Veli di seta e conti che non tornano: cos’è il denaro e a chi appartiene

 

“L’aut aut tra avere ed essere non è un’alternativa che s’imponga al comune buon senso. Sembrerebbe che l’avere costituisca una normale funzione della nostra esistenza, nel senso che, per vivere, dobbiamo avere oggetti. Inoltre, dobbiamo avere cose per poterne godere. In una cultura nella quale la meta suprema sia l’avere – e anzi l’avere sempre di più – e in cui sia possibile parlare di qualcuno come una persona che “vale un milione di dollari”, come può esserci un’alternativa tra avere ed essere? Si direbbe, al contrario, che l’essenza vera dell’essere sia l’avere; che, se uno non ha nulla, non è nulla” (Erich Fromm, Avere o Essere)

Il contributo di Fromm viene collocato nell’ambito dell’umanesimo giuridico, corrente basata sul presupposto che esista una natura umana universale. Fromm prosegue lungo le tracce di Sigmund Freud, il quale sosteneva che un’intera società (quella contemporanea) può essere malata. In tal senso, Fromm pone l’accento sul ruolo che l’ambiente gioca all’interno dello sviluppo della malattia psichica individuale, ovvero: come una società malata possa condizionare e portare alla malattia individui che nascono sani. E’ la peste civile; è il contagio sociale. Una sorta di parafrasi clinica delle catene del buon selvaggio di Rousseau; catene invisibili, simili, immaginabili come legami chimici indesiderati. Un tema già visto.

Il termine “avere” usato da Fromm non attiene soltanto ai beni materiali, mobili o immobili, come una casa o un’auto: si parla anche di status (“avere” un titolo di studi, una buona posizione sociale) e perfino di “possedere” altri individui (“avere” un compagno o una compagna, una famiglia, dei figli, ma anche dei dipendenti). Si tratta di considerare i soggetti che fanno parte della vita di ognuno come oggetti, come una cosa propria o un’estensione, una pertinenza di sé; come qualcosa di fermo, di passivo, che si ritiene stupidamente di poter in toto controllare. E quando si tratta di beni materiali, e ciò si vede soprattutto a livello macroscopico, li si prende agli altri (colonialismo e neocolonialismo). Ecco perché nell’illuminante film Istinct di Jon Turteltaub (1999) gli individui appartenenti al mondo civilizzato vengono definiti “i prendi”, quelli che prendono (agli altri). A livello microscopico, con riguardo ai beni materiali, incontriamo le fattispecie penali più diverse e articolate: si passa dai manifesti furto, scippo e rapina, alle più ascose e vili truffe ed estorsioni. Ancor più subdolamente, con riferimento agli individui, si cerca di togliere loro la libertà. Ciò che è in alto si riflette in ciò che è in basso e viceversa, quasi a richiamare il noto principio dell’ermetismo.

La domanda (retorica) da un milione di dollari (nonché manifestamente intrisa di humur inglese) è la seguente: cosa succede quando in un siffatto contesto patologico si introduce il denaro quale unico (comunque principale, preferibile e sempre accettato) mezzo poter avere (acquisire) beni? Ve lo dico io, tagliando corto: succede che coloro i quali controllano l’emissione del denaro (l’offerta di moneta), controllano il mondo. Perché? E’ piuttosto semplice. Ma prima di arrivarci, bisogna comprendere cos’è il denaro. Ve lo siete mai chiesto? Quasi nessuno sa cosa sia il denaro realmente, pur essendo una delle cose con cui abbiamo più a che fare e che condiziona maggiormente la nostra vita. Purtroppo quasi nessuna scuola ci insegna cosa sia e come funzioni. Per la spiegazione mi affido alle parole dell’avv. Marco della Luna e del dott. Antonio Miclavez, autori del saggio Euroschiavi (Arianna Editrice, Bologna 2005).

Art. 846 cod. civ. (Minima unità colturale): “Nei trasferimenti di proprietà, nelle divisioni e nelle assegnazioni a qualunque titolo, aventi per oggetto terreni destinati a coltura o suscettibili di coltura, e nella costituzione o nei trasferimenti di diritti reali sui terreni stessi non deve farsi luogo a frazionamenti che non rispettino la minima unità colturale. S’intende per minima unità colturale l’estensione di terreno necessaria e sufficiente per il lavoro di una famiglia agricola e, se non si tratta di terreno appoderato, per esercitare una conveniente coltivazione secondo le regole della buona tecnica agraria [abrogato dall’art. 5 bis, comma X del decreto legislativo n. 228 del 2001]

