Il paradosso del lanciatore di coltelli

Arma o arme (arcaico) sostantivo femminile [latino arma, neutro plurale, nel latino tardo femminile singolare] (plurale armi e anteriore arme).

1. a. Qualsiasi oggetto che può essere usato come mezzo materiale di offesa o di difesa; in senso stretto, ogni oggetto appositamente fabbricato per la guerra, la difesa personale, la caccia e anche per alcune competizioni sportive. In particolare: a. bianche, quelle che feriscono di punta o di taglio (spada, baionetta, pugnale, ecc.), anche le cosiddette a. da difesa (elmo, scudo, corazza, giubbotto antiproiettile, ecc.); a. da fuoco, quelle che usano un esplosivo come propellente per lanciare proiettili, distinte in a. portatili (più precisamente, a. portatili individuali, come la pistola, il mitra, ecc.; a. portatili collettive, come la mitragliatrice) e artiglieria; armi a colpo singolo, a ripetizione, automatiche, armi da fuoco portatili, distinte in base al meccanismo di sparo; a. pneumatiche, quelle che impiegano come propellente del proiettile aria compressa o anidride carbonica, usate generalmente per il tiro a segno. In diritto si distinguono inoltre le armi proprie, che sono tutte quelle ora indicate, la cui destinazione è l’offesa alla persona, e le armi improprie, cioè tutti gli strumenti atti a offendere (bastoni ferrati, mazze ferrate, coltelli e forbici a lama lunga, rasoi, falci, scalpelli, ecc.), dei quali la legge vieta il porto in modo assoluto. Con riferimento al passato: armi da botta (clava, mazza ferrata, ecc.) e armi da getto (o da lancio, o lanciatoie), sia a mano per breve distanza (come il giavellotto) sia mediante opportuno congegno per distanze maggiori (arco, catapulta, balestra, ecc.); a. cortesi, quelle in uso un tempo nei tornei. In senso estensivo, e con particolare riguardo alla guerra moderna: a. strategiche, quelle che per caratteristiche e potenzialità (per esempio, gli ordigni missilistici a lunga gittata e testata nucleare di elevata potenza) sono capaci d’influire sulla strategia di un conflitto, in contrapposizione alle a. tattiche (come i missili a breve e medio raggio) che invece hanno rilievo solamente per le vicende dei singoli combattimenti; armi di saturazione, quelle capaci di coprire interamente e in brevissimo tempo con propri proietti, o missili, un’ampia zona di terreno in modo da distruggere (o quanto meno indebolire fortemente) tutti gli approntamenti difensivi dell’avversario collocati su di essa; a. subacquee, a. nucleari; a. chimiche, a. batteriologiche, gli aggressivi chimici e batteriologici impiegati a scopi bellici. Sistema d’arma, espressione con cui, nella terminologia militare moderna, si designa l’insieme di quegli apparati elettronici, optoelettronici, elettroacustici (radar, sonde ai raggi infrarossi, sensori laser, ecogoniometri, ecc.) ai quali è asservita un’arma vera e propria (missile, cannone, lanciarazzi, lanciasiluri, ecc.) tramite un centro di controllo computerizzato, e che sono necessari per la risoluzione istantanea e ottimale del problema di tiro contro un bersaglio nemico (missile, aereo, sottomarino, ecc.). b. Locuzioni: apprendere l’uso, il maneggio delle a.; impugnare l’a., mettere mano all’a.; affilare le a., prepararsi alla lotta (anche figurativo); presentare le a., una delle forme con cui si rendono gli onori militari da parte di reparti o da parte della sentinella; concedere l’onore delle a., nella resa di un caposaldo, di una piazzaforte, ecc., concedere agli assediati che si arrendono dopo strenua resistenza gli onori militari e, di solito, agli ufficiali il permesso di continuare a portare l’armamento personale; passare per le a. (calco del francese passer par les armes), fare giustizia sommaria, durante lo stato di guerra o in situazioni di eccezionale gravità pubblica, di un nemico o ritenuto tale, di un delinquente colto in flagrante, e simili; fare, mostrare il viso dell’arme, figurativo, far viso torvo, mostrarsi adirato.

2. figurativo – Ogni mezzo, anche non materiale, che sia impiegato a propria difesa o in danno d’altri, o di cui, più genericamente, ci si serva per raggiungere più sicuramente ed efficacemente uno scopo: in certe donne la lingua è un’a. potente; servirsi dell’a. della maldicenza; ricorrere all’a. del ridicolo; quella cambiale in mano sua era un’a. pericolosa contro di me; fare uso dell’a. dello sciopero, dell’a. del ricatto; il diritto non è sempre un’a. bastante; a. a doppio taglio, cosa, argomento che può ricadere in danno della persona stessa che l’usa a proprio vantaggio (in senso proprio, arma bianca con lama affilata da due parti); dare un’a. in mano a qualcuno, levargli l’a. di mano, dargli o togliergli la possibilità di nuocere. A. spirituali, l’interdetto e la scomunica, a cui la chiesa ricorre in circostanze particolari.

