono le prime classificazioni e le arti vennero divise in comuni e liberali, a seconda che richiedessero uno sforzo fisico o intellettuale. Nel medioevo si cominciarono a rivalutare le arti comuni, che verranno chiamate meccaniche, ma continueranno ad avere un ruolo subalterno rispetto alle arti liberali. Dalle arti meccaniche vennero diverse di quelle che noi oggi chiamiamo “belle arti”, come la pittura e la scultura; le arti liberali e meccaniche erano state ridotte in numero di sette, e tra quelle che richiedevano uno sforzo fisico si annoveravano soltanto le arti utili a migliorare la vita dell’uomo, che lo nutrivano, lo riparavano dalle intemperie, ossia le arti il cui punto peculiare era l’utilità quanto la piacevolezza. Di queste arti meccaniche medievali si conoscono due elenchi di riferimento: quelli di Ugo di San Vittore e Rodolfo di Longo Campo. Nella società dei consumi tutto ciò si è perso, e non poteva essere altrimenti, essendo la civiltà odierna pressoché fondata sui consumi; o per meglio dire fondata sulla vendita e sul consumo di prodotti di massa, concepiti sulla base di modelli omologati, mentre altro connotato originario dell’arte propriamente detta è l’unicità. L’arte, nel senso più alto del termine imita la vita ed è quindi, dopo la natura, la miglior fonte di conoscenza per ogni fanciullo. Arte, natura e fanciulli (cuccioli) compongono un triangolo divino di specchi: sono il fulcro della spirale dell’esistenza umana. Ne consegue che le opere d’arte di maggior livello – quelle universalmente riconosciute tali (come le opere pittoriche, scultoree, architettoniche, poetiche, liriche e musicali classiche) – sono al di sopra di ogni censura; sono cioè insuscettibili di violare tutto ciò che si intende per buon costume. Infatti l’arte, come i fanciulli, è libera. Ma laddove un essere umano responsabile e consapevole (e cosciente) legge “libera”, un esponente dell’establishment politico legge “pericolosa”. Così, per osteggiare l’arte e la sua prerogativa di canale ideale di risveglio delle coscienze, l’establishment nel corso dei secoli ha fatto ricorso a una morale distorta, alterando il significato di buon costume e utilizzando, tra le altre, l’esca più efficace: la libertà dei costumi e delle forme sessuali, modificando ancestrali precetti aventi funzione prettamente igenico-sanitaria o legati a forme etiche e negoziali tese al quieto vivere. Un esempio sia banale sia stupidissimo di tali operazioni ha riguardato la lotta alla nudità, che è poi una lotta alla bellezza delle forme umane: un controsenso cui le masse si sono spesso piegate pur sapendo che ogni credo religioso recita che l’essere umano è stato creato da Dio, corpo compreso, e non mi risulta di religioni che asseriscano che l’uomo sia stato creato vestito. Controsenso radicato sull’indivia, uno dei sette vizi capitali. Così abbiamo avuto papi che hanno ordinato di coprire i genitali delle sculture presenti in vaticano con le classiche foglie… Il buon costume è il principio generale che riassume i canoni fondamentali di onestà, pudore e onore espressi dalla società in una data epoca. Esso si atteggia come clausola generale in quanto il legislatore non specifica in cosa debbano concretamente tradursi questi canoni, ma lascia la loro effettiva determinazione all’interprete. La scelta è consapevole, poiché la morale muta e si evolve con il passare del tempo e la società di oggi può ritenere meritevoli di tutela atti che la società di ieri reputava contrari al buon costume, e viceversa. Va detto però che l’interprete consapevole deve guardare ai principi universali, e considerare che gli esseri umani in natura nascono liberi, ovvero senza specifiche regole morali; ne consegue che la morale particolare di un certo agglomerato sociale non dovrebbe andare contro il diritto alla libera espressione di sé proprio di ogni fanciullo, pena la violazione dei diritti umani e il colpevole allontanamento dell’essere umano da ciò che egli è, dalla sua umanità e natura, la sua riduzione di capacità, libertà e dignità, la mistificazione della gioia di essere se stessi e trovare riparo e vitalità nell’unicità dell’arte e delle cose di natura, e di non essere robotizzato. Con tutte le conseguenze del caso sul piano psicofisico.

