Le tre bolle papali della schiavitù: religione o tratta delle anime?

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L’istituto della proprietà è certamente tra le costruzioni più infelici della tecnica giuridica: terminologie quali “dominio assoluto sopra un bene”, l’esercizio concreto di attività identificate nel “possesso” sono alquanto fuorvianti, posto che, da un lato, non si possono fisicamente possedere una casa o un’auto, infatti non ce le possiamo mettere in tasca, e ciò che possediamo davvero è un documento denominato titolo di proprietà, che assegna in via esclusiva un certo bene ad un individuo; dall’altro lato, dovendo tener conto del diritto naturale, è chiaro che nessun uomo può vantare diritti assoluti nei confronti della terra o di un bene naturale: ad un’attenta analisi, a nessun uomo dovrebbe essere permesso di distruggere ad esempio un bosco o un campo, neppure se si trova nella sua “proprietà”. E’ più corretto dire che tutta la proprietà è associata ad un trust, ovvero all’istituto creato dalla giurisdizione dell’Equity, che fa parte del common law. Il trust infatti è l’istituto per cui un certo patrimonio viene affidato fiduciariamente a qualcuno. Il trust ha preso piede in Inghilterra a far data dal XII secolo. I frati francescani hanno dato un notevole contributo alla sua diffusione: i frati, che erano votati alla povertà, introdussero l’istituto per affidare a terzi l’amministrazione dei proprio beni (nella maggior parte dei casi veniva nominato trustee l’ordine stesso) e rimanere beneficiari senza tradire i propri voti (aggirandoli?). Interessante aggiungere che, secondo gli studi del ricercatore australiano Frank O’Collins, la configurazione moderna e contemporanea del trust commerciale si dovrebbe all’elite medievale veneziana; veneziane sono le origini dell’ordine dei francescani e dei gesuiti, la sedicente compagnia di Gesù, la vera milizia vaticana. O’Collins sostiene che i gesuiti siano i vassalli, il braccio armato dei francescani, i quali sarebbero, assieme ai domenicani, gli ordini che più contano all’interno della chiesa, dello IOR, dell’Opus Dei, ecc.; insomma, sono quelli che tirano le fila del grande gioco dei modelli religiosi. A ben guardare, la cosa, se è Tutto il contrario – citando Fedez – avrebbe perfettamente senso: i più ricchi e i più potenti, i padroni, giocano a fare i finti poveri. Inoltre, il meccanismo garantirebbe a coloro che tirano le fila di rimanere nell’ombra, in quanto nullatenenti.

Tutto il diritto è gerarchico; sul gradino più alto vi sono il diritto naturale e il diritto divino: il primo è il corpus di leggi universali non scritte e può e deve essere riconosciuto dalle leggi positive; il secondo è una sorta di diritto positivo superiore, e comprende tutte le massime che le genti hanno estrapolato con riferimento a considerazioni di carattere metafisico sull’origine e lo scopo della vita e della condizione umana. Il punto importante è che le elites che si sono nei secoli succedute al potere conoscono molto bene gli antichi principi del diritto divino (si pensi ad esempio al diritto divino dei re) e vi hanno sempre fatto ricorso per giustificare le leggi positive (allo stesso modo per cui i faraoni dell’antico Egitto giustificavano il loro dominio autoproclamandosi discendenti degli antichi dei venerati in quelle terre). Dall’altro lato, il diritto divino riconosce ogni essere vivente come parte della creazione, ed è da ciò e dai principi del diritto naturale che discendono il diritto di ogni uomo alla vita, alla salute, alla dignità e alla libertà. Queste Leggi non sono scritte, ma sono intrinseche, innate ed immutabili in ogni essere vivente. L’Elite deve riconoscere i principi supremi del diritto a chiunque abbia la consapevolezza di poterli utilizzare, per non delegittimare il proprio potere e le proprie leggi, fondate appunto sul diritto naturale, sul diritto divino e sulla sua massima prima, il libero arbitrio, che si esprime nel consenso. Peccato che ad essere viziato è il modo in cui detto consenso si forma: l’individuo viene condizionato a prestarlo, allo stesso modo in cui il consumatore è condizionato a comprare un certo prodotto. Già perché un tempo era il prodotto che doveva adattarsi alle esigenze del consumatore, e il produttore doveva cercare di rispondervi al meglio. Attualmente, invece, avviene l’esatto contrario, e il consumatore viene “educato” all’acquisto di certi prodotti. In tal senso, fulcro notevole della questione sono pubblicità e propaganda, controllo dei media e delle informazioni, ecc.; in una parola, distorsione e sottrazione della conoscenza.