3. a. In molte frasi e locuzioni, specialmente al plurale, è simbolo del combattimento, degli esercizi militari, o anche del duello, della scherma: uomo d’arme (plurale) o d’armi, dedito alla guerra, esperto nel combattere: io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero (Dante); fatto d’armi, breve combattimento, scaramuccia; piazza d’arme o d’armi, luogo spazioso destinato alle esercitazioni militari; sala d’armi, sala di scherma; chiamare, gridare all’armi, chiamare a raccolta, a difesa contro una minaccia nemica o altro pericolo; antico, con questo senso, gridare all’arme (da cui il significato odierno, figurativo, di allarme), o anche gridare arme: Pel campo, arme, arme risonar s’udia (Ariosto), e anche dare all’armi (oggi dare l’allarme): non passò forse giorno, che non si desse all’armi (Manzoni); correre all’arme, alle armi, affrettarsi al combattimento; prendere le a., armarsi per combattere, muovere guerra; venire, ricorrere alle a., venire a battaglia, o anche a lotta, a contesa armata; mettere in armi un paese, eccitarlo alla guerra; levarsi in armi (di un popolo), insorgere armato; stare con l’arme al piede (antico star sulle a.), essere apparecchiato a combattere, tenersi pronto alla difesa (anche in senso figurativo); deporre, posare, abbassare (letterale rendere) le a., smettere le ostilità, arrendersi; sospendere le a., fare una tregua; letterale, cantare le a., narrare in versi imprese guerresche: Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, Le cortesie, l’audaci imprese io canto (Ariosto); Canto l’arme pietose e ’l Capitano Che ’l gran sepolcro liberò di Cristo (T. Tasso). Molto comune la frase, di origine francese, essere alle prime a. (o fare le prime a.), essere all’inizio di un’arte, di una professione o d’altro, e perciò ancora inesperto (in particolare, di chi fa le prime esperienze amorose). b. In altri casi (sempre al plurale), indica più espressamente il servizio, la vita militare: il mestiere delle a.; uomo atto alle a.; compagno d’armi, commilitone; fratello d’armi, proprio di chi giurava di combattere sempre a fianco di un altro; gente d’armi, i soldati (anticamente, una particolare milizia: cfr. gendarme); chiamare alle a.; essere sotto le armi; la permanenza sotto le a., al tempo delle guerre sannitiche, poteva arrivare a venti e anche più anni (Giuseppe Pontiggia). Oppure l’esercito, la milizia: questi dominiiacquistonsi o con le armi d’altri o con le proprie (Machiavelli); a. mercenarie, a. ausiliarie; a. leggere, corpi di milizia armati in modo da potersi muovere con facilità. Società delle armi, in alcuni comuni italiani del medioevo, le compagnie in cui era organizzato il popolo pronto ad accorrere in armi in difesa del potere delle “arti”.

4. Ciascuna delle parti in cui sono suddivise, in relazione ai compiti e alle caratteristiche d’impiego, le forze armate (in questo senso, il singolare è sempre arma): arma di fanteria, di artiglieria, del genio; a. dei carabinieri, detta anche l’a. benemerita (o la benemerita; anche assolutizzato l’arma: congedato dall’a., un maresciallo dell’a.); a. aeronautica, o a. azzurra, l’aviazione militare; a. dotte, erano cosi dette un tempo l’artiglieria e il genio. Per il Corpo delle a. navali della Marina militare (dove peraltro armi è usato con il suo primo significato).

5. a. Stemma araldico; con questa accezione, è più comune la forma arme. b. In numismatica, termine talora usato per indicare il rovescio di una moneta dove spesso figura l’arme o scudo dell’autorità emittente, sovrano o città; con questo significato compare nell’espressione arma o santo, equivalente a “testa o croce”.