 

Comma IV: “In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denuncia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida delle ventiquattro ore successive, il sequestro si intende revocato e privo d’ogni effetto”

LA RESPONSABILITA’ NEI REATI DI STAMPA. Nel 1950 Giovannino Guareschi fu condannato per vilipendio all’allora capo dello stato Luigi Einaudi: alcune vignette sul Candido avevano messo in risalto che Einaudi, sulle etichette del vino di sua produzione (un Nebbiolo), permetteva che venisse messa in evidenza la sua carica pubblica di “senatore”; Guareschi non era l’autore materiale della vignetta, ma fu condannato in quanto direttore responsabile del periodico. Quattro anni dopo Guareschi venne condannato per diffamazione [articolo 595 cod. pen. e art. 13 della legge 8 febbraio 1948 n. 47, “legge sulla stampa”] su denuncia dell’allora presidente del consiglio Alcide De Gasperi. Divenuta esecutiva la sentenza, alla pena fu accumulata anche la precedente condanna ricevuta per vilipendio. Guareschi venne recluso in carcere per 409 giorni, più altri sei mesi di libertà vigilata ottenuta per buona condotta. Per coerenza, rifiutò in ogni momento di chiedere la grazia. La diffamazione consiste nell’offesa all’altrui reputazione fatta comunicando con più persone; ai fini della configurabilità del reato è necessario che la persona offesa non sia presente o almeno che non sia stata in grado di percepire l’offesa; in caso contrario è integrabile il reato di ingiuria [594 cod. pen.], ora però depenalizzato! Si tratta di istituti posti a tutela dell’onore in senso oggettivo, quale stima che il soggetto passivo riscuote presso i membri della comunità di riferimento. Quando l’offesa all’altrui reputazione viene posta in essere con il mezzo della stampa, assume particolare rilievo il bilanciamento effettuato dal legislatore tra il reato in questione da un lato, e dall’altro la libertà della manifestazione del proprio pensiero tutelata dagli artt. 21 Cost. e 51 cod. pen. (esercizio di un diritto o adempimento di un dovere). In particolare il reato di diffamazione viene scriminato quando la condotta rispetta i seguenti limiti: 1. rilevanza del fatto narrato (l’interesse pubblico dei fatti esposti risulta prevalente sulla tutela della reputazione); 2. verità dei fatti narrati o criticati; 3. continenza delle espressioni usate, requisito che risulta meno rigido nel caso del diritto di critica, ove l’autore esprime un giudizio riguardo al fatto narrato, rispetto al diritto di cronaca, ove il fatto viene semplicemente riportato. Poiché la diffamazione non è configurabile nella forma colposa, se il soggetto attivo diffonde le notizie ritenendole vere mentre in realtà non lo sono, trova applicazione l’art. 59, comma IV, cod. pen. In tema di stampa, sotto il profilo penale sussistono nel nostro ordinamento una varietà di fattispecie incriminatrici contenute in parte nel codice penale, in parte nella legge n. 47/1948 e non da ultimo in diverse leggi speciali. Una riforma illuminante è intervenuta con la legge n. 127 del 4 marzo 1958, che ha modificato il testo dell’art. 57 cod. pen. su esortazione della Corte costituzionale, organo di garanzia costituzionale cui è demandato nel nostro ordinamento il compito di giudicare la legittimità degli atti dello stato e delle regioni, e ciò per aver constatato la Corte stessa delle difficoltà interpretative provocate dal vecchio testo dell’art. 57, posto che alcuni autori (in specie il Nuvolone) e parte della giurisprudenza avevano sostenuto che alla lettera del codice, nel caso di stampa periodica, a carico del direttore vi fosse una responsabilità “per fatto altrui”; forma decisamente anomala, posto che la responsabilità penale è (solo) personale per espressa disposizione costituzionale [art. 27]. Va da sé che la dottrina prevalente e la stessa Corte costituzionale hanno ivi sempre ravvisato e affermato una responsabilità per fatto proprio, nonché la compatibilità del vecchio art. 57 cod. pen. con l’art. 27 Cost. (principio della personalità della responsabilità penale). Invece fa giusto sorridere che – nonostante la riforma chiarificatrice del ’58 – la dottrina e la giurisprudenza prevalenti abbiano continuato, come minimo sino alla sentenza della Corte costituzionale n. 364 del 24 marzo 1988, a considerare anomala la responsabilità del direttore, anche se in forza della sua presunta oggettività, ossia come una forma di responsabilità penale per la cui sussistenza si prescinderebbe dalla colpa e si guarderebbe solo al nesso di casualità. Tesi che, in specifico riferimento ai reati di stampa, decade subito se si confrontano i testi dell’art. 57 cod. pen., vecchia formulazione e nuova formulazione: prima del ’58 il direttore rispondeva “per ciò solo”, cioè per il solo fatto di rivestire tale qualifica; dopo il ’58 egli risponde per aver omesso “di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario a impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati“. Inoltre la