Il continente europeo, prima dei romani, era patria di popolazioni molto avanzate quanto a cultura sociale e spiritualità, i celti. Essi avevano una tradizione giuridica orale; non usavano scrivere norme, ritenendo che la parola in sé fosse legge, e la Legge era vivere in armonia con la Natura. Una società del genere dava molta importanza all’impegno, alla parola data e all’onore. La conquista romana stravolse tutto quanto: per i celti, infatti, la terra non si poteva possedere, e gli esseri umani non ne erano dunque i proprietari, bensì i custodi, e ne erano responsabili. A ben guardare, la cosa non fa una piega. Il sistema giuridico per come noi lo conosciamo, è stato inventato dai romani e si tratta di un completo artifizio, nel senso che detto sistema è fondato sul nulla, poiché va contro ogni logica naturale. Assieme alla legge scritta, i romani introdussero i loro famosi registri presso cui le terre conquistate venivano iscritte, terre che da quel momento sarebbero appartenute unicamente a cittadini romani, come sosteneva il (loro) diritto positivo. E’ soprattutto grazie a questi registri che ancora oggi la chiesa di Roma domina le genti del mondo. Sono gli stessi registri in cui vengono iscritte le nostre persone, le nostre case e le nostre automobili. L’inventario di una corporation! 

L’atto che legittimerebbe il potere dei francescani e della chiesa di Roma sul mondo, e che di fatto ha segnato l’inizio dell’attuale sistema, è la bolla papale Una Sanctam Ecclesiam del 18 novembre 1302, emanata da Bonifacio VIII, che non a caso Dante ha avuto cura di mettere all’inferno tra i simoniaci. La bolla pontificia è un decreto (comunicato) ufficiale in forma scritta che può riguardante ogni specie di questioni, emanato dalla Curia romana con il sigillo del papa e rivolto in genere ad un destinatario determinato. Il nome latino bulla fa riferimento appunto al tipo di sigillo utilizzato: il termine bulla, in un’epoca anteriore, veniva utilizzato per indicare gli involucri d’argilla entro cui venivano chiusi gettoni o sassolini che rappresentavano un valore, una terza merce per le prime forme di scambi commerciali che si effettuavano nell’antica Mesopotamia, datati oltre 3000 anni prima di Cristo. Da notare che le prime testimonianze scritte non sono inerenti a componimenti poetici o religiosi, ma all’amministrazione dei beni. Il sigillo contiene le iniziali dei santi fondatori della Chiesa di Roma, Pietro e Paolo. Nella bolla il papa si definisce vescovo della Chiesa di Roma e servo di Dio, e ciò le conferisce il carattere di infallibilità. Ad esempio, la bolla Exurge Domine emessa da Leone X il 15 giugno 1520 in risposta alle tesi di Lutero, ne imponeva a questi la ritrattazione di alcune, ed insieme vietava la stampa e la vendita in qualunque paese cattolico dei libri di Lutero in cui le tesi incriminate erano esposte. E’ noto che Lutero bruciò la sua copia della bolla alla scadenza.