L’ARMA PIU’ POTENTE E INSIEME IL DONO PIU’ GRANDE. L’etimologia è una delle tante scienze dimenticate del nostro tempo disastrato; dimenticata e grandemente fraintesa, tanto che di essa è stato anche detto che non servirebbe granché. Ora, posto che l’etimologia studia l’origine delle parole, ampliando la portata della suddetta incauta affermazione se ne potrebbe concludere che sarebbe cosa di poco conto chiedersi l’origine delle cose, da dove esse provengano; considerato poi che l’origine va di pari passo con la causa, insistendo nel voler attribuire credito e valore a siffatti ragionamenti non sarebbe tanto utile neppure indagare perché una tal cosa è così: perché è giunta sino a noi in un certo modo e perché in quello stesso modo essa si è generata. Senza indagare le cause, non si potranno conoscere gli effetti; senza giungere a monte del processo alla base della formazione di un qualcosa, non si potrà conoscere davvero quel qualcosa, non si potrà comprenderlo pienamente; non si potrà conoscerne il corretto funzionamento, come pure l’impiego ideale, e più ancora gli effetti collaterali indesiderati. Portando all’estremo l’incauta affermazione sulla poca utilità dell’etimologia, e applicandola a una qualsiasi altra scienza, si dovrebbe allora concludere per la poca utilità delle scienze in generale, posto che ogni scienza studia l’oggetto della propria ricerca anche e soprattutto in termini di relazione tra causa ed effetto, fra origine e scopo. Invece è piuttosto nota la grandissima utilità di molte scienze nell’esistenza umana. Il problema è che un occhio poco consapevole misura l’utilità di una cosa sulla base della sua materialità, o dei suoi risultati materiali, e si dimentica che dietro ogni oggetto, prodotto o risultato materialmente apprezzabile vi sono tutta una serie di studi e calcoli astratti, i quali non possiedono il carattere della materialità, ma appartiene loro quello della tangibilità, della certezza, come la certezza che si può conferire a un assioma matematico, certezza cui può essere ragionevolmente associato l’aggettivo “granitica”, e senza pericolo di fraintendimenti; certezza quasi… concreta. Il linguaggio è una conoscenza, quindi è esso stesso una scienza, come pure lo sono le discipline che lo studiano (etimologia, filologia, semantica, ecc.). Ogni conoscenza è anche un’arma: “ne uccide più la penna…”; ogni arma, a dispetto della definizione data in apertura, è a doppio taglio se non viene maneggiata con cura. Ne ho fornito proprio ora un chiaro esempio: per… inciso, l’incauta affermazione sulla poca utilità dell’etimologia l’ho reperita in una non meglio identificata enciclopedia on-line delle armi… L’aggettivo incauta è d’obbligo, perché negare il valore dell’etimologia equivale a negare il valore della parola e del linguaggio in quanto conoscenza. Un altro esempio: il film Arrival (2016) di Dennis Villenueve racconta le vicende di un incontro ravvicinato tra alcuni alieni e un gruppo di linguisti che tentano di interpretarne il linguaggio al fine di instaurare un contatto costruttivo; a un certo punto i linguisti capiscono che gli alieni portano in dono un qualcosa agli umani, ma non riescono a individuare di cosa si tratti, finché una di essi non intuisce che codesto dono non è altri che la loro lingua scritta, peraltro basata su un alfabeto logografico (simile a quello dei geroglifici egizi), la cui caratteristica principale è di essere “slegato dallo spazio e dal tempo”, di essere oggettivo, perché non riferito ad alcun particolare (corrispondente) linguaggio parlato, ossia non riferito a fonemi. Il film ha per tema proprio il linguaggio e la comunicazione fra esseri e culture diverse, e in tal senso è esso stesso un dono ai telespettatori, sia per quanto or ora detto, sia perché espone uno studio sul linguaggio secondo cui quando si comprende pienamente una (nuova) lingua – posto che ogni linguaggio ha un proprio codice – iniziando a pensare, ragionare in quella lingua allo scopo di costruire frasi per comunicare, ciò è suscettibile di modificare il modo di pensare, l’ideologia di chi se ne serve. Ecco spiegato perché, tra le altre cose, le scuole superiori insistono sull’importanza dello studio delle lingue morte come latino e greco, utili per sviluppare le nostre (naturali) capacità di ragionamento. L’etimo del termine “arma” ci porta sia al latino ar-ceo (“respingere”), perché con essa si respinge il nemico; sia al greco armos (“omero”), perché tal voce si volle destinata alle armi di natura difensiva, che si portavano appese alla spalla o al braccio, come uno scudo; sia al celtico harn (“ferro”). La filologia classica ha ritenuto di dover riferire la detta voce alla radice ar, che ha pure il senso di congiungere, adattare, acconciare; onde il greco aro (“congiungo”), e ar-ar-isko (“adatto, fornisco”). Interessante notare che la radice di arma è la stessa di ramo (di un albero), ossia dell’equivalente del braccio per il corpo umano. L’omero è la giuntura della spalla, sicché il primo significato sarebbe stato quello di strumento, congegno qualsiasi che si adatta alla mano o al corpo e protegge chi lo porta. Piuttosto evidenti le assonanze con gli arti del corpo, come pure la funzione. Presso i latini si dissero poeticamente arma (neutro plurale) anche molti strumenti di arti e mestieri; del resto al saggio precedente abbiamo visto che il termine arte deriverebbe dal verbo are: “ordinare”. Curioso notare che il termine inglese arm è assonante con il nostro arma e significa “braccio” e figurativo “ramo”; curioso che il verbo to arm significhi “armare”, e che il significato figurativo dell’espressione at arm’s lenght sia “a debita distanza, a distanza di sicurezza”, a indicare una delle funzioni degli arti superiori, quella protettiva, molto simile a una funzione delle zampe anteriori di un animale (o alla funzione protettiva dei rami di un albero). Probabilmente ciò non è casuale: infatti dai resoconti di Beda il venerabile (monaco e storico inglese del VII sec. d.C. ritenuto il padre della storia inglese) apprendiamo che l’inglese moderno ha radici della lingua anglosassone, una lingua indoeuropea, come il latino; senza contare che l’alfabeto è lo stesso (quello fenicio) e che i popoli britannici, come quelli germanici, hanno risentito della dominazione romana. Ugualmente interessante è notare la funzione prettamente difensivo-protettiva che avevano le armi in origine, testimoniata proprio dall’etimo di questa parola, e dal significato che le veniva di conseguenza normalmente ascritto. Oggi quando si pensa a un’arma la si intende quasi esclusivamente nella sua accezione offensiva, ossia come di un qualcosa fatto per offendere, per nuocere a taluno, mentre per individuare ad esempio uno scudo o una corazza si deve aggiungere uno specificativo, e si parla di “armi difensive”. E’ interessante riferire ciò perché si può avere contezza del mutare del significato ascritto a un termine al mutare di tempi, luoghi, culture e ideologie; termine che pur significa invero qualcosa di diverso, e che invece non è affatto mutato: arma si scrive sempre arma; termine che pur non dovrebbe lasciare molti dubbi sul proprio significato, una volta letto, visto che deriva da una parola greca che significa omero, assonante appunto con arma e con ramo (e avente le stesse consonanti). E se una diversa cultura, una diversa visione del mondo può influire così tanto sul significato ascritto a un termine, ne saranno influenzati la considerazione e gli utilizzi ritenuti più idonei per quella cosa, e non da ultimo anche la legislazione attorno alla stessa.

Art. 6 Cost.: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”