responsabilità per colpa discende da leggerezza, cioè da negligenza, imprudenza, imperizia o da INOSSERVANZA DI LEGGI (inosservanza ovviamente colposa); pertanto, posto che la fattispecie dei reati di stampa era normata anche prima del ’58, viene lecito chiedersi come sia stato possibile nell’ordinamento repubblicano proseguire nella fallace idea di considerare formalmente oggettiva la responsabilità penale del direttore, del redattore o dello stampatore di questo o quell’altro periodico. Rebus sic stantibus – richiamando quanto già esposto in materia in altro mio saggio [“Può la condotta omissiva misurare l’offensività di un illecito?”, 11.1.2018] – possiamo ribadire senz’ombra di dubbio che la responsabilità oggettiva in ambito penalistico non è mai configurabile. Al contrario, sussiste in ambito civilistico, potendo discendere dall’aver contratto un’obbligazione o stipulato volontariamente un qualche accordo poi non onorato  [“Dai fatti alle parole: trama di un negozio giuridico”, 27.9.2017]. Spiace constatare che, tra i molti principi riconosciuti dalla Costituzione, non è stato espressamente inserito quello fondamentale di romanistica memoria per cui nulla poena sine culpa. Sia come sia il termine “stampa” ne evoca tendenzialmente altri due: essi sono “libertà” e “censura“, entrambi di derivazione latina. In particolare l’etimologia del secondo attiene alla forma verbale censeo (“valuto, stimo”). Così era detto infatti l’ufficio del censore della Roma antica e anche l’esame che tale magistrato aveva diritto di fare sulla condotta dei cittadini per esprimere biasimo verso quelli di sregolato costume; oggi vale “critica” e “riprensione” in genere, specialmente in relazione a scritti; è anche una sorta di pena ecclesiastica imposta da canoni o dal papa a coloro che non obbediscono alle leggi della chiesa. La censura in Italia è applicabile a tutti i mezzi di comunicazione e di stampa. Nel risorgimento: dopo il Congresso di Vienna (1814-1815) in territorio italiano è in atto un incisivo controllo sulla stampa da parte delle monarchie; la situazione muta rapidamente con la nascita di numerosi fogli clandestini stampati dai nuclei carbonari, che portano ai moti del 1820-1821, indi a quelli del ’48, periodo in cui vengono pubblicati gli editti sulla libertà di stampa da parte di papa Pio IX e re Carlo Alberto. Nel Regno d’Italia: la prima legge che introduce un vero e proprio intervento censorio è quella relativa alle proiezioni cinematografiche del 1913, che impedisce la rappresentazione di spettacoli osceni o impressionanti o contrari alla decenza, al decoro, all’ordine pubblico, al prestigio delle istituzioni e all’autorità, con un’attività repressiva che prosegue e si amplia nel ventennio fascista, in cui peraltro viene proibita la distribuzione di libri dai contenuti di ideologia marxista (1930) e vengono creati archivi nazionali e locali nei quali OGNI cittadino viene catalogato e classificato in base alle sue idee, abitudini, relazioni amicali e sessuali, costituendosi così di fatto uno stato di polizia! Anche la musica subisce il veto della censura: nell’immediato dopoguerra, con l’ascesa al potere della democrazia cristiana oggetto della censura sono le canzoni di argomento religioso, come Dio è morto di Francesco Guccini, cantata dai Nomadi, mentre un immortale cavallo di battaglia della censura continua ad essere il sesso. Un caso eclatante dei nostri giorni è stato il taglio dei fondi attuato dalla tv di stato al programma d’inchiesta giornalistica Report (2009). Oggi, in quanto paese integrante l’UE, l’Italia si impegna a rispettare il principio della libertà di stampa come sancito nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, che riconosce la “libertà di espressione e d’informazione” [art. II-11]. In Italia essa è riconosciuta per Costituzione: all’art. 21 si ravvisano una riserva di legge (la materia è di competenza esclusiva del parlamento) e una riserva di giurisdizione (soltanto un giudice può sequestrare o chiudere una testata). In paesi come Regno Unito, Irlanda, Canada la libertà di stampa viene efficacemente rispettata in base al diritto consuetudinario (common law). Tuttavia, rispetto all’accesso alle informazioni da esso possedute, un qualsiasi governo può decidere (in base alla costituzione e alle leggi ordinarie o speciali emanate dal legislatore) di non permettere la pubblica conoscenza di taluni documenti, adducendo motivi di protezione dell’interesse e della sicurezza nazionale: tali documenti sono sottratti alla stampa e al pubblico dei ricercatori in genere; la legge positiva definisce i limiti e le prerogative del concetto di “interesse nazionale”. Una curiosità: per un caso fortuito, l’articolo 21 della legge federale svizzera riguarda la libertà dell’arte; poiché in nome di essa la legge svizzera sul diritto d’autore è molto più permissiva di quella italiana (ad esempio per scaricare file musicali a fini non commerciali), l’espressione Articolo 21 ha assunto valenze liberali.