DISLESSIE COGNITIVE: DAL BARATTO A BRETTON WOODS. Nella definizione di malattia si distinguono alcune fasi, riconducibili essenzialmente a due: si va dall’insorgenza sino – dopo un periodo più o meno lungo d’incubazione – alla manifestazione vera e propria; l’insorgenza è il momento in cui in un soggetto avviene una variazione dello stato di salute che da stabile o sano si modifica in alterato o instabile; la manifestazione si ha solo con la comparsa dei sintomi, ossia quando risulta evidente la manifestazione di un’alterazione organica. Invece la conoscenza barra consapevolezza della presenza di un’alterazione dello stato di salute si può avere anche prescindere dalla manifestazione dei sintomi, attraverso la diagnosi di un esperto. Il denaro viene giuridicamente classificato tra i beni mobili fungibili, ossia quelli che si possono scambiare (dal latino fungere) o sostituire facilmente, e appunto perciò si possono misurare, pesare, numerare. E’ fungibile una partita di grano, una partita di prodotti fatti in serie; infungibile è il bene che ha un’individualità propria (es.: il quadro d’autore). La differenza è rilevante per il deposito e il pegno, ma anche per l’inadempimento. Accanto ai beni fungibili si possono collocare i beni che appartengono a un genere e sono privi di individualità (grano, vino, ecc.); per il loro trasferimento è necessaria l’individuazione. Il denaro è un bene divisibile, ossia si può dividere in parti senza pregiudicarne l’uso cui era destinata la cosa (somma) intera. Ciò vale tendenzialmente sempre per il denaro, ma può non essere così per molti altri beni divisibili; vi sono pertanto dei limiti generali alla divisibilità delle cose: per ragioni di economia si può fissare uno standard per la minima unità colturale e per gli altri beni (immobili), come edifici, appartamenti [art. 720 cod. civ.]. Nel linguaggio comune il denaro è conosciuto come uno strumento economico, che può assumere le funzioni di mezzo di scambio, unità di conto, riferimento per pagamenti dilazionati, riserva di valore. Prima della sua introduzione l’unico modo per scambiare merci era il baratto, cioè lo scambio diretto di beni contro beni; semplice da un lato ma soggetto ad alcune limitazioni dall’altro, tra cui un vincolo di carattere temporale. Infatti il baratto diretto tra merci è oltremodo laborioso e spesso richiede operazioni di scambio multiplo, ossia di scambio di merci contro altre merci non desiderate per sé ma in vista di scambi successivi, allorché non si riescono a comporre coppie di individui ciascuno interessato simmetricamente alle merci offerte dall’altro. Agli albori delle società umane scambiare a credito tra diverse tribù presupponeva rapporti consolidati non facili da instaurare né da mantenere. Lo scambio più semplice richiedeva l’immediata contiguità temporale delle consegne, ma per far ciò era necessario che entrambe le merci fossero contemporaneamente disponibili, e se si richiedevano proprio quelle merci ai fini dello scambio, quest’ultimo veniva conseguentemente pregiudicato. Meglio accordarsi per accettare sistematicamente in pagamento una sola merce, purché tutti siano disposti a fare lo stesso, in modo che chi riceve tale merce la possa utilizzare con certezza per acquistare qualunque merce. Per questo motivo nelle aree del mondo antico dove i commerci si svilupparono prima, dal baratto diretto si passò al baratto mediato, attraverso l’uso di una terza merce, di carattere guarentigio, la quale potesse fungere da “valore-ponte”. Ciò consentiva di ovviare ai problemi di reperibilità delle merci e di effettuare scambi indiretti, in cui più di due soggetti scambiavano beni senza che ogni volta chi consegnava un bene ottenesse in cambio un bene di proprio interesse direttamente da chi riceveva il suo. La scelta dei materiali di composizione di tale terza “merce monetaria” cadde su lavorazioni ben definite di alcuni metalli, il più noto dei quali è l’oro. Si prese quindi a usare pezzi di metalli pregiati e relativamente rari (oltre all’oro, anche argento, rame e bronzo) e per motivi piuttosto comprensibili: pregio e rarità consentivano di concentrare molto valore in poco materiale, quindi poco ingombro; altri motivi sono da ricercarsi nella tendenziale non deperibilità, nella facile divisibilità, nella facilità di trasporto e custodia. Ecco in termini elementari l’essenza della convenzione tacita che ha dato origine alla moneta. Con l’introduzione del conio giunge la moneta metallica, recante l’indicazione della quantità di