SEI PERSONAGGI IN CERCA DI UN DOTTORE. Anche il diritto è un linguaggio: esso è il linguaggio della società civile, come abbiamo visto [“Il diritto come linguaggio nell’analisi dei suoi elementi essenziali”, 3.9.2017]. Qualcuno prima della lettura del presente blog poteva forse avere dubbi in proposito; certamente però nessuno dubita del fatto che il diritto sia (anche) un’arma, ora difensiva (dei diritti soggettivi) ora offensiva (coercitiva), pur essendo la sua funzione precipua super partes, neutra, in quanto attinente al regolare puro e semplice. Ermogeniano comunque ci ricorda che il diritto nasce con l’uomo e per l’uomo, e d’altro canto la storia delle civiltà umane ha visto l’evoluzione degli istituti giuridici nel segno del progressivo riconoscimento dei diritti umani – dalla polis greca alla Magna Charta del basso medioevo sino alla rivoluzione francese – poi trasposti nelle varie Carte dei diritti dell’uomo e del cittadino e nelle Costituzioni degli stati di diritto. Ecco allora che, accanto alla funzione del regolare, ne percepiamo nitida un’altra: quella di mitigare o diversamente orientare la portata della grande arma a doppio taglio che è un tutt’uno con l’esperienza umana, per l’appunto la parola, il linguaggio. Funzione percettibile in modo particolare nell’ambito del diritto divino: la parola infatti è il tratto che più manifestamente distingue la specie umana da tutte le altre, e che ci renderebbe simili a Dio; non pare essere un caso che la Bibbia inizi con la frase “In principio era il verbo”. Va da sé che con la nascita del diritto le parole acquistano un peso ancora maggiore, specialmente alcuni vocaboli ben determinati pronunciati in contesti particolari da soggetti a ciò preposti (militari e magistrati). Considerazioni decisamente condivisibili senza bisogno di particolari approfondimenti, in quanto chi non è in grado di esprimersi, di far sentire la sua voce o anche solo di parlare non è oggettivamente in grado di difendersi nel mondo umano, perché non è in grado di poter adeguatamente comunicare, di urlare il proprio no, non ci sto! nelle dovute forme. E non mi riferisco soltanto ai diritti degli animali o delle piante; parlo di alcune categorie ben determinate di individui, quelli che nel corso della storia umana sono stati in epoche e modi diversi considerati alla stregua di “figli di un dio minore”: schiavi, emarginati, stranieri, analfabeti, diversamente abili e non ultimi vecchi, donne e… bambini. Per descrivere tutti costoro con un unico termine tecnico omnicomprensivo e atemporale, possiamo utilizzare la parola “minoranze” (linguistiche, culturali, territoriali, giuridiche, psicofisiche). Un bellissimo film uscito di recente offre uno scorcio esemplare e immediatamente comprensibile dell’abominio socio-politico (quindi giuridico) cui sono sotto-posti coloro che in un dato contesto sociale – spesso disumanizzato e sradicato dal proprio contesto (habitat) naturale (originario) – sono costretti loro malgrado a occupare una posizione infima. Il film in questione è The shape of water (2017, regia di Guillermo del Toro): ambientato ai tempi della guerra fredda, narra le vicissitudini di una giovane donna (bianca) – cui hanno reciso le corde vocali da piccola – e della sua amica e collega (nera), impiegate quali donne delle pulizie in un laboratorio USA, che “ospita” un fantomatico uomo-pesce, catturato e segregato (e brutalizzato) per scopi scientifico-militari. Aspetto alquanto particolare del lungometraggio è che – tra le altre cose – mette in luce l’effetto che certe dinamiche sociali avulse da tutto ciò che è umanità possono avere nella sfera sessuale; cosa succede cioè allorquando una posizione sociale più elevata o un quantum di autorità acquisito per ruolo professionale spingono taluno a considerare l’altro come persona (“maschera, immagine, canale”) e non più come individuo tout court. Più interessante ancora appare rilevare come il regista si soffermi sul concetto di sporco, facendo notare quanto la psiche di taluni soggetti – inseriti (ingabbiati?) nel paradigma detto – possa venirne negativamente influenzata, allorquando essi si trovino ad associare il fatto di “sentirsi sporchi” al contravvenire ai propri doveri o al tradire certi valori, in specie quelli coniugali (al tradire l’altrui fiducia), e quanto tutto ciò sappia di trasgressione, in una maniera decisamente infantile, e sia quindi dagli stessi ricercato alla stregua di bisogno. L’uso più delicato della parola, quello oggettivamente suscettibile di provocare maggior danno alla psiche umana, è il giudizio imperativo di una generica autorità; è il comando, l’ordine categorico, specie se ingiustificato o ritenuto ingiusto e discriminatorio, e a cui ci si sente costretti a uniformarsi per non incorrere in conseguenze più gravi per se o per altri; qualcosa di fronte al quale ci si sente disarmati; come una sentenza non adeguatamente motiva, o la cui motivazione è costruita su leggi arbitrarie che non tengono debito conto dei riconoscimenti costituzionali o dei diritti umani. Senza bisogno di pescare nel cinema o nella letteratura, è il diritto positivo stesso a offrirci non pochi squallidi e artificiosi esempi di quanto una costruzione astratta e bidimensionale sia capace di modificare la realtà delle umane vicende, quasi sempre in nome di una logica prettamente mercantile. Ne abbiamo visti alcuni nei