Comma V: “La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica”

IL BISOGNO D’INFORMAZIONE E LE PAROLE NON DETTE: MSG IN A BOTTLE. “Informare” deriva dal sostantivo latino informatio(-nis) (dal verbo informare, nel significato di “dare forma alla mente”, “disciplinare”, “istruire”, “insegnare”). Già in latino la parola veniva usata per indicare un concetto o un’idea. Inoltre la parola greca corrispondente era “μορφή”, morfè, da cui il latino forma per metatesi. La metatesi (dal greco μετάθεσις, “trasposizione”) è un processo di mutamento fonetico per cui l’ordine di successione di due fonemi viene rovesciato. Si verifica spesso in presenza di “r” e di “l” e talvolta l’inversione succede tra questi due suoni [tratto dei fonemi nel saggio: “L’altro, l’incontro, il riconoscimento. Et… ubi societas ibi ius”, 20.6.2017]. Altra corrispondenza si verifica con “εἶδος” (éidos, da cui il latino idea), cioè “idea”, “concetto” o “forma”, “immagine”; la seconda parola fu notoriamente usata tecnicamente in ambito filosofico da Platone e Aristotele per indicare l’identità ideale o essenza di qualcosa nella loro teoria delle idee. Eidos si può anche associare a “pensiero”, “asserzione” o “concetto”. Il diritto all’informazione è un importantissimo diritto soggettivo, e rileva sotto due o tre diversi aspetti: come libertà di informare e come diritto a essere informati, oppure (secondo Lavagna) come diritto di informare, cioè di trasmettere notizie agli altri, come diritto di informarsi, cioè di attingere informazioni da più fonti, e come diritto di essere informati. Mentre è pacifico che il primo aspetto rientri nella più generale libertà di manifestazione del pensiero di cui all’art. 21 Cost., più problematico appare il legame con il testo costituzionale nel caso del secondo e del terzo aspetto. A differenza di altri testi costituzionali (art. 5 della Legge fondamentale di Germania del 1949; art. 20-D Cost. di Spagna del 1978) e di quanto previsto da dichiarazioni internazionali e/o sovranazionali dei diritti (art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948; art. 10 CEDU; art. 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966; art. 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE), parrebbe che la Costituzione italiana non riconosca espressamente un diritto all’informazione. Molti studiosi – è il caso, ad esempio, del Mortati – hanno ricondotto il diritto di essere informati (sia come diritto di ricevere informazioni che come diritto di ricercarle) all’art. 21 Cost., sulla base anche di una costante giurisprudenza costituzionale, che ha considerato questo diritto un “risvolto passivo della libertà di manifestazione del pensiero”. D’altra parte, proprio in virtù del collegamento con l’art. 21 Cost. e facendo proprie le tesi espresse dalla stessa Corte costituzionale, alcuni autori (ad esempio, Paladin) hanno parlato di un mero interesse all’informazione e non di un vero e proprio diritto azionabile in sede giudiziaria. Altri studiosi – è il caso, invece, dell’Esposito – hanno negato l’automatico collegamento tra diritto all’informazione e libertà di manifestazione del pensiero. Altri autori infine hanno configurato il diritto all’informazione come una conseguenza del principio democratico, poiché un regime democratico necessita sempre di una pubblica opinione vigile e informata: questa esigenza generale di pubblicità, che si specificherebbe ulteriormente nel principio dell’accesso ai documenti delle pubbliche amministrazioni (legge n. 349/1986, 142/1990, 15/2005; d.lgs. n. 267/2000), trova un limite nella tutela del segretoTra le varie forme di segreto il più importante è sicuramente il  segreto di stato, recentemente ridisciplinato con la legge n. 124/2007, che ha sostituito la precedente 801/1977. L’apposizione del segreto di stato deve avere una giustificazione costituzionale, nel senso che deve essere fondata sulla tutela di interessi costituzionalmente protetti (la legge n. 124/2007 si riferisce appunto alla diffusione di qualunque cosa