metallo pregiato in essa contenuto (il valore di scambio è dato appunto dalla quantità di questo metallo), e ai suddetti caratteri si aggiunge la possibilità di garantire peso e lega da parte del sovrano mediante la coniazione. Tutte caratteristiche che spiegano la fortuna delle monete metalliche dall’antichità fino a tempi molto vicini ai nostri. Già in epoca romana gli stati incominciano a emettere monete di metallo il cui valore nominale, ossia quello in esse indicato, supera il valore del metallo effettivamente contenuto in esse. Per esempio: in un primo momento c’è una moneta che contiene 20 grammi d’oro, denominata “dieci soldi”. Poi lo stato (o il sovrano), per risparmiare oro, conia una moneta identica, con l’indicazione di valore nominale “dieci soldi”, ma contenente solo 10 grammi d’oro. In tal modo lo stato guadagna il 50% del valore nominale – nel senso che risparmia il 50% del costo d’oro per produrla/pagarla – e un debito relativo a un valore di 20 grammi d’oro gli costa la metà. La differenza tra costo di produzione del denaro e valore nominale del denaro è nota col nome di signoraggio bancario (o rendita monetaria) ed è il guadagno che il “signore” dell’emissione realizza emettendo il denaro e utilizzandolo per acquistare e pagare (in verità il signoraggio si concreta inizialmente in un semplice diritto di zecca, ma in seguito diviene eccesso legale del potere d’acquisto della moneta rispetto al valore del metallo prezioso in essa contenuto). Il signoraggio si dimostra estremamente efficace per rifornire le casse dello stato sempre più bisognose di potere con l’affermazione degli stati nazionali, l’istituzione di eserciti permanenti e di grandi burocrazie, laddove le imposte non bastano. Oggi il denaro non è più neppure coperto da oro, quindi ha un costo di emissione trascurabile; il signore che lo emette, ossia le banche centrali, realizzano un signoraggio che sfiora il 100% del valore indicato nel denaro stesso, senza immettere in esso alcun valore reale! In tema di denaro è importante menzionare un fondamentale distinguo operato dai latini tra denaro ottenuto da lavoro (pecunia) e denaro ottenuto da altro denaro – ed è proprio quest’ultima tipologia di acquisto del denaro e della ricchezza che ha causato e sta causando molto del male che c’è nel mondo. Si tratta di una pratica che ha avuto inizio con il gioco d’azzardo e il signoraggio, e che si è evoluta nel prestito a usura (di cui troviamo traccia già nelle cronache narrate nel Vecchio Testamento), negli interessi sui capitali prima e nella borsa-valori poi. In seguito l’emissione di cartamoneta passò quasi completamente dagli stati alle banche centrali, con la conseguente abolizione delle zecche di stato. Ben presto e ripetutamente sia gli stati sia le banche centrali si trovarono in difficoltà a convertire in oro tutte le banconote che venivano loro prestate per la conversione, e ciò in conseguenza di un esponenziale aumento della domanda di denaro rispetto all’offerta aurea; diverse volte i governi dovettero intervenire per sospendere il diritto di conversione onde salvare le banche centrali dalla bancarotta. La grande crisi finanziaria del 1929 iniziò così: con la sospensione della convertibilità della sterlina britannica – moneta su cui allora si fondava tutto il commercio internazionale e che costituiva riserva per molte altre divise. Nel 1944 a Bretton Woods si tenne una conferenza internazionale in cui sì organizzò il nuovo assetto monetario globale: solo gli USA, attraverso la loro banca centrale, la Federal Reserve Bank Corporation (privata!), avrebbero conservato una copertura aurea e la convertibilità della propria valuta, il dollaro, in oro; tutti gli altri paesi avrebbero detenuto, attraverso le rispettive banche centrali, una copertura in dollari anziché in oro delle rispettive valute nazionali. E fu così che la FED divenne la banca centrale delle banche centrali, e soltanto queste ultime avrebbero conservato il diritto di esigere la conversione in oro dei dollari da esse possedute. Nel 1971, dietro la scusa delle enormi spese belliche per la guerra del Vietnam e del conseguente ampio deficit della bilancia dei pagamenti con l’estero, gli USA (la presidenza Nixon) annunciarono l’abbandono del “Gold Dollar Exchange Standard”, e vi venne sostituita una copertura petrolifera. Buffo che per decidere se muovere guerra contro il Vietnam – considerato il ruolo più che centrale della FED nell’economia mondiale – non venne istituita un’altra conferenza internazionale…