precedenti saggi: per esempio la concezione moderna di reato, decisamente lontana dall’istituto del delitto naturale, per cui si trasformerebbero in illeciti penali anche fattispecie di altro ambito; la teorizzazione della responsabilità oggettiva in ambito penalistico, che stravolge la massima ulpianea di romanistica memoria secondo cui nulla poena sine culpa; l’acclarata non infallibilità degli attuali sistemi giudiziari penalistici, specialmente in relazione alla pena di morte; la cessione della sovranità monetaria in favore di un sistema economico internazionale privato che riduce in schiavitù interi stati (che non sono dunque più tali)… Altri ne vedremo: la lista è alquanto lunga ed è mia intenzione sottoporre i più gravi ed eclatanti ai lettori. Uno di questi è quello che alcuni esperti del settore avrebbero definito come il lato oscuro del diritto penale e che io ho voluto rinominare “il paradosso del lanciatore di coltelli”: se Tizio una domenica sera scaglia una bottiglia dalla finestra di casa volendo così tentare di zittire un gruppo di tifosi chiassosi, mentre lo fa accetta il rischio di poter ferire qualcuno, nel senso che ne è consapevole (o si può ragionevolmente presumerlo), pertanto un siffatto comportamento integra gli estremi del dolo (eventuale); invece se Willam “Bill” Cutting (un nome un programma), protagonista del lungometraggio Gangs of New York (2002, di Martin Scorsese), che per hobby fa il lanciatore di coltelli, quando svolge tale attività si assume un rischio ma non vorrebbe nuocere a nessuno e confida nella sua abilità affinché ciò non avvenga, quindi detto rischio non lo accetterebbe secondo i dogmi della miglior dottrina, e  se nuoce alla sua assistente risponde per colpa (cosciente) [“I moti dell’animus inscritti in sette gradi di responsabilità”, 17.12.2017]. Per dovere di cronaca riporto che il buon vecchio Bill è soprannominato “Il Macellaio”, perché lo fa di professione. Ora, il punto è che qualora costui sbagliasse di proposito il colpo cagionando volontariamente – e non già… inci… cioè accidentalmente – la morte della di lui assistente, magari in un moto d’ira, dunque senza necessità di una particolare premeditazione, o anche per motivi personali non conoscibili (gelosia, questioni professionali…), ossia qualora il nesso psichico tra la condotta dell’agente e il fatto di reato integrasse IN RE IPSA gli estremi del dolo, come potrebbero gli inquirenti e il giudicante estrapolare la suddetta condotta dal fascio indistinto di tutte le altre… normali fattispecie che dottrina e giurisprudenza riconducono alla colpa cosciente, e quicumque suum tribuere (“dare a ciascuno il suo”) secondo giustizia? Un quesito difficile da risolvere. Forse però possiamo risolvere il paradosso del lanciatore di culatelli; forse non si tratta di un vero paradosso. Per fare ciò richiedo nella presente sede l’intervento… adesivo di altri celeberrimi personaggi confusi tra storia, mito e leggenda. Essi sono, in ordine cronologico: 1. Guglielmo Tell, arciere leggendario ed eroe nazionale svizzero, il quale, condannato a colpire una mela posta sul capo del figlioletto, con la sua infallibile mira riesce nell’impresa. Vincendo questa sfida, guida la ribellione del popolo elvetico contro la dominazione straniera, diventando l’eroe nazionale svizzero. Storia e leggenda si mescolano nella figura di Guglielmo Tell, e tutto sembrerebbe indicare che non si tratta di un personaggio realmente esistito: è possibile che l’intera leggenda sia nata in Norvegia intorno al X-XI secolo, in quanto il tema dell’arco e della mela si ritrova in una cronaca del 1200 redatta dal dotto danese Saxo Grammaticus; tuttavia le vicende che fanno da sfondo alle sue gesta rievocano un avvenimento storico reale, la conquista dell’indipendenza da parte della Confederazione elvetica intorno al 1300, e per questa ragione Guglielmo Tell è diventato l’eroe nazionale del popolo svizzero. La storia infatti si svolge durante la lotta che le tre comunità alpine di Uri, Schwyz e Unterwalden, il nucleo della futura Confederazione svizzera, condussero tra il XIII e il XIV secolo contro gli Asburgo d’Austria per ottenere l’autonomia. 2. Tommy Young, La stella dei Giants, manga giapponese del 1966 creato da Ikky Kajiwara (testi) e Noboru Kawasaki (disegni), il cui protagonista è per l’appunto un giovane “campione” di baseball. 3. Pilota, protagonista del romanzo Drive di James Sallis (edito in Italia da Giano, 2006), da cui è stato tratto un film omonimo, un pilota d’automobili che lavora come meccanico e stuntman cinematografico, e arrotonda prestando saltuariamente servizio come autista presso alcuni rapinatori di banche. 4. Un qualunque sikh residente in Italia, e che porta il kirpan, una sorta di pugnale sacro di 18 cm senza filo né punta simboleggiante l’opposizione al male, rimasto vittima come molti suoi pari di una sentenza della Cassazione penale del giugno 2017 che ha fatto molto discutere. 5. Cole Tell, personaggio di fantasia (nessuna discendenza con l’eroe svizzero di cui sopra), che di professione fa da pochi mesi il rappresentante di coltelli da cucina svizzeri, coltelli a seghetto tra i migliori sul mercato sia per la carne che per ogni tipo di verdura, ottimi per sfilettare il pesce, consigliati persino da alcuni noti programmi televisivi di cucina… Con Bill fanno 6: sei personaggi in cerca di un dottore… in legge.