che possa recare “danno all’integrità della Repubblica, anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, all’indipendenza dello stato rispetto agli altri stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e alla difesa militare dello stato”). In ogni caso, l’apposizione del segreto di stato non può riguardare “fatti di terrorismo o eversivi dell’ordine costituzionale”. Sul punto vorrei aprire un inciso. Infatti per certi versi non può dirsi effettivamente coperto da segreto di stato lo scippo della sovranità monetaria (quindi popolare) perpetrato ai danni degli italiani, certamente eversivo dell’ordine costituzionale; perché la detta circostanza si evince accostando il testo degli artt. 1 e 11 Cost. all’avvento dell’euro e alla concomitante fine della lira, quando in alcuni paesi europei è stato mantenuto il doppio conio. Peccato però che ogni nuovo governo non ribadisca tutto ciò e non vi prenda di volta in volta provvedimento, facendosi così in fatto e in diritto necessariamente complice di tale palese e orrendo attentato alla Costituzione e ai principi dalla stessa riconosciuti, propugnati e… tutelati? [“Veli di seta e conti che non tornano: cos’è il denaro e a chi appartiene”, 22.11.2018]. Epperò di un altro fatto, occorso molti anni prima del ’48, non si parla mai, e credo pertanto non ne sia mai stata fatta menzione ufficiale da parte dei media: quello per cui lo stato italiano – inteso come ordinamento – a partire dagli anni ’30 dispone di un ulteriore veste giuridica, DI NATURA PRIVATA, quella di una società per azioni iscritta all’americana SEC, acronimo di Security & Exchange Commission, ente con funzioni simili alla nostra CONSOB. Cioè a dire che il governo italiano è anche il CdA di una società ora denominata Republic of Italy Spa. Vero è che l’Italia, analogamente ad altri paesi, nei rapporti giuridici internazionali – in special modo in quelli di carattere commerciale – opera come un ente privato, in ossequio ai dettami del diritto internazionale privato (Franceschetti); ma chi scrive si chiede se permettere che l’economia nazionale sia costantemente in balia degli umori altalenanti delle borse valori mondiali, specialmente in un sistema economico consumista come quello contemporaneo, non sia una pratica un tantino eversiva del succitato ordine costituzionale… Non è questa la sede per disquisirne, ma intendo sviscerare la questione in altro saggio. Tornando a bomba, un peculiare aspetto del diritto all’informazione è il diritto di cronaca (o ius narrandi), cioè il diritto di raccontare ciò che avviene, con un eventuale (discutibile) commento. Esso incontra, oltre al già citato limite del segreto, anche i limiti rappresentati dalla tutela dell’onore (a protezione del quale è stato previsto l’istituto della rettifica), della riservatezza, del buon costume e, secondo alcuni studiosi, anche dello stesso ordine pubblico. Un’ulteriore limitazione al diritto di cronaca è quella contenuta nella par condicio. Chi scrive ritiene senz’ombra di dubbio che quello all’informazione sia un diritto soggettivo garantito per Costituzione, e discendente – nientemeno – dai primi 3 articoli, in quanto indissolubilmente legato al principio di sovranità popolare [art. 1] e al principio di uguaglianza formale e sostanziale [2], pur con i limiti ora citati, al di là dei quali gli apparati statali dovrebbero adoperarsi al meglio delle loro possibilità per rimuovere tutti gli ostacoli atti a mantenere o generare pericolosi divari informativi tra il cittadino e le istituzioni [3]. Senza contare che il dibattito sulla natura della facoltà-diritto all’informazione e i suoi risvolti passivi è iniziato in dottrina ben prima della nascita della Repubblica; inoltre oggi è decisamente più chiaro di ieri che tutto è informazione, nel senso che ogni cosa, ogni singola particella del mondo è anzitutto portatrice di una o più informazioni. Discorso che vale in particolar modo per le parole, strumento principe della comunicazione umana (che è prettamente verbale), essendo