“Siamo molto normali, non è previsto un altro piano che essere normali, è un’inclinazione che abbiamo ereditato nel sangue. Per generazioni le nostre famiglie hanno lavorato a limare la vita fino a toglierle ogni evidenza – qualsiasi asperità che potesse segnalarci all’occhio lontano. Col tempo hanno finito per avere una certa competenza nel ramo, maestri d’invisibilità: la mano sicura, l’occhio sapiente – artigiani” (Alessandro Baricco, Emmaus)

Art. 11 Cost: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”

DALL’INFEZIONE AL CONTAGIO: DOVE EBBE INIZIO LA DEFLAGRAZIONE. Le malattie in genere vengono distinte in due tipologie: quelle in cui l’insorgenza precede la manifestazione e quelle in cui il momento dell’insorgenza coincide con quello della manifestazione (ipotesi tipica ad esempio delle malattie psicosomatiche). Quando l’Iraq si ribellò al sistema della copertura petrolifera e iniziò ad accettare euro, mise in pericolo il potere d’acquisto del dollaro – infatti in quel periodo diverse banche centrali (come quella russa e cinese) iniziarono a sostituire le rispettive riserve in titoli del tesoro USA con titoli in euro. Ecco perché l’establishment USA occupò l’Iraq, dopo anni di embargo ONU anche sui farmaci (che a voler dare credito alle fonti ufficiali provocò qualcosa come 500.000 decessi tra i bambini iracheni), dopo il fattaccio delle Torri Gemelle (che sempre più appare come organizzato dall’interno dell’establishment, e su cui voglio approfondire in altro saggio), dopo la montatura delle inesistenti armi di massa (di  cui è stato fatto pure un noto film: The Greenzone di Paul Greengrass del 2010) e la montatura degli inesistenti legami tra Bagdad e Al Quaida. Uno dei primi atti dell’occupazione fu l’istituzione di una banca centrale irakena di emissione, a cui fu imposto di coprire al 100% con dollari l’emissione della moneta nazionale. Detta prassi risponde al nome di imperialismo. Apro una parentesi: la prima parte dell’art. 11 qui sopra integralmente trascritto enuncia il principio della rinuncia alla guerra come forma di imperialismo, ed esprime la ferma opposizione alla violenza militare come strumento di conquista e oppressione dei popoli. Nella semantica della parola “ripudia” – che ha sostituito nel corso dei lavori in assemblea costituente la parola “rinuncia” – si coagula tutta la ripugnanza morale verso gli orrori della guerra e della violenza che hanno profondamente ferito lo spirito democratico durante la seconda guerra mondiale. Con questo primo lapidario inciso la Costituzione repubblicana dimostra tutta la sua modernità: l’Italia decide di rompere per sempre il cerchio del nazionalismo e dell’imperialismo, cristallizzando in un dovere categorico l’obbligo morale (prima ancora che giuridico) di vietare il ricorso alla guerra come strumento di conquista e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; già, peccato che aderisca a un sistema monetario globale che va nella direzione opposta, manco che uno dei motivi dell’uniformazione a tutto ciò fosse stato proprio quello di aggirare l’art. 11, comma I; così, se è una questione globalizzata, le varie amministrazioni governative se ne possono lavare le mani in pieno stile Ponzio Pilato. Il comma I vieta vieterebbe le guerre di aggressione, cioè quelle con cui si lede l’integrità territoriale di un altro stato o si tenta di imporre con la forza un certo ordinamento a un’altra popolazione, non solo nel caso di dichiarazioni formali dello stato di guerra, ma anche in tutti i casi di lotta armata, che si distinguono dalle guerre in senso tecnico solo sotto il profilo formale, e non per le conseguenze che comportano. Pertanto la norma vieta anche di venire militarmente in aiuto di un altro stato che lotti, nel proprio territorio, contro un movimento di liberazione nazionale. Dal testo della disposizione in esame, e dalla lettura degli artt. 78 e 87 – che si riferiscono alla dichiarazione dello stato di guerra – si deduce che l’unico tipo di guerra ammesso è la legittima difesa per respingere un attacco armato che minacci l’esistenza e l’indipendenza politica italiana; interpretazione avvalorata dal sacro dovere di difesa della patria, sancito dall’art. 52. Tornando al problema della fonte del valore del denaro, le banconote in euro non sono convertibili in oro né coperte da oro né recano scritte tipo “pagabile a vista al portatore” o “questa è valuta legale per il pagamento di ogni debito pubblico o privato”. Eppure l’euro è domandato e accettato. Perché? E’ semplice: per conformità e gregarietà, per abitudine. Insomma oggi il valore di una moneta dipende dalla domanda/accettazione di tale moneta in un dato mercato, in rapporto a disponibilità e offerta di quella moneta. L’offerta di denaro deve essere dosata opportunamente, affinché aumenti in armonia con la crescita dell’economia e della produzione: non troppo, altrimenti il denaro perderebbe valore e credibilità (inflazione); ma