La compenetrazione gerarchica di tradizioni e fonti

Fonte è tutto ciò da cui il diritto proviene, sgorga. Più precisamente fonte è ogni atto o fatto a cui un ordinamento giuridico riconosce la capacità di produrre diritto, di innovarlo (e rinnovarlo), ossia di far sorgere, modificare o estinguere delle norme giuridiche. “Fonti del diritto” è un’espressione metaforica quanto mai risalente: l’immagine naturalistica della sorgente da cui sgorgherebbe il diritto oggettivo si ritroverebbe infatti già nell’ambito del diritto romano. A prescindere dalla presenza (o meno) di questa espressione, la problematica delle fonti del diritto è presente nella sia compilazione giustinianea sia nelle Istituzioni che nel Digesto. Le fonti del diritto, da oggetto di studio dei cultori del diritto civile (basti pensare che la loro disciplina era ed è tuttora contenuta in gran parte dei codici civili europei, ivi compreso lo stesso codice civile italiano del 1942) o anche dei filosofi del diritto, sono divenute ormai un tema “classico” del diritto costituzionale.

Nella teoria del diritto l’espressione è utilizzata in due accezioni. Nel primo senso – particolarmente sviluppato dal positivismo giuridico – fonti del diritto sono quegli eventi (fatti e atti) la cui realizzazione è condizione perché una norma appartenga a un determinato ordinamento giuridico (con i connessi problemi delle condizioni alle quali una norma e un ordinamento possono dirsi esistenti). In altri termini una norma è giuridica e appartiene a un ordinamento non sempre in quanto abbia un contenuto di qualche tipo, ma talora in quanto sia prodotta nei modi, con le forme e dalle autorità che quell’ordinamento regola (e riconosce) come proprie fonti. Si parla di ordinamenti giuridici di tipo consuetudinario, giudiziario e legislativo a seconda che la fonte cui viene attribuita prevalenza sia la consuetudine, la giurisdizione o la legislazione, come accade negli ordinamenti moderni formatisi soprattutto negli ambiti in cui sono state attive ideologie illuministiche (ne è un esempio il principio di legalità). Nel secondo senso sono fonti del diritto anche le idee che in varia misura influenzano gli organi che creano il diritto, nell’esercizio di tale attività creatrice: idee morali, politiche, religiose per un verso, ma anche l’ideologia normativa presente nella mente di tali organi (specie dei giudici).

Si distinguono fonti di cognizione da fonti di produzione. Le prime costituiscono l’insieme dei documenti che fornisce la conoscibilità legale della norma, i documenti che raccolgono i testi delle norme giuridiche; le fonti di cognizione rappresentano dunque lo strumento attraverso cui le norme poste in essere dalle fonti di produzione vengono portate alla conoscenza dei consociati: per esempio la gazzetta ufficiale è una fonte di cognizione del diritto. L’espressione “fonti di produzione” comprende gli atti e i fatti idonei a produrre norme giuridiche, distinti in fonti-atto e fonti-fatto. Normalmente il concetto di fonte-atto coincide con quello di diritto scritto, mentre quello di fonte-fatto con il diritto non scritto, rappresentato dalla categoria di usi e consuetudini. In realtà quella fra fonti-atto e diritto scritto non è un’identità, in quanto vi possono essere fonti-atto a cui non corrisponde il relativo diritto scritto (come accade nel caso dei principi inespressi o impliciti). Per fonte-atto s’intendono atti giuridici volontari imputabili a soggetti determinati e implicanti l’esercizio di un potere loro attribuito (atti normativi), mentre le fonti-fatto – pur non essendo riconducibili ad azioni volontarie – sono accettate dall’ordinamento nella loro oggettività (si tratta in altri termini di meri fatti giuridici, ossia di eventi intrinsecamente dotati di rilevanza giuridica). Le fonti sulla produzione invece definiscono i soggetti e i procedimenti; sono volte dunque a organizzare il sistema delle fonti e si trovano perciò in rapporto di strumentalità con le fonti di produzione (esempio: fonte sulla produzione dei decreti-legge è l’art. 77 della Costituzione, allorquando gli stessi decreti-legge sono una fonte di produzione del diritto).