le parole create ad hoc per informare, per dare “forma” a un concetto. Pertanto, posto che ogni fonema, ogni “segno” alfabetico è un simbolo, ogni concetto – ogni insieme di simboli fonetici così costituito – è anche di più: esso è una password, è una chiave per accedere al significato espresso da quella stessa parola, concetto, fonema; in una… parola, da quello stesso simbolo. Sotto questo aspetto, le parole possono essere anche un inganno, in quanto “rubano” l’essenza di un qualcosa e la iscrivono, la circoscrivono, in un piccolo insieme di segni bidimensionali, allo stesso modo per cui la parola “cane” non è il cane, ma è utile per farne le veci in un discorso, è utile per rappresentarlo, così come lo è la sua raffigurazione in un dipinto. Questo carattere peculiare della comunicazione verbale è spiegato nella simbologia che si cela dietro la favola di Alì Babà e i 40 ladroni: simbologia che diviene chiara allorquando si considera la scala fonetica di Leibniz, che classifica i suoni in base ai 10 possibili modi di pronunciare una consonante; si deve poi considerare che vi sono 4 modi di accentarla (tipici dell’alfabetico cinese). 10 x 4 = 40; l’inganno è svelato, e una password che individua un qualcosa di molto piccolo, come un seme, permette di spostare anche un masso molto grande: ecco il vero tesoro di Alì Babà, ecco la magia del linguaggio parlato. Tornando alle informazioni, una circostanza da sempre chiarissima è che il divario informativo è un fattore a dir poco determinante nel commercio: si pensi ad esempio alla vendita e a tutto ciò che ruota attorno alla conoscenza del prodotto. Pertanto, laddove esistono forme legislative poste a tutela del consumatore, considerando che l’essere umano – in particolare quello civilizzato – è un consumatore d’informazioni, considerando dunque che egli ha bisogno di consumare “buone” informazioni, vista la presenza delle Carte costituzionali e di quelle dei diritti umani, appare quantomai chiaro che in uno stato di diritto quello all’informazione non può che essere un diritto soggettivo meritevole della massima tutela. Ciò lo si vede all’atto pratico soprattutto in ambito farmacologico, laddove ogni prodotto è accompagnato dall’indicazione dettagliata delle cosiddette controindicazioni. Un settore in cui, invece, tra gli altri non si pone sufficiente attenzione alle problematiche sottese ai divari informativi è quello delle informazioni date ai più giovani, agli studenti, nell’alveo non soltanto di quella branca dell’informazione comunemente nota sotto il nome di diritto allo studio, anche e in special modo con riferimento alla libera espressione di sé [“L’incontrovertibile obbligo di vigilanza sull’avventura dell’eroe”, 2.2.2018]. Così, i mass media si preoccupano di istituire fasce protette in cui si cerca (maldestramente) di tutelare i minori di anni 14 dalla visione di programmi ritenuti poco adatti, e riconducibili tanto per cambiare e in un maniera a dir poco superficiale e parziaria quasi esclusivamente all’argomento sesso (o morte); ma non con uguale meticolosa(?) attenzione l’establishment mediatico si preoccupa di salvaguardare i giovani (tra i 14 e i 21 anni) da programmi aventi contenuto particolarmente violento e cruento, dove si incentiva all’intolleranza o al conflitto, anche generazionale, con una tendenza sfacciatamente evidente all’accettazione progressiva e rassegnata di tutto ciò. Approfondendo ancora la questione, notiamo che in punto violenza, conflitti e giustificazione della punizione dei “cattivi” o del diritto al lieto fine di protagonisti e antagonisti, vi sarebbe un solo paradossale limite, che si può cogliere molto bene ad esempio nel lungometraggio Disastro a Hollywood (2008) di Barry Levinson. Detto limite è non far fare una brutta fine agli innocenti che non c’entrano nulla; innocenti che nella nostra epoca malata, quasi paradossalmente ormai non sono più considerati i fanciulli, bensì unicamente gli animali domestici. Della serie: il silenzio dei cuccioli nella valle di Elah.