neppure troppo poco, altrimenti l’attuale sistema economico ristagnerebbe o si contrarrebbe (deflazione), in quanto un’insufficiente quantità di moneta (anzi, di moneta + credito) non consentirebbe l’impiego di tutti i fattori della produzione e il completo sviluppo della potenziale quantità di domanda e offerta. Ad oggi il compito di dosare domanda e offerta di denaro (così come pure il compito di fissare il tasso di sconto – il costo del denaro) è affidato alle banche centrali (di emissione), quali ad esempio la FED e la BCE. Senonché gli amministratori di codeste banche centrali, i cui azionisti sono privati – quindi si tratta di istituti privati, usano questo potere non tanto nell’interesse collettivo, quanto nel loro proprio interesse, allo scopo di accrescere il loro potere e arricchirsi. La presente crisi economica è in buona parte dovuta all’esecuzione di piani di potenza dell’elite bancaria (e a proposito della crisi del 2008, assolutamente da vedere il film La grande Scommessa dell’anno 2015, che, tra le altre cose, fa espressi riferimenti alla SEC, acronimo per Security & Exchange Commission, ente che gioca e ha giocato un ruolo fondamentale nel panorama del diritto internazionale privato). Tutte le crisi iniziano con lo scoppio di una bolla speculativa: accade cioè che a un tratto il prezzo di un certo bene sul mercato inizia a salire, in ragione dell’aspettativa che il valore di detto bene aumenti ancora, fino al superamento del valore reale. Giunge poi un secondo momento, quello in cui ci si accorge che in verità si trattava di mera aria fritta, e il prezzo del bene su cui si è speculato precipita: a questo punto la bolla è scoppiata. Nel caso della crisi del 2008, è stato il mercato immobiliare statunitense a deflagrare nel 2007. Il mondo usciva da un ventennio di buona crescita economica e il denaro circolava facilmente, favorito dai tassi di interesse molto vantaggiosi. Inoltre gli stati stavano portando avanti da anni un processo di deregulation: abbracciando l’idea (fallace) che troppe regole fossero nocive al sistema finanziario, molte vennero (maliziosamente?) cancellate, anche se previste ad hoc, entrate in vigore dopo le precedenti crisi. I diversi governi allentarono le briglie alla finanza, che iniziò a inventare strumenti speculativi sempre più nuovi e complessi (e arbitrari?), come i derivati, in una sorta di anarchia giuridica. In essi venivano incorporati i mutui immobiliari che le banche concedevano a destra e a manca, anche a soggetti che apparivano hictu oculi non in grado di ripagarli, titoli “tossici” che venivano poi immessi sul mercato. Codesto schema dei cosiddetti mutui subprime resse fino a che le banche centrali tennero relativamente basso il costo del denaro, ma non appena i rubinetti sono stati chiusi, il sistema è saltato: i prezzi delle case sono precipitati. Com’era prevedibile, molti non sono più riusciti a ripagare i loro mutui, determinando un’ondata di grandi ammanchi nelle banche e di pignoramenti. Un terremoto ha travolto buona parte degli istituti finanziari, non soltanto quelli che avevano “in pancia” tali mutui, ma anche gli altri. Tutte le organizzazioni finanziarie hanno iniziato a chiedersi quanti titoli tossici avessero le altre nei rispettivi bilanci, e non fidandosi più hanno smesso di prestarsi denaro a vicenda. Le arterie del credito si sono bloccate. Una crisi si allarga proprio quando la fiducia sui mercati, che è il bene più prezioso, viene meno. Molti istituti hanno dovuto dichiarare bancarotta, come il colosso Lehman Brothers, il cui fallimento è stato il più grande della storia americana. Altri invece sono stati accorpati o nazionalizzati o messi in sicurezza grazie all’intervento pubblico. Il piano di salvataggio varato dall’amministrazione Bush ammontava a 770 miliardi di dollari, poi decuplicati negli anni. Anche le banche europee sono state travolte, e buona parte dei paesi europei ha avviato delle nazionalizzazioni, specie nel Regno Unito, in Francia e in Germania. I vari paesi nel complesso hanno erogato aiuti per un totale di ben 1240 miliardi di euro. Ma la crisi non è rimasta circoscritta soltanto al sistema finanziario; si è presto all’allargata all’economia reale: stop agli investimenti, calo della produzione, aumento della disoccupazione e arresto dei consumi. Questi sono solo alcuni degli effetti della recessione che ha colpito molti paesi tra il 2008 e il 2009, la peggiore crisi economica dopo quella del 1929. Nel biennio successivo, 2010-2011, si sono intravisti i primi segnali di ripresa, in realtà più nell’economia emergente che in quella avanzata, segnali che però si sono accentuati nel 2012 in tutti i paesi colpiti dalla crisi, meno che quelli delll’eurozona, specialmente nel nostro… Restando in tema di humor (nero) inglese, le radici profonde di tali sfaceli globali sono a mio modesto giudizio da ricercarsi nella stessa idea di economia che si è andata delineando negli