“Schiere di maghi e streghe hanno affermato di aver eseguito i peggiori misfatti perché sotto l’influsso della maledizione imperius. Il punto è: come scoviamo i veri colpevoli?” [Alastor “Malocchio” Moody, prima lezione di difesa contro le arti oscure]

Art. 5 cod. civ. (Atti di disposizione del proprio corpo): “Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume”

CARTE VERDI, ARMI IMPROPRIE E CRONACA NERA. In diritto l’elemento discriminatorio tra illecito colposo e doloso è la volontarietà. Tuttavia vi sono fattispecie in cui l’evento dannoso, seppur non propriamente voluto, è previsto dall’agente come possibile, e si parla di dolo eventuale, poiché egli, pur prefigurandosi la possibilità di verificazione del danno, agisce ugualmente, anche a costo di determinarlo; accetta cioè il rischio del suo accadimento. Invece allorquando l’agente non vuole il fatto dannoso e non ne ritiene possibile la verificazione o confida nella sua abilità affinché lo stesso non si verifichi, e il fatto si verifica ugualmente, si parla di colpa cosciente. Punto centrale dell’intera riflessione è proprio il termine “cosciente”, che ci parla del quantum di consapevolezza ed esperienza (anche tecnica) oggettivamente valutabili o riscontrabili in capo all’agente, atte a fungere da ulteriore discrimine non soltanto tra colpa e dolo, anche più in generale tra punibilità e non punibilità: si pensi al reato commesso dal minore di anni 14 o dall’infermo di mente. Parliamo di responsabilità: di quanto Tizio sia responsabile di sé e delle sue azioni, di quanto sia esperto e di quanto sia conscio della sua esperienza in relazione alle attività che pone in essere e alla sua condizione psico-fisica, anche temporanea. E’ necessario poi considerare altri due fondamentali aspetti della questione: la natura dei beni giuridici tutelati dall’ordinamento, che sono la vita umana e l’integrità psicofisica; il grado di offensività della condotta illecita in relazione a detto bene. Accanto a ciò va considerato che non sono previsti soltanto reati di danno, ossia quei reati che si configurano quando l’offesa si sostanzia nell’effettiva lesione del bene giuridico tutelato dalla norma penale incriminatrice; vi sono pure i cosiddetti reati di pericolo, in cui l’offesa è rappresentata dalla probabilità del danno. Dal punto di vista politico-criminale tale ultima categoria di reati implica un’anticipazione della tutela, dato che si protegge un determinato bene giuridico per il solo fatto di essere stato messo in una situazione di potenziale pericolo. Tradizionalmente i reati di pericolo si distinguono ulteriormente in tre classiche sotto-categorie: reati di pericolo concreto, presunto e astratto. In particolare i reati di pericolo concreto sono quelli nei quali il giudice valuta di volta in volta, in base a un giudizio ex ante, la concreta pericolosità della condotta incriminata verso il bene giuridico tutelato. Il pericolo è dunque per questi reati un elemento costitutivo della fattispecie. Il reato di calunnia è un reato di pericolo perché ai fini della sua configurazione è sufficiente la possibilità che si instauri un processo col rischio che sia irrogata la pena a un innocente. Trattandosi di reato di pericolo è sufficiente per la sua integrazione la mera possibilità che l’autorità giudiziaria dia inizio al procedimento per accertare il reato incolpato, con danno per il normale funzionamento della giustizia [Cass. Pen. Sez. VI , n. 8142 del 22.7.1992]. Quindi è sufficiente a integrare l’elemento oggettivo del reato anche una falsa accusa che, essendo astrattamente configurabile come notitia criminis in quanto a prima vista non manifestamente inverosimile, sia pertanto idonea all’apertura delle indagini preliminari, risultando del tutto irrilevante che le stesse si siano successivamente concluse con un decreto di archiviazione [Cass., sez. VI, 18 dicembre 2003]. Il pericolo è da escludere se il fatto denunciato appare manifestamente infondato o assurdo [Cass. Pen., Sez. VI, 11 marzo 1980, in Rep. Foro. it., 1981, 302]. Pertanto l’anticipazione della tutela non arriva a comprendere fatti manifestamente e a prima vista inverosimili, sì che l’accertamento della sua infondatezza non abbisogni di alcuna indagine, ovvero quando l’esercizio dell’azione penale sia paralizzato dal difetto di una condizione di procedibilità, purché tale difetto sia a sua volta evidente o escluda immediatamente la possibilità di un seguito alla notizia di reato. La ratio dell’incriminazione risiede infatti nella necessità di scongiurare il pericolo, anche se lieve o remoto, che si proceda a carico di un soggetto per un reato che egli non ha commesso. Di conseguenza integra l’elemento materiale del reato in esame qualunque deposizione calunniosa che non si manifesti infondata o inverosimile sulla base del suo stesso contenuto [Cass. Pen. Sez. VI, n. 3040 del 26.3.1993]. Or bene, è quantomai evidente che l’hobby scelto da Bill Cutting sia potenzialmente pericoloso per l’incolumità fisica altrui, pur se effettuato con il consenso della di lui assistente, e infatti tali pratiche oggi sono cadute in disuso e sono soprattutto vietate, perché idonee a ledere o diversamente mettere in pericolo il predetto bene giuridico. Sul punto mi permetto in questa sede di aprire solo un piccolo inciso: spiace constatare che l’art. 5 cod. civ. parli di integrità fisica e non già anche psicofisica, posto che alcuni traumi fisici, se non suscettibili di procurare riduzioni permanenti dell’integrità fisica, non è detto che non possano esserlo sul piano psichico, visto che anche la medicina ufficiale occidentale sta iniziando ad ammetterlo. Si intravedono qui tutti i limiti del diritto positivo e dei codici civile e penale e quanto essi non siano al passo con i tempi e con la Costituzione, che è successiva. Ci si chiede se nel ’48 non sarebbe stato più opportuno riformare interamente e specificamente anche i quattro codici, invece di utilizzare la Costituzione come filtro. Sia come sia la spiegazione fornita dalla dottrina per risolvere il caso del lanciatore di coltelli, collocando le conseguenze dell’errore di lancio nell’alveo della colpa cosciente, non pare convincere, oltre ad apparire avulsa dalla logica concreta utilizzata dalla giurisprudenza, anche recente. I lettori ricorderanno il caso dell’agente della polstrada Luigi Spaccarotella, che la mattina di domenica 11.11.2007 esplose alcuni colpi ad altezza uomo contro un gruppo di ultras cagionando la morte di uno di questi: la Cassazione ha confermato nel 2012 il verdetto di secondo grado per omicidio volontario (dolo eventuale) dopo che inverosimilmente (almeno per chi scrive) il giudice di primo grado aveva optato per il colposo. Anche in altro ambito del diritto penale sia il diritto sostanziale sia quello processuale hanno subito mutamenti rilevanti: mi riferisco ai reati connessi alla circolazione stradale. Infatti a far data dal 23 marzo 2016 sono stati introdotti nel codice penale i reati autonomi di omicidio stradale [art. 589 bis] e lesioni personali stradali gravi e gravissime [art. 590 bis], con pene specifiche e di una certa consistenza (fino a 12 anni di carcere) e un’aggravante speciale in caso di fuga, con revoca della patente di guida sino a 30 anni. Dopo la riforma alcune improvvide condotte di guida che hanno provocato la morte o gravi lesioni personali a terzi sono considerate dolose; esse sono: guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, eccesso di velocità, attraversamento con il semaforo rosso, circolazione contromano, inversione di marcia in prossimità di incroci, curve o dossi, sorpasso con linea continua. Le dette condotte sono suscettibili di integrare gli estremi del dolo eventuale perché ponendole in essere il conducente Tizio accetta il rischio di nuocere a terzi, eppure agisce a costo di cagionare un danno (es.: Tizio è consapevole che se passa col rosso può scontrarsi con un altro veicolo che transita regolarmente sulla perpendicolare, come pure con un pedone, eppure non si ferma). I veicoli a motore – specialmente quelli circolanti su strada – sono classificati come mezzi di trasporto; va detto però che essi hanno una pericolosità intrinseca – specialmente alcuni di essi (si pensi a un autocarro o a un autotreno) – tale da mutarli in determinate circostanze in vere e proprie armi… improprie, ma con potenza (distruttiva) anche superiore alle più comuni armi proprie. Sul punto una domanda che potrebbe sorgere spontanea potrebbe essere la seguente: perché, in oltre 70 anni di Repubblica, soltanto di recente gli apparati legislativi si sono accorti della dolosità intrinseca di determinate condotte di guida, e hanno ritenuto di così classificarle? Eppure quella della strade insanguinate è una piaga che affligge la civiltà da decenni. In questo come in altri ambiti il diritto pare effettivamente non volerne proprio sapere di stare al passo con i tempi, e certamente detto ritardo non può completamente essere ascritto alla pur cronica e sconcertante lentezza degli apparati giudiziari italiani. Man mano che ci si addentra nelle questioni sviscerate nel presente blog come in altre sedi critiche, ci si convince sempre più che si tratta di freni di natura… “politica”, legati a logiche di mercato. Sia come sia, laddove una delle suelencate condotte di guida posta in atto dal conducente Tizio abbia a cagionare (dolosamente) la morte di terzi utenti della strada, dovrebbe risultarne evidentemente di conseguenza che il solo porre in essere una di tali condotte sia atto intrinsecamente pericoloso per l’incolumità fisica altrui. Ergo passare col rosso, guidare contromano, guidare in stato d’ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, sorpassare con linea continua, effettuare inversioni di marcia in prossimità di curve e dossi non dovrebbero forse essere considerate tutte condotte potenzialmente idonee ad integrare una fattispecie di reato di pericolo, quantomeno se poste in atto nei pressi di un centro abitato, di una scuola, di un ospedale o di una zona residenziale? Fa quasi sorridere che, nonostante la riforma del 2016, ad oggi soltanto la guida in stato d’ebbrezza sia considerata reato di pericolo. Eppure non è forse più pericolosa la condotta di guida di Tizio che sfiora i 180 km/h in centro abitato rispetto a quella di Caio, ubriaco, che procede a 30 km/h?