LA PIRAMIDE DI PAURA DEL DIRITTO. L’ordinamento giuridico italiano è caratterizzato da una ricca varietà di fonti, derivante dalla rottura del monopolio legislativo dello stato liberale accentrato e dal riconoscimento di un vasto pluralismo [sto citando testualmente dal Dizionario giuridico de Le Garzantine – ndr]. A parte la consuetudine (fonte tradizionale delle società statiche), che gli ordinamenti moderni hanno relegato a ruolo marginale, le principali fonti sono: 1. la Costituzione; 2. le leggi costituzionali di integrazione e revisione della costituzione; 3. le leggi ordinarie dello stato e delle regioni; 4. gli atti normativi del governo equiparati alle leggi del parlamento, cioè i decreti-legge e i decreti legislativi delegati dal parlamento; 5. i regolamenti del governo, delle regioni, dei comuni e degli altri enti pubblici. A ciò devono aggiungersi i regolamenti delle comunità europee, che valgono direttamente nell’ordinamento italiano, il referendum abrogativo delle leggi (fonte negativa), i contratti collettivi di lavoro, nonché una serie di norme interne, come i regolamenti parlamentari e le circolari del governo. Si comprende come un così complesso edificio normativo debba essere ordinato al suo interno per evitare contraddizioni. I criteri di tale ordine sono: quello “tradizionale” dell’abrogabilità di una norma da parte di una norma incompatibile successiva, il principio di gerarchia e quello di competenza. Le fonti sono ordinate secondo un criterio gerarchico d’importanza: fonti di rango superiore (come una legge costituzionale) prevalgono su fonti di rango inferiore (per esempio una legge statale), fonti di uguale rango hanno la stessa efficacia normativa; in altre parole gerarchia delle fonti significa che esse sono poste in relazione tra loro secondo una “scala di durezze”, a significare che la fonte più forte (la costituzione rispetto alla legge ordinaria, la legge rispetto al regolamento ecc.) può abrogare quella più debole, ma non può essere da questa abrogata. Da ciò si deduce la duplice forza di un atto normativo, individuata ora nella capacità di innovare il diritto ora nella capacità di resistere all’abrogazione. In base al principio di competenza non qualunque tipo di fonte è abilitata (nel rispetto della gerarchia) a regolare qualunque materia, invece materie specifiche sono riservate alla disciplina di fonti particolari: pertanto nelle materie attribuite alla competenza delle regioni la legge dello stato non può invadere una sfera che non le è propria. Il rispetto delle regole che assicurano l’unità dell’ordinamento, nell’osservanza della costituzione quale fonte dotata del massimo valore, è garantito dalla corte costituzionale: un tribunale costituzionale è un organo (costituzionale) dotato di speciali competenze, definite anche di “giudice delle leggi” perché in grado di accertare la legittimità o meno delle scelte operate dal legislatore ordinario. Gli organi che esercitano la giustizia costituzionale svolgono la funzione fondamentale di garantire l’applicazione dei principi e degli articoli della costituzione all’interno di un dato ordinamento giuridico. L’idea dell’esistenza di una legge superiore è antichissima. Nei tempi moderni è la costituzione napoletana del 1799 – redatta dal giurista Mario Pagano – a prevedere per la prima volta un controllo di costituzionalità delle leggi, posto in capo all’eforato, organo costituzionale previsto dalla bozza di costituzione della repubblica napoletana presentata nell’aprile 1799; non entrò mai in funzione a causa della repentina caduta della repubblica, dovuta alla ritirata dell’esercito francese nel giugno 1799 e al ritorno sul trono napoletano dei Borbone. L’eforato era un organo collegiale chiamato a vigilare sull’applicazione della costituzione, con potere di monito sugli organi dello stato, di proposta di eventuali modifiche e di abrogazione delle leggi ritenute incostituzionali. Dunque esercitava funzioni pressoché identiche a quelle dell’attuale corte costituzionale, il cui modello sarebbe stato perfezionato solo dalla costituzione austriaca del 1920. Funzioni decisive specialmente negli ordinamenti giuridici di tipo legislativo come quello italiano, dove cioè la fonte preminente è la legge (positiva), ordinamento che come altri appartiene alla tradizione di civil law (“legge civile”), che individua e raggruppa le esperienze germogliate in epoca medievale nell’Europa continentale. Il sistema di civil law si contrappone storicamente all’altra grande tradizione giuridica occidentale, quella di common law (“legge comune”), che raggruppa tutte le esperienze che storicamente hanno il loro ceppo nel diritto inglese medievale e moderno, da cui si sono staccate soltanto in epoca contemporanea. L’anno di riferimento è il 1066, l’anno della battaglia di Hastings e della successiva conquista normanna, che segnò la nascita della giurisprudenza delle corti istituite dai re normanni. Si tratta essenzialmente della tradizione giuridica anglosassone la quale, come la lingua inglese, accomuna con qualche variante l’Inghilterra, l’Irlanda, il Canada (eccetto il Quebec), gli Stati Uniti, l’Australia e la Nuova Zelanda. Essa influenza (a volte in modo accentuato) anche il diritto di altri paesi i quali sono perciò detti misti, racchiudendo in sé elementi tratti da diverse tradizioni giuridiche (per esempio India, Israele, Pakistan e Sud Africa). Vi sono due sostanziali differenze fra queste tradizioni giuridiche, date da un diseguale approccio alle fonti, posto che nei sistemi di common law la fonte preminente è la giurisdizione; cioè a dire che nel sistema di civil law la legge in senso formale è tendenzialmente preminente rispetto al formante giurisprudenziale, mentre nella legge comune avviene il contrario (e si parla di precedente vincolante). La seconda differenza è più profonda e riguarda l’estremo formalismo tipico del primo diritto romano contrapposto all’esperienza anglosassone, dove il merito prevale sul rito.