Comma VI: “Sono vietate le pubblicazioni, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”

STAR BENE A TAVOLA: DIMMI COSA MUNGI… In un diverso campo del sapere si suole affermare che noi siamo ciò che mangiamo, e certamente uguale discorso può essere fatto in tema di assimilazione d’informazioni. Altra massima che ha fatto storia è quella secondo cui “si dice il peccato ma non il peccatore”. Unendo la prima alla seconda e immergendo i due rami del sapere nel calderone di quella che è oggi l’informazione per come ci hanno abituato a conoscerla, non ci mettiamo molto a concluderne che non si tratta di vera informazione, quanto piuttosto di gossip. A ben guardare infatti il giornalismo contemporaneo fa essenzialmente e soprattutto gossip, preoccupandosi di buttare qui e là uno straccio di vera informazione ogni tanto, giusto per… dovere di cronaca, senza però omettere di condire il tutto offrendo un ben determinato punto di vista da cui sarebbe preferibile osservare le notizie, come a riferire che ad esempio per la minestra ci vuole il cucchiaio. Peccato che la faccenda del punto di vista, oltre a non essere richiesta (né benaccetta, per quanto condita…), non soltanto avrebbe a che fare col diritto di critica e non già con quello di cronaca – quindi i giornalisti “fanno” critica e non… giornalismo vero e proprio; in relazione ad alcuni particolari fatti di cronaca optare per un punto di vista piuttosto che un altro potrebbe rivelarsi, come in effetti si rivela e si è rivelato, a dir poco deleterio anche per la salute – non solo mentale – dei lettori, presi sia singolarmente sia come popolo. L’ambito principale è senza dubbio quello delle inchieste giudiziarie, laddove un individuo X sottoposto a indagini da parte della magistratura (in gergo: indagato) – in ossequio a non meglio specificati doveri di cronaca e istanze di ordine pubblico ecc. – viene dato letteralmente in pasto all’opinione pubblica sin dall’iscrizione nel registro degli indagati e può vedersi letteralmente invaso nella sua sfera di autodeterminazione personale (in spregio come minimo all’art. 13 Cost.), anche se tale soggetto non ricopre particolari incarichi pubblici o se su di lui non vi sono ancora tutti gli elementi utili in fatto e in diritto per fondare propriamente un capo d’accusa e mandarlo effettivamente a dibattimento, ossia imputarlo di un certo reato. E’ appena il caso di ricordare infatti che il nostro sistema giudiziario penale è un sistema misto accusatorio (nella fase pre-dibattimentale) e inquisitorio (in quella dibattimentale, ossia del processo vero e proprio), e che non siamo (o non dovremmo essere) nella santa inquisizione (spagnola) o in uno stato di polizia di… stampo fascista o comunista. Qualcuno ricorderà delle vicende di cronaca di un libero professionista sospettato di essere il famigerato Unabomber: quando ogni accusa ufficiale nei suoi confronti era caduta, ormai la vita di costui era stata rovinata, risarcimento o non risarcimento. Un altro caso riguarda un commerciante che sparò e uccise all’interno del suo esercizio un ladro sorpreso a derubarlo: giornali e telegiornali iniziarono allora la solita compagna pro e contro quell’istituto noto sotto il nome di eccesso di legittima difesa e di lì a poche settimane l’indagato, che aveva una certa età, venne colto da infarto e morì. Non sono un medico, e non mi sento assolutamente di ascrivere la causa del malore a un divorante senso di colpa per aver l’uomo dato la morte a un suo simile; ma credo sia legittimo chiedersi se la pressione mediatica non abbia giocato un qualche ruolo in tutto ciò. Mentre nessuno dei giornalisti e opinionisti che intervengono sistematicamente in questi e altri dibattiti – spesso alla ricerca di consensi e dissensi popolari pro e contro taluno o talaltro centro di potere politico – si sognano mai di proporre ai cittadini di sostituire i propri fucili da caccia con armi che sparano dardi paralizzanti o soporiferi o di procurarsi il classico teaser in dotazione presso le forze dell’ordine. Eppure è quantomai chiaro che coloro che esercitano (impunemente) il diritto di cronaca e di critica nei massmedia abbiano invero grandissime responsabilità nei confronti delle masse: dovrebbero dunque non soltanto stare molto attenti a quello che scrivono o dicono, ma anche guidare i fruitori nel filtraggio delle informazioni, per favorire la corretta assimilazione di quelle ritenute oggettivamente… sane. Costoro dovrebbero inoltre mostrare un fatto, una notizia sotto più aspetti e senza prendere necessariamente SEMPRE posizione, o diversamente suggerirla, in modo tale che sia dato costante stimolo a quel senso critico che dovrebbe risiedere in ognuno, in ogni mente, e che è sinonimo di vera, autentica umanità. L’umano infatti è colui che è in grado di pensare con la sua testa, di compiere ragionamenti autonomi sulla base di schemi mentali da lui stesso generati; chi invece costruisce opinioni sulla base di schemi (programmi) omologati o massificati e conducenti a conclusioni altrettanto standardizzate, a ben guardare non si comporta diversamente da una macchina, e qui il termine automa è a dir poco fuorviante. Invece la cultura