Left to right: Barricade and Megatron in TRANSFORMERS: THE LAST KNIGHT, from Paramount Pictures.

ROMPENDO (IL) LETTO: UN EMBLEMATICO ESPERIMENTO EXTRAGIUDIZIALE. Un paradosso, dal greco παρά (contro) e δόξα (opinione), è genericamente la descrizione di un fatto che contraddice l’opinione comune o l’esperienza quotidiana, riuscendo perciò sorprendente, straordinaria o bizzarra; più precisamente, in senso logico-linguistico, indica sia un ragionamento che appare invalido ma che deve essere accettato sia un ragionamento che appare corretto ma che porta a una contraddizione. Secondo la definizione che ne dà Mark Sainsbury si tratta di “una conclusione evidentemente inaccettabile, che deriva da premesse evidentemente accettabili per mezzo di un ragionamento evidentemente accettabile”. In filosofia ed economia il termine paradosso è usato spesso anche come sinonimo di antinomia; in matematica invece si distinguono i due termini: il paradosso consiste in una proposizione eventualmente dimostrata e logicamente coerente ma lontana dall’intuizione; l’antinomia invece consiste in una vera e propria contraddizione logica. Il paradosso è un potente stimolo per la riflessione: rivela sia la debolezza della nostra capacità di discernimento sia i limiti di alcuni strumenti intellettuali per il ragionamento. È stato così che paradossi basati su concetti semplici hanno spesso portato a grandi progressi intellettuali. Talvolta si è trattato di scoprire nuove regole matematiche o nuove leggi fisiche per rendere accettabili le conclusioni che all’inizio erano “apparentemente inaccettabili”; altre volte si sono individuati i sottili motivi per cui erano fallaci le premesse o i ragionamenti “apparentemente accettabili”. Sin dall’inizio della storia scritta si hanno riferimenti ai paradossi: dai paradossi di Zenone alle antinomie di Immanuel Kant, fino a giungere ai paradossi della meccanica quantitistica e della teoria della relatività, l’umanità si è sempre interessata ai paradossi; il buddismo zen (specie quello di scuola Rinzai) affida l’insegnamento della sua dottrina ai koan, indovinelli paradossali. Nel paradosso del lanciatore di coltelli, nella malaugurata ipotesi in cui Bill Cutting dovesse sbagliare il colpo a danno della di lui assistente (volontaria), egli risponderebbe penalmente per colpa cosciente, e non già per dolo, poiché la dottrina è concorde nel ritenere che egli non accetterebbe il rischio di nuocerle fidando nella sua proverbiale e risaputa abilità nel lancio, forgiata in anni di pratica… e di spaventi; per intenderci: lo stesso grado di abilità che potrebbe ragionevolmente essere riconosciuto in capo a un agente di polizia che decidesse di esplodere alcuni colpi di rivoltella ad altezza uomo, in conseguenza soggettive e discutibili… necessità di servizio. L’unica differenza qui, oltre al tipo di Arma usato (…), risiede nel consenso dell’avente diritto, consapevolmente (?) prestato nel primo caso. L’affidamento allora è duplice, in quanto anche (e prima di tutto) la giovane assistente di Bill confida nella di lui abilità, diversamente si può ragionevolmente presumere che ella non accetterebbe mai di assisterlo nel numero del lanciatore. Va da sé che detto consenso non può neanche lontanamente paragonarsi a quello prestato da coloro che accettano di sottoporsi a pratiche sessuali estreme, posto il limite legale sancito dall’art. 5 cod. civ., per cui gli atti di disposizione del proprio corpo non devono essere tali da cagionare una diminuzione permanente dell’integrità fisica. Trattandosi dell’ambito civilistico, nonché per puro buonsenso, è possibile ragionare in via analogica e concluderne che debbono considerarsi vietati altresì tutti gli atti la cui pericolosità intrinseca è suscettibile anche solo di minacciare la detta integrità, il tutto senza bisogno di scomodare la giurisprudenza, come pure la dottrina (per carità!). Le fattispecie di cui ai 6 personaggi elencati due paragrafi più sopra sono rette, come altre, dal principio dell’affidamento, lo stesso principio sotteso alle regole della circolazione stradale, e che riguarda non soltanto gli altri utenti della strada al di fuori dell’abitacolo di un determinato veicolo, bensì anche quelli all’interno di uno stesso veicolo che sono altri rispetto al conducente; che riguarda cioè i cosiddetti terzi trasportati: essi si affidano alla prudenza, all’esperienza, all’abilità nonché alla… civiltà di colui dal quale accettano di farsi condurre, trasportare, nel lasso di tempo corrispondente al tratto di strada che, per i motivi più diversi, essi abbiano deciso di percorrere assieme, l’uno quale conducente, guida, l’altro quale trasportato, passeggero. Orbene: è appena il caso di ribadire che non soltanto le condotte connesse ai reati di omicidio stradale e lesioni stradali gravi e gravissime sono suscettibili di mettere in pericolo, ossia minacciare l’integrità fisica; lo è anche l’hobby di Bill. Ovviamente nel primo caso nessun terzo trasportato accetterebbe di norma di salire in auto sapendo che il conducente ha intenzione di porre in essere una o più condotte di guida pericolose. Posto che non mi risulta che se alla guida di tale auto ci fosse Pilota, egli, avendo così cagionato un danno grave a terzi, risponderebbe per colpa cosciente e non per dolo eventuale, mi chiedo perché a Bill Cutting dovrebbe essere riservato un trattamento più blando, consenso o non consenso della di lui assistente. Certamente infatti, mutata l’arma, Pilota si troverebbe nella stessa situazione soggettiva di Bill, confidando nella sua abilità superiore di guida al punto di non accettare il rischio di nuocere a terzi, perché, pur prefigurandosi una fattispecie dannosa, ne ritiene impossibile la verificazione. Epperò si tratta per l’appunto di valutazioni soggettive, che non paiono tener conto del punto di vista della vittima; non va dimenticato che Spaccarotella è stato