“…Il popolo ha il diritto originario di stabilire, per il suo futuro governo, quelle regole che ritiene adeguate al conseguimento della felicità […ma…] i poteri delle camere legislative sono definiti e limitati; la costituzione è stata posta per iscritto per evitare che questi poteri siano mal compresi o dimenticati. […] O la costituzione è una legge superiore, non modificabile con mezzi ordinari, oppure è posta sullo stesso livello degli atti legislativi ordinari e, come tale, sempre modificabile dal potere legislativo. Se la prima parte di questa proposizione alternativa è vera, un atto legislativo contrario alla costituzione non è legge; se la seconda parte è vera, allora le costituzioni scritte sono un tentativo assurdo, da parte del popolo, di limitare un potere per sua stessa natura illimitabile” (Dalla sentenza Marbury contro Madison della corte suprema degli Stati Uniti d’America)

FONTI DIMENTICATE: DIRITTO NATURALE E… SOPRANNATURALE. Il giusnaturalismo è la dottrina secondo cui il diritto ha un fondamento naturale indipendente dall’autorità politica che emana la singola legge. La scuola del diritto naturale da una parte ha permesso di individuare i diritti fondamentali e inalienabili dell’uomo, dall’altra ha sempre fornito notevoli spunti critici nei confronti delle realtà politiche e giuridiche storicizzate. Il diritto positivo che nasce dalla costituzione di uno stato e dall’esercizio della sovranità statale potrà essere una specificazione di quello naturale, oppure una sua integrazione nelle questioni per esso indifferenti, ma in nessun caso potrà entrare in contraddizione con esso, negando i diritti fondamentali dell’uomo. Al giusnaturalismo moderno sono strettamente connesse le teorie dello stato di natura e del contratto sociale. Se il diritto ha un fondamento naturale esso deve fare riferimento a una condizione preesistente alla società, la quale invece è artificiale o convenzionale, in quanto frutto di un patto o contratto. Quest’ultimo contiene in sé due momenti distinti: un patto di unione con cui gli individui stabiliscono di entrare in società, un patto di sudditanza con il quale essi si sottomettono a un’autorità sovrana e definiscono la forma di governo in cui essa si dovrà esprimere. Diametralmente all’opposto troviamo la dottrina del giuspositivismo e correnti come il normativismo di Kensel. Queste dottrine sostengono che le norme di diritto sono unicamente frutto di patti e convenzioni umane. In modo particolare i giuspositivisti sostengono che le norme sono frutto della volontà di chi ha il potere di fatto, e non serve scomodare Machiavelli per capire di cosa parlo. In tal senso non esisterebbero mala in sé, ma soltanto mala quia prohibita. Al contrario il giusnaturalismo postula la presenza di leggi preesistenti e legate alla natura e a ciò che è per natura, quindi anche al rispetto della natura umana. Il dibattito è magistralmente descritto nell’Antigone di Sofocle: lo scontro fra Antigone e il sovrano Creonte per la sepoltura del suo caro caduto in battaglia simboleggia infatti uno scontro fra leggi naturali e leggi positive, nella misura in cui Creonte proibisce la sepoltura sulla base delle leggi da lui fatte valere, mentre Antigone vi si oppone in nome di una legge non scritta più antica e più alta. Il diritto naturale non è altri che un corpus di leggi universali non scritte valevoli per tutti gli esseri umani; individua quindi anche una serie di diritti soggettivi naturali che sono – dato il contesto – necessariamente innati. Per meglio distinguerli dai diritti soggettivi positivi, che ne rappresentano una manifestazione civile, li si definisce negativi (o a contenuto negativo). Essi sono tutti quei diritti legati alla tutela della vita e della libertà (fisica e psichica), e da cui discendono imperativi quali non uccidere, non rubare, non giurare il falso, ecc. Certamente richiamano o possono richiamare in qualche misura