ultimi secoli, con l’operato di colui che sarebbe stato consegnato alla storia come il padre dell’economia quale scienza autonoma, cioè libera dalla filosofia, dalla sociologia, dalla politica e dalla morale (in una parola: scevra da ogni concezione etica): mi riferisco al sig. Adam Smith, un losco individuo di nazionalità inglese autore, fra gli altri, della celeberrima Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776). Presupposti “filosofici” del pensiero di Smith si ritrovano nell’utilitarismo (tipico della Roma Imperiale) e nell’individualismo di Hutchson (1694-1746), che sfociano, in campo economico, nel liberismo, cioè nella convinzione che l’uomo debba essere lasciato libero da ogni intervento dello stato nel perseguimento del proprio interesse, in un eccesso (potenzialmente colposo, quantomeno) di autonomia privata-negoziale (…). Per Smith, infatti, in economia l’unica regola razionale (???) è quella della logica del guadagno che Smith considera “naturale”, connaturata all’indole umana; perciò detta logica non può che essere benefica e, dunque, non sindacabile moralmente. Insomma, un genio del male che, utilizzando la parola “razionale” a sproposito, si smentisce da solo. Secondo l’esimio, tra l’altro, tale regola assunto aprioristico sarebbe suscettibile creare una “mirabile armonia” tra gli interessi delle tre classi sociali: proprietari terrieri, capitalisti e lavoratori. Scrive grossolanamente Smith: “non è alla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio che ci aspettiamo il pranzo, ma dalla considerazione che essi fanno il proprio interesse. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro interesse e non parliamo mai a loro delle nostre necessità, bensì dei loro vantaggi”, e ciò con buona pace dell’amore per il proprio lavoro; a volerci mettere una pezza, direi piuttosto che noi ci aspettiamo (e fidiamo) che codesti professionisti siano professionali, cioè facciano non già il proprio interesse, ma il proprio mestiere. Influenzato anche dal pensiero di François Quesnay (1694-1774) e dal gruppo dei fisiocratici francesi, Smith teorizzò s’inventò quindi l’esistenza di leggi naturali (liberamente adattate) che come una “mano invisibile” guiderebbero l’andamento dell’economia della società. Il libero mercato è un mercato in cui i prezzi di beni e servizi sono raggiunti esclusivamente dalla mutua interazione di venditori e acquirenti ovvero produttori e consumatori. Quella di libero mercato è una definizione dottrinale didattica teorizzante un locus immaginifico, un sistema chiuso e asettico in cui venditori e acquirenti non si forzano o ingannano a vicenda, né sono forzati da una terza parte. Gli effetti aggregati delle decisioni dei singoli sono descritti dalle “naturali” (aggettivo sostantivato che codesta economia non manca di abusare… sistematicamente) leggi della domanda e dell’offerta. In buona sostanza le elucubrazioni di Smith & soci possono tutt’al più andar bene per una lezione teorica di economia, posto che non si tiene sufficientemente in conto di gran parte delle variabili umane, ridotte qui a logiche di profitto che c’entrano poco pure a voler circoscrivere l’universo umano a una dicotomia di istinti di sopravvivenza e sopraffazione in pieno stile stato di natura, come pure di altre variabili esogene. In economia la mano invisibile è una metafora creata da Adam Smith a rappresentare la Provvidenza (in qualche modo immanente), grazie alla quale nel libero mercato la ricerca egoistica del proprio interesse gioverebbe tendenzialmente all’interesse dell’intera società e mirerebbe a trasformare quelli che costituiscono “vizi privati” in “pubbliche virtù”, portando all’equilibrio economico generale. Successivamente, dopo Leon Walras e il mitico Vilfred Paredo, è stata normalmente intesa come metafora dei meccanismi economici che regolano l’economia di mercato in modo tale da garantire che il comportamento dei singoli consumatori e imprenditori teso alla ricerca della massima soddisfazione individuale conduca al benessere della società. Nelle moderne teorie economiche tuttavia, il concetto non viene più utilizzato, in quanto richiede: 1. l’assenza di asimmetrie informative; 2. un regime di concorrenza perfetta (leggasi: assoluta lealtà e correttezza e coscienza di ruoli); 3. un universo di uomini-macchina; tutte e tre impossibili nel mercato reale. Insomma il padre padrone della moderna economia (???) è stato un folle utopista che ha avuto l’arbitraria pretesa di ricondurre le umane vicende economiche a quelle dell’attività di un gruppo di automi, e che ha ricevuto pure parecchio credito dalla storia ufficiale. Un retaggio della rivoluzione industriale, a cui, ora possiamo pure ammetterlo, l’umanità non era pronta. Palesi qui le spinte delle classi elitarie, le uniche nella posizione ideale per trarre vantaggio da simili speculazioni. Della serie: se questa è economia… Ah, e adesso siamo in piena rivoluzione informatica.