condannato in secondo grado per omicidio doloso. In altre parole il giudizio sull’intensità dell’elemento soggettivo del reato non può prescindere dall’analisi della natura della condotta che ha portato alla causazione del danno, e quindi dal principio di offensività [per saperne di più su tale principio: “Piove a diritto. Il governo lo sa?”, 13.12.2017]. Perché da un punto di vista oggettivo è oltremodo evidente che il numero del lanciatore di coltelli è intrinsecamente pericoloso: diversamente detta attrazione non sarebbe tale; non vi sarebbe spettacolo, mancando l’elemento della suspance legata alla posizione critica dell’assistente. Quindi poco importa se Bill non accetta il rischio; non si tratta di spingere accidentalmente qualcuno passeggiando per strada: Bill non vuole nuocere alla di lui assistente, ma la sua condotta è intrinsecamente pericolosa, quindi un certo quantum di rischio sussiste in ogni caso, e poco importa quanto Bill se ne dica consapevole. Come pure lo è esplodere alcuni colpi di rivoltella ad altezza uomo, e non è rilevante che a sparare sia Bradley Cooper nei panni del cecchino di American Sniper (2014, regia di Clint Eastwood). Tutt’al più siffatte qualifiche o abilità superiori dovrebbero rilevare a parere di chi scrive quali aggravanti. Credo giri tutt’ora su youtube il video di un professore di fisica che effettua una dimostrazione estrema durante una sua lezione: egli calcola il momento e l’ampiezza dell’oscillazione di un grosso pendolo e pone la sua faccia a una distanza tale che il pendolo stesso la sfiori senza impattarvi contro. Di costui si potrebbe certamente dire che egli si sia figurato l’evento dannoso ma ne abbia ritenuto impossibile la verificazione, avendo svolto minuziosi calcoli: infatti nel video l’evento dannoso non si verifica. Forse, oltre a un errore di calcolo, soltanto un improvviso terremoto avrebbe potuto condurre a un nocumento. Invece nel paradosso del lanciatore di coltelli la dottrina giuridica parrebbe voler tentare di stravolgere la realtà, per costringerla entro categorie astratte, artificiali e fasulle. Decisamente ingiusta pare del resto la sentenza che condanna i sikh sul territorio italiano per il porto di un pugnale che non può ferire, e il cui credo ne proibisce l’uso, allorquando a un minorenne è dato di poter girare con una mazza da baseball, mentre i militari devono denunciare gli spostamenti della sciabola d’ordinanza. Paradossi e controsensi. Un esponente politico italiano avrebbe così commentato la sentenza: “Speriamo che non venga usata come una clava”. Fra tutte ‘ste armi proprie e improprie, convenzionali e più o meno letali, quella che si dovrebbe maneggiare con la cura più estrema, dopo la parola, è senza dubbio il diritto. Quando ciò non avviene, si palesa come invero il diritto stesso, a dispetto delle Carte costituzionali e di quelle dei diritti dell’uomo, del cittadino e dello straniero, a dispetto della tutela delle minoranze, sia divenuto paradossale strumento e arma orripilante che è de facto espressione di un qualche centro di potere autoritario e prevaricatore. Perché è ragionevolmente condivisibile che coloro che sono originari di un certo territorio geopolitico debbano godere di maggiori diritti e vantaggi in relazione a quel dato territorio, loro patria (“questa è casa mia, qui comando io”); ma ogni minor grado di tutela giuridica concesso a un individuo straniero non può non tener conto dei principi universali riconosciuti dall’impianto normativo che rappresenta le fondamenta giuridiche di quello stesso ordinamento statale da cui certe sentenze promanano (e non può neppure mostrarsi palesemente in contrasto con la più elementare logica giuridica); diversamente, ossia disconoscendo i detti principi basilari, l’intero edificio normativo de quo sarebbe destinato miseramente a crollare, non essendo questi gli ambiti di applicazione legittima di strategie in stile “due pesi e due misure”. Invece resta in piedi per mezzo di un intricato gioco di specchi e grazie ai trucchi di un illusionista, di un degno compare di Bill. Con risultati ed effetti deleteri e aberranti, che sporcano l’incontro pacifico, proficuo e paritetico con l’altro – sia simile sia soprattutto diverso (per l’appunto: altro, alieno) – e lo trasformano in un rapporto di forza, dove in buona sostanza alla parte che può venire ragionevolmente ascritto (per ragioni essenzialmente riconducibili a mere questioni pregiudizial-culturali) un diritto (una facoltà, un… “potere”) “maggiore”, viene conseguentemente riconosciuta una posizione sovraordinata, nel senso che l’altra parte deve stare sotto, soccombere e/o divenire succube. E’ la “legge” del più forte, il paradosso di coda. Della serie: “in guerra e in amore”… Già, ma in quest’adagio il termine “amore” è usato impropriamente, e ci riferisce invero a questioni di carattere prettamente passionale. Il diritto è amore, o per lo meno dovrebbe esserlo.

“Nobody’s got the gun, nobody’s trying to get the drop on anyone. Nobody’s standing out on main street with the sun blazing down, saying: – There’s only room for one of us in this here town. Nobody’s got the be the number one, nobody’s got the gun. She may not understand, and she may want you eating from her hand.  If she’s got you in a corner and you can smell the smoke and flame,  you reach for your revolver  to do the same, you’ll blow your love away forever, number one.  Nobody’s got the gun. You may think love is hard enough, you may never get to rehearse and you can do without this stuff, making everything worse. She’s just the same as you;  she needs your love just like you want her to. You can’t go playing poker with a pistol in your sleeve; you can’t make somebody love you by threatening to leave. If you want a love forever, number one. Nobody’s got the gun……” (Mark Knopfler)

Dire Straits – News

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