i precetti religiosi, perché in fondo si tratta in entrambi i casi di regole etiche prima che giuridiche, come lo è il principio biblico del libero arbitrio, trasposto non a caso nell’art. 1 della dichiarazione universale dei diritti umani della metà del XX sec. Va aggiunto poi che le istituzioni religiose sono solite costituirsi in ordinamenti di tipo canonico, adottano cioè un diritto canonico, basato su canoni, massime universali incontrovertibili, per certi aspetti molto simili ai principi universali di diritto sostanziale (positivi e logico-giuridici) sui quali sono fondate le costituzioni degli stati (come per esempio il principio democratico per la nostra [povera] Italia). Intensi legami sono intercorsi da sempre tra potere spirituale – capace di assicurare vantaggi e protezioni spirituali – e potere mondano. La storia testimonia come il potere soprannaturale abbia sponsorizzato e legittimato (mediante le incoronazioni) l’imperatore: non poteva esercitare la funzione imperiale chi non fosse membro della chiesa né chi fosse scomunicato; numerosi vescovi gestivano feudi di grande importanza; i personaggi del clero e i beni destinati al culto erano sottratti alle giurisdizioni mondane. A un giurista moderno detti rapporti possono apparire come un esempio limite di clericalizzazione della vita civile, di intrusione del soprannaturale nelle cose terrene. Ma risalendo indietro nel tempo ci imbattiamo in esperienze in cui i rapporti fra il soprannaturale e il giuridico si allentano e in altre esperienze in cui questi rapporti divengono più profondi. Preistoria e storia ci offrono esempi nei due sensi. Il soprannaturale può sacralizzare una cosa materiale, può garantire una verità e con ciò risolvere un problema istruttorio, può decidere una controversia, determinare la posizione di un individuo nella società, indicare il soggetto a cui affidare il governo della comunità, può garantire con la sua poderosa vis coercitiva intrinseca il rispetto della regola giuridica e così via. La minaccia di un’eternità di tormenti e un organo giudiziario infallibile, onniveggente e onnipotente spaventa qualunque individuo non sufficientemente consapevole ovvero la maggior parte degli individui del pianeta (per quanto si sa è sempre stato così). Il giurista che vuole accostarsi al diritto comparato deve guardare agli ordinamenti vigenti tenendo presente che le correlazioni tra giuridico e soprannaturale non sono necessariamente tanto tenui e razionalizzate come potrebbe sembrare da un esame del moderno diritto ecclesiastico dei paesi occidentali, cioè quel diritto che regola i rapporti tra stato e istituzioni relgiose. Il soprannaturale può (ancora) immettersi nella sfera del diritto e condizionarne le fonti o legittimarle, e ciò sia attraverso formulazioni verbalizzate (in qualche caso rivelate da Dio) sia con norme manifestate soltanto dalla pratica dei credenti, ispirata dall’adesione; in alcune ipotesi il soprannaturale può pretendere al monopolio assoluto della creazione del diritto. Tra gli esempi attuali della costante presenza di un substrato spirituale nelle umane vicende giuridiche uno scorcio oltremodo interessante ci perviene dall’ordinamento giuridico iraniano che ha istituito il consiglio dei guardiani della costituzione, la cui funzione principale è quella di vegliare sulla compatibilità delle leggi con la costituzione e con l’islam (infatti tra i suoi membri la maggioranza sono teologi). Riguardo alle elezioni presidenziali il consiglio vaglia la validità delle candidature; può invalidare il voto popolare; nei confronti del parlamento controlla l’entrata in vigore e la conformità delle leggi alla costituzione. Tutte le leggi votate dall’assemblea devono ottenere l’approvazione del consiglio dei guardiani; tuttavia se quest’ultimo decide per un’incompatibilità (con l’islam o con la costituzione) non può da se stesso procedere all’annullamento della disposizione.