contemporanea si muove in senso opposto, e le masse sono portate (direi quasi educate) a uniformare il proprio pensiero, il proprio punto di vista sulle cose, a quello di personaggi dalla dubbia morale cui ascrivono potere o popolarità, e si fa tutto ciò per omologazione o accettazione, anche perché è difficile ragionare in autonomia, perché comporta sforzo e responsabilità, perché se un pensiero ci spinge controcorrente, si rischia lo scontro, la solitudine. Già, però senso critico, creatività e fantasia non sono soltanto sinonimi di arte, anche e prima di tutto di umanità; tutto ciò che siamo e che ci distingue da una macchina, da uno schiavo. Senza contare che i suddetti attributi sono sinonimo di libertà, il più grande dei valori. Invece l’individuo medio contemporaneo del mondo “civilizzato” assomiglia molto a uno dei personaggi del film animato The Lego movie (2014) di Phil Lord e Christopher Miller, i quali organizzano il proprio tempo e le proprie giornate sulla base delle istruzioni fornite loro dai media, e che si sentono persi quando a un certo punto nessuno più dice loro cosa fare. Oggi l’individuo medio non presta quasi più attenzione alle piccole cose, oggi l’osservatore non è più attento ai particolari delle opere d’arte cui si accosta, e di qualunque genere. Eppure i grandi artisti, studiosi e filosofi del passato hanno disseminato indizi, frammenti di conoscenza in ogni loro lavoro, per guidare contemporanei e posteri nella ricerca delle verità del mondo e dell’umana condizione, proprio come le briciole di pane di Pollicino. Per fare un altro esempio dopo Alì Babà: vi siete mai chiesti perché i sette nani della favola di Biancaneve sono proprio sette? E perché l’autore ha scelto dei nani? O perché Biancaneve si chiama così? Per chi non lo sapesse: ogni favola che è giunta fino a noi nasconde un insegnamento simbolico molto profondo eppure semplice nella sua interpretazione, ma che presuppone che il lettore si ponga queste domande, comprensibili non a caso anche a un fanciullo, primo destinatario di cotali insegnamenti. Il numero “7” non allude certo ai sette giorni della (nostra) settimana (nell’antica Roma avevano la nundine, un periodo di 9 giorni); sette sono i colori dello spettro della luce visibile e le note musicali;  per individuare un punto in uno spazio tridimensionale ce ne vogliono altri sei, come pure allo scopo di tracciare una rotta, e il settimo punto ne costituisce l’inizio, o il punto di partenza (o l’angolo d’osservazione);  sette sono le direzioni possibili in cui ci si può muovere: le quattro relative ai punti cardinali (oppure avanti, indietro, destra e sinistra), sopra, sotto… e dentro, la direzione introspettiva, la via oscura, quella che molti temono di prendere, la via per Moria. Ovviamente sono direzioni attitudinali e/o spirituali, posto che andare indietro può significare tornare suoi propri passi o guardare al passato, mentre le direzioni laterali sono utili per aggirare un qualche ostacolo… I nani sono piccoli (come i bambini) e lavorano nell’ombra per trovare diamanti; i loro nomi richiamano ciascuno un diverso atteggiamento (o talento), una diversa direzione, un diverso modo di essere, una diversa nota comportamentale. Vi sono due personaggi maschili nella favola – il cacciatore e il principe – e due femminili: Biancaneve e la sua matrigna, la regina-strega con il suo specchio magico. La differenza tra i personaggi è netta. Il cacciatore richiama qualcosa di selvaggio e primitivo, di rozzo e grezzo, e si muove obbedendo all’ordine ricevuto dalla regina di prendere con la forza il cuore di Biancaneve. Il principe è tutt’altro tipo d’uomo: nobile, raffinato, si muove su proprio impulso e giunge sopra un cavallo bianco, indicante purezza e certezza d’intenti e direzione. Rappresenta il lato o aspetto maschile evoluto, evocando ad esempio l’immagine di un uomo che mangia composto a tavola e seleziona con cura il cibo, allorquando il cacciatore evoca tutt’altra immagine, come pure un rapporto più grossolano e aggressivo con il femminile, inteso anzitutto come un’entità ricettiva: detto rapporto cioè può essere riferito a un altro essere umano di sesso femminile, al prossimo in generale, all’aspetto femminile di uno stesso individuo, a una materia, una scienza, una cosa, un cammino. Il nome “Biancaneve” richiama doppiamente il bianco, che è anche la somma dei sette colori. Nel corso delle vicende della favola, ella è un essere in evoluzione, in movimento, in crescita, giovane; mentre la regina è un essere statico: chiusa in se stessa, rimira di continuo il suo specchio, che di volta in volta la convince di essere la più bella; quindi la rassicura, la tranquillizza, sino a quando non le giunge notizia di Biancaneve, e con la notizia giunge il tarlo del dubbio. La regina rappresenta la paura che può cogliere la mente, la paura di cambiare, di uscire, di rischiare, di andare. La regina è potenzialmente la stessa Biancaneve nei momenti no; e il principe è il futuro, l’evoluzione del cacciatore. Questa non pare tanto una morale, ma un insegnamento di vita, un frammento di specchio per conoscere se stessi.

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