“La spada è come una rondine: se la stringi troppo, si ribella; se la stringi troppo poco, vola via” (Anonimo)

Art. 1 Cost.: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”

DISSONANZE COGNITIVE: DAL DEPOSITO DELLE SPORE A UN’EPIDEMIA ESTESA. La polizza sanitaria assicura il cliente contro una particolare forma di sinistri quali sono appunto le malattie, nel senso che offre un indennizzo nelle ipotesi in cui si concreta il rischio dell’evento dannoso malattia: in tali frangenti, posto che il quadro delle malattie è estremamente variegato, la difficoltà risiede proprio nella valutazione della rischiosità, definita come il prodotto tra la gravità dell’evento e la probabilità che questo si verifichi. Per tale motivo gli strumenti di prevenzione si rivelano determinanti allo scopo di definire il quadro clinico presente e futuro dell’assicurato, e con esso il premio di polizza – primo fra tutti il questionario sanitario. Trasponendo tutto ciò in ambito economico, al microscopio dell’esperto di diritto commerciale e finanziario appare chiaro che i problemi del sistema sono anzitutto endogeni, intrinseci al sistema stesso, in quanto tutto il denaro attualmente in circolazione genera interessi ogni volta che detto denaro è acquistato, sia a titolo originario che a titolo derivativo; e per pagare gli interessi su tutto questo denaro in circolazione il sistema economico oggi adottato non offre altre soluzioni se non quella di emettere di volta in volta nuovo denaro, con due conseguenze: a) il denaro attualmente in circolazione varrà sempre meno; b) il debito pubblico di un qualsiasi stato è de facto inestinguibile in quanto per pagare gli interessi generati dal debito pubblico sarà necessario emettere sempre nuovo denaro, in un gioco infinito. Con riferimento alla Repubblica italiana, ad aggravare orrendamente la situazione è intervenuto, ormai parecchi anni or sono, un evento tanto illegittimo quanto dannoso: la vergognosa, sfacciata cessione della sovranità monetaria, anche qui attraverso un bieco stratagemma, una liberissima interpretazione del comma II dell’art. 11 Cost., tale da risultare indigesta a ogni matematico. Sancire infatti che la Repubblica acconsente a limitazioni di sovranità non equivale certo ad affermare che la stessa acconsente a cessioni di interi ambiti della propria sovranità, del proprio imperio sul territorio geopolitico italiano. La sovranità infatti è sia politica sia economica sia legislativa sia etico-morale sia sociale sia monetaria, ma acconsentirne una qualche limitazione non significa che l’amministrazione governativa di turno è autorizzata a cedere per intero la sovranità monetaria o quella economica, per esempio. Lapalissiano è infatti che cedere è cosa ben diversa dal limitare, che significa omettere parzialmente di esercitare una prerogativa sovrana, contenere il proprio potere, porvi un argine, un freno; e non già rinunciarvi interamente, stopparlo. Limitare dunque non implica mai la consegna a terzi (estranei) della gestione di questo potere, come una resa in armi. Altresì, fermo il divieto di cessioni, anche per le limitazioni la Costituzione pone il vincolo delle condizioni di parità fra le nazioni (una sorta di clausola rescissoria). Alla domanda se sussistano ad oggi dette condizioni, la risposta è un secco No! Basti pensare da una parte alle differenze con cui ogni stato si finanzia e alla circostanza che in UE abbiamo (ancora) paesi non aderenti all’euro (altri ancora non completamente aderenti); dall’altra al vincolo di scopo della limitazione finalizzata alla pace e alla giustizia tra le nazioni. Pertanto non soltanto non è possibile (lecito) cedere la sovranità (monetaria, economica, ecc.): non è contemplata una sua limitazione per scopi meramente economici. Come si vede l’inquadramento costituzionale è quasi banale nella sua trasparenza e chiarezza espositiva. Va da sé che, posto che si trattò di cessione e non di limitazione, è ultroneo domandarsi che la stessa sia stata o meno finalizzata all’ottenimento della pace e della giustizia tra le nazioni o in favore di ciò, oppure se sia avvenuta in condizioni di parità. Analizzando i fatti e la cronologia di tale illegittima cessione, distinguiamo tre tappe: il divorzio tra il ministero del tesoro e Banca d’Italia del 1981, la ratifica del trattato di Maastricht del 1992 e l’avvento dell’euro (nel 1999 in riferimento ai mercati e dal 2002 nell’economia reale), avvento preceduto dall’approvazione del regolamento n. 1466/97, che è stato il precursore del Fiscal Compact. Così, mentre nell’estate del 1982 la nazionale italiana di calcio vinceva i mondiali per la terza volta, il governo aveva dato impulso a una manovra economico-politica illegittima da contropiede all’italiana, anche se in verità tutto ciò ebbe inizio nel marzo 1979, quando entrò in vigore Sistema monetario europeo (SME) e nacque l’ECU, cui parteciparono le monete di Germania, Francia, Italia, Danimarca, Paesi Bassi e Lussemburgo. La fluttuazione delle monete venne limitata al 2,25% a eccezione della lira che beneficiò della banda allargata al 6%. La lira rimase nello SME fino al 1992, quando due formidabili attacchi speculativi da parte del finanziere George Soros costrinsero (?) la sterlina britannica e la lira a uscire dallo SME. La lira vi rientrò il 25 novembre 1996, col cambio di 990 lire per marco tedesco. Tanto per rimarcare la radicale anomalia del sistema bancario italiano, faccio presente che lo stesso assetto proprietario di Banca d’Italia è illegittimo e incompatibile con il suo statuto. Lo statuto del 1948, controfirmato da Enrico De Nicola e Alcide De Gasperi, afferma che la Banca d’Italia è un ente pubblico, e l’art. 3 afferma che la maggioranza debba essere pubblica e i soci che compongono la maggioranza debbano essere a loro volta a maggioranza pubblica. La Banca d’Italia si trova pesantemente al di fuori dei requisiti di legge, in quanto quasi completamente posseduta da gruppi bancari e assicurativi totalmente privati: statistiche ufficiali alla mano, gli azionisti sono all’85% circa istituti di credito privati e al 10% società di assicurazioni private. Ciò nonostante essa ha continuato a svolgere la funzione di pubblico servizio nella sorveglianza e nella vigilanza sulle banche italiane, comprese le sue “partecipanti”, con chiaro conflitto d’interessi. E, per non disperarci, soprassediamo sul ridicolo ammontare del capitale sociale della Banca d’Italia, rimasto invariato a soli € 156.000,00= anche dopo la riforma (e il mondiale) del 2006. Tutto quanto sopra per riferire che l’indebitamento dello stato italiano è cosa che è avvenuta come minimo a far data dal 1981, ovverosia ben prima dell’avvento dell’euro. Pertanto la ragione principale dell’indebitamento degli stati in un sistema economico e monetario come quello attualmente in vigore risiede nel fatto che essi hanno ceduto la sovranità monetaria a istituti privati interni (Banca d’Italia) o esterni (BCE). Certamente nell’attuare simili aberrazioni amministrative chi di turno avrà pensato bene di invocare chissà quale situazione urgente (o stato di necessità) connessa proprio all’incertezza dei mercati finanziari internazionali e delle fluttuazioni estreme dell’ottovolante dell’economia mondiale. Ma ogni pezza giustificativa non potrà mai valere per l’Italia, il paese più ricco del globo (70% del patrimonio artistico e culturale mondiale).