…E FONTI MENO NOTE: IL DIRITTO DIVINO. Ogni grande istituzione religiosa è anche ordinamento giuridico che ha alla sua base il diritto divino, cioè un complesso di norme che non sono state poste dal legislatore ecclesiastico, cioè da un’autorità umana, ma da questa sono fatte valere. Per esempio sino a pochi secoli fa esisteva il diritto divino dei re, un principio che ha trovato il suo più recente riferimento nelle dottrine politiche e religiose europee dell’assolutismo monarchico (e prima ancora in epoca medievale): per giustificare il progressivo accentramento politico si fece passare un’idea affatto nuova secondo cui un monarca dovesse il suo potere alla volontà di Dio, non a quella del popolo, del parlamento, dell’aristocrazia o di ogni altra autorità, e che ogni tentativo di restringere i suoi poteri fosse un atto contrario alla volontà divina. Un simbolo di questa dottrina rimane nella cerimonia d’incoronazione del monarca britannico, consacrato con l’olio santo dall’arcivescovo di Canterbury, che con questo gesto lo ordina alla monarchia. È ulteriormente evidenziato dal tentativo di far risalire la genealogia dei monarchi europei a re Davide nell’antico testamento, nell’apparente convinzione che ciò legittimi il governo del presente monarca. Va da sé che se il massimo potere è di derivazione divina – cioè se il potere spirituale conta di più del potere temporale – non rimane molto spazio per i conflitti tra stato e chiesa, che si risolvono (e si sono risolti, bene o male) tutti in favore di quest’ultima, posto per l’appunto che erano gli ecclesiasti a incoronare i laici. In ragione delle modalità con le quali le norme di diritto divino sono state prodotte e dei destinatari, le possiamo distinguere in diritto divino naturale, o diritto naturale, e diritto divino positivo, o diritto divino rivelato. I teologi definiscono diritto naturale l’insieme di principi non scritti che sono stati impressi da Dio nella coscienza dell’uomo e che hanno valore universale. Pertanto i teologi concordano nel riconoscere che questo diritto è caratterizzato dalla meta-positività (cioè la sussistenza prima e a prescindere da qualsiasi legislatore positivo), dalla intrinseca validità (vige a prescindere da tutto), dalla assiologica superiorità rispetto al diritto positivo, da una superiore obbligatorietà derivante dalla sua origine divina e non umana. Per suo carattere intrinseco il diritto naturale non può non riguardare anche quella società di uomini costituita dai battezzati nella chiesa cattolica, chiamata necessariamente a vivere secondo le regole naturali d’ogni formazione sociale. Ogni chiesa quindi è realtà spirituale che si incarna in un organismo sociale e non è sottratta alle norme che per natura caratterizzano la vita dei corpi sociali. Un esempio di diritto naturale sono sicuramente i diritti umani, cioè le spettanze che a ogni uomo vanno riconosciute in ragione della dignità dell’essere umano, come il diritto a essere immuni da qualsiasi costrizione nella scelta dello stato di vita o dal diritto al buon nome e alla salvaguardia della vita privata [can. 219 e can. 220], altro caso è quello del riconoscimento dello “ius connubii”, cioè il diritto di contrarre matrimonio [can. 1058]. Il diritto divino positivo è costituito dalle norme che sono state manifestate dalla rivelazione divina e sono quindi ricavabili dall’antico e dal nuovo testamento, nonché dalla tradizione apostolica. Tra diritto naturale e diritto divino positivo può esserci un nesso poiché il secondo ribadisce e esplicita precetti che sono propri del primo. Tra diritto naturale e diritto divino positivo possono anche non esserci nessi nel senso che il diritto divino positivo non vuole innovare il diritto naturale ma porre principi che vanno al di là di questo. Un caso sono le norme che riguardano la chiesa e la conformano secondo la volontà del suo Divino Fondatore, come ad esempio il carattere gerarchico che vede due soggetti di suprema autorità congiunti in un’unità organica: il romano pontefice e il collegio episcopale (composto dai vescovi) il cui capo è il Pontefice (cann. 330, 331, 336). Al diritto divino positivo attiene anche la missione della chiesa cioè annunciare la verità rivelata (can. 747), ovvero i mezzi con cui la chiesa è chiamata a operare. La chiesa non è inquadrabile nelle