Ebbene, la bolla Unam Sanctam è un trust. Non un trust qualsiasi: è il trust che ha dato origine al primo sistema di affidamento fiduciario che perdura ancora oggi. Papa Bonifacio VIII, in questa bolla, con un evidente gioco di finzioni e costruzioni giuridiche, afferma che Dio avrebbe affidato tutti i diritti (titoli) di proprietà della Terra alla Chiesa di Roma e alla cristianità, che assumono dunque ruolo di beneficiarie. Il papa si autoproclama trustee, mentre il ruolo di esecutore-disponente è coperto dall’ordine dei francescani assieme a quello dei gesuiti. In tutto questo obrobrio giuridico, la figura di Dio assumerebbe il ruolo di garante… La bolla Unam Sanctam utilizza la metafora del diritto marittimo e afferma – sarebbe meglio dire presume, assumendo le vicende descritte nel vecchio testamento come fonti storiche – che la prima e unica vera Chiesa di tutti i tempi è stata l’arca di Noè, in pieno accordo con il pensiero di Schmit della nave-territorio. Il riferimento al diluvio e la sua assunzione a fatto storico è fondamentale per creare la base, il background, il diritto per la chiesa di essere affidataria del mondo. Infatti, secondo l’antico nomos della terra, ogni territorio appartiene al primo popolo che lo occupa o che altrimenti vi giunge, vi trova rifugio e vi si insedia. Invece, il mare è territorio libero. Pertanto, se giunge un diluvio di portata universale che sommerge il mondo intero, tutta la terra scompare, tutti gli uomini “abbandonano”, “lasciano” la propria terra che, nel giro di qualche tempo, sul piano giuridico diviene res nullius, cioè terra di nessuno, di nuovo vergine; dunque suscettibile di essere occupata da nuovi proprietari. Seguendo la visione biblica, nei giorni del diluvio ogni altro essere umano, a parte Noè e i suoi cari – che Bonifacio paragona al clero – risultava disperso in mare, quindi inerme ed impotente (morto?), senza più diritti sulla sua terra ed incapace di reclamare pure i propri diritti personali. Con il genere umano disperso, perlomeno dal punto di vista giuridico, il papa tecnicamente può reclamare per sé tutta la proprietà e l’autorità sulla Terra in veste di amministratore fiduciario, una sorta di custode o curatore temporaneo necessario.

La bolla del 1302 forma un express trust, un “affidamento espresso” delle terre del mondo al romano pontefice. All’incirca 150 anni dopo, in data 8 gennaio 1455, papa Niccolò V emana una seconda bolla sulla scia di Bonifacio VIII, una bolla (o un trust) di natura testamentaria, che prende il nome di Romanus Pontifex. In essa Niccolò V individua e dispone i criteri in base a cui devono operare i diritti d’uso e i privilegi derivanti dalla bolla precedente dopo la sua morte e la morte dei futuri papi. Esecutore del trust è sempre la Curia, il trustee è il Collegio dei Cardinali e beneficiario è il principe o l’imperatore laico sulle terre del pontefice, “la prima corona che regna sugli infanti, il parens patriae”, citando ancora O’Collins, mentre garante stavolta è lo stesso pontefice. Questo trust testamentario si fonda anche qui su una presunzione, quella che gli esseri umani non siano in grado di gestire i propri interessi perché non abbastanza consapevoli; pertanto, essi abbisognano di un potere temporale sovraordinato. In virtù della bolla Aternis Regis, i re e gli imperatori hanno regnato sulla Terra in quanto incoronati dal pontefice e sono stati e sono al servizio della Chiesa, e la regina Elisabetta d’Inghilterra non fa eccezione. Quindi, nel papa si concentrano sia il potere spirituale che quello temporale, in quanto quest’ultimo viene semplicemente ceduto in delega ai reggenti, null’altro che dei rappresentanti legali del papa per le questioni temporali, con buona pace del teatrino dei conflitti tra potere spirituale e temporale.

 A distanza di soli 26 anni, il 21 giugno del 1481, Sisto IV emana la terza fatidica bolla, denominata Aeternis Regis, in cui il papato affida ai re vassalli anche la “proprietà” di una particolare forma di “beni”, gli esseri umani che abitano le loro terre, i quali dunque da quel momento vengono ufficialmente considerati incompetenti e incapaci, quindi bisognosi – che piaccia oppure no – di un’amministrazione coatta. Siamo stati sottoposti nostro malgrado, ad una qualche forma di tutela o amministrazione di sostegno; alla pari dei bambini, siamo assoggettati alla patria potestas dello Stato. Da un altro punto di vista, la bolla realizza la visione di Bonifacio VIII per cui dato che ogni uomo, dopo il diluvio, è dispero in mare, lui e i tutti i discendenti sono dei senza terra, e tutto ciò che possiedono in realtà è solo dato loro in concessione dal papato. Da qui il diritto alla riscossione di tributi e altri istituti quali il sequestro, la confisca e l’espropriazione: nulla ci appartiene se non ci ricordiamo di identificarci come esseri umani e non invochiamo i nostri diritti naturali; per dirla in termini commerciali, in un certo qual modo è come se risultassimo in bancarotta, quindi è lo Stato che, per il nostro bene, “si prodiga” per gestire le nostre vite. Un po’ come quei genitori apprensivi che vorrebbero gestire sempre la vita ai figli.

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