“L’uomo vuol essere pesce e uccello, il serpente vorrebbe avere ali, il cane è un leone spaesato, l’ingegnere vuol essere poeta, la mosca studia per rondine, il poeta cerca di imitare la mosca, ma il gatto vuole solo esser gatto ed ogni gatto è gatto dai baffi alla coda, dal fiuto al topo vivo, dalla notte fino ai suoi occhi d’oro” (Pablo Neruda, Ode al gatto)

Art. 820 cod. civ. (Frutti naturali e frutti civili): “Sono frutti naturali quali che provengono direttamente dalla cosa, vi concorra o no l’opera dell’uomo, come i prodotti agricoli, la legna, i parti degli animali, i prodotti delle miniere, cave e torbiere. Finché non avviene la separazione, i frutti formano parte della cosa [516 cod. proc. civ.]. Si può tuttavia disporre di essi come di cosa mobile futura [771, 1348, 1472; 531 cod. proc. civ.]. Sono frutti civili quelli che si ritraggono dalla cosa come corrispettivo del godimento che altri ne abbia. Tali sono gli interessi dei capitali [1224], i canoni enfiteutici, le rendite vitalizie e ogni altra rendita [1861], il corrispettivo delle locazioni”

ESACERBAZIONE DEL VIRUS: NELLA MALATTIA, LA CURA. Vorrei riportate le considerazioni svolte dal compianto prof. Giacinto Auriti, docente di teoria generale del diritto, sulla moneta. Il prof. Auriti pone l’esempio del metro, che è unità di misura della lunghezza, quindi è la misura della lunghezza, ma anche la lunghezza della misura (un metro è lungo un metro). Così la moneta, che è misura del valore, dovrebbe anche essere valore della misura. Ciò poteva essere valido all’origine, quando la moneta era coperta e convertibile in oro; ma, con la fine degli accordi di Bretton Woods e l’avvento dell’euro, la moneta non è più valore della misura, è divenuta un valore indotto, ovvero un valore che ha la medesima causa dell’energia elettrica in una dinamo: quando si attiva la dinamo, l’energia meccanica si trasforma in energia elettrica; analogamente, con il sistema monetario, avviene la trasformazione di un valore convenzionale, cioè di una fattispecie giuridica (ravvisabile, in ultima analisi, nel contratto sociale – volontà generale dei consociati), in un valore reale, che è il valore di un bene oggetto di un diritto di proprietà (la banconota) – Teoria del valore indotto della moneta. Sulla base di ciò, il denaro, sostiene Auriti, all’atto dell’emissione dovrebbe essere di proprietà dei cittadini e non ceduto in proprietà (“venduto”) agli stessi. Perché? La risposta è semplice nonché logica: ci si può arrivare ripercorrendo le tappe che hanno accompagnato la genesi del denaro sin dalle prime forme di commercio per giungere infine al principio della sovranità monetaria di cui all’art. 1 della Costituzione. Anche a prescindere da ciò, ci si può arrivare rispondendo a una domanda ancor più fondamentale: cosa misura il denaro? Riformulo: se mi passate il gioco di parole, quale valore “misura” il denaro? Il valore di un bene, certo, mobile o immobile, ma anche e prima di tutto il valore di una prestazione, materiale o intellettuale, quindi di un servizio, specie se si considera che, a parte un appezzamento grezzo di terra (non bonificato), ogni bene materiale/reale prima di essere scambiato o compravenduto, prima di entrare nel mercato, è stato oggetto di una qualche lavorazione, ivi compreso il metallo grezzo che si estrae dalle miniere: in tali frangenti il metallo non è stato (