due grandi configurazioni in cui la dottrina giuridica riconduce la realtà artificiale delle persone morali, associazione e fondazione, ma partecipa sia a una sia all’altra senza essere né l’una né l’altra. In parte è riconducibile alla figura dell’associazione perché sociologicamente è costituita da un gruppo organizzato di persone ma la sua esistenza, le sue finalità, i mezzi, le condizioni per farne parte, le regole di organizzazione, non sono determinate dalla volontà degli associati; è in parte una fondazione perché è un ente che ha finalità e mezzi determinati dalla figura del Fondatore ma è caratterizzata da una base personale e non patrimoniale. Il diritto divino positivo è immodificabile, ma ciò non significa che non possa essere oggetto di approfondimenti, compito che spetta al magistero ecclesiastico (can. 750) che segue la tradizione apostolica e tiene conto della prassi secolare della chiesa, dello stesso convincimento diffuso nella comunità ecclesiale (sensus fidei). Il problema si pone quando il diritto divino (naturale e rivelato) viene ad avere vigenza nell’ordinamento canonico. In passato con la concezione positivistica si riteneva che i principi e le disposizioni di diritto divino entrassero a far parte dell’ordinamento tramite un atto di volontà del legislatore ecclesiastico (canonizzazione). Questa concezione è in realtà infondata perché il diritto divino vige in quanto tale a prescindere da qualsivoglia volontà di legislatore umano. Il diritto divino e il diritto umano (positivo) non devono essere inquadrati come due ordini giuridici distinti ma in termini di esplicitazione sul piano del diritto umano dei principi di diritto divino, cioè il diritto umano è una sorta di trasposizione dei principi del diritto divino, il quale è vigente, sovraordinato al diritto umano e dotato di una superiore obbligatorietà. Il concilio Vaticano II esprime un ripensamento delle tradizionali teoriche dottrinali dando vita a due fondamentali orientamenti: la scuola canonistica di ispirazione teologica e la scuola spagnola di Navarra. La prima pone una netta separazione tra diritto divino e diritto umano ecclesiastico ma in direzione opposta rispetto alla tesi della canonizzazione, assorbendo interamente il diritto divino nella teologia. La seconda pone una teoria che prospetta il rapporto tra diritto divino e diritto umano come un processo di progressivo approfondimento e recezione dei contenuti del primo delle norme positive attraverso il passaggio da una prima fase (positivizzazione), caratterizzata dalla presa di coscienza ecclesiale dei contenuti del diritto divino, a una successiva in cui tali contenuti vengono formalmente inseriti nell’ordinamento giuridico (formalizzazione). Insomma per i teologi il diritto umano rappresentata nel divenire della storia la perenne tensione del legislatore ecclesiastico a uniformarsi a un “modello”, cioè il costante tentativo di realizzare modalità di esercizio dei diritti e dei doveri che da esso derivano.

Da quanto sopra esposto emerge un’importante considerazione di fondo. A prescindere infatti dalla validità del diritto divino o degli ordinamenti canonici delle istituzioni religiose che su di esso sono fondate, a prescindere cioè dall’indagine sull’esistenza di un potere divino e sovrannaturale – anche i teologi sono concordi nel ritenere l’esistenza di un diritto naturale e quindi di diritti naturali soggettivi e innati in ogni essere umano. Ciò dovrebbe essere sufficiente a chiudere una volta per tutte la diatriba secolare tra giusnaturalisti e positivisti in favore dei primi. Di conseguenza la gerarchia delle fonti come viene spesso e volentieri esposta nei testi… “canonici” di diritto pubblico e diritto costituzionale andrebbe decisamente rivista e completata con l’introduzione dei principi del diritto naturale al vertice della gerarchia delle fonti di diritto positivo. La detta operazione non costituirebbe soltanto una via obbligata sul piano etico e logico-giuridico, ma contribuirebbe altresì a innalzare il valore della tutela accordata oggi ai diritti umani, che di quel diritto naturale sono l’estrinsecazione positiva.

San Francesco d’Assisi – Laudes creaturum

Precedente Autodeterminazione, sovranità e territorialità: princìpi e vaglio dei popoli Successivo Diritto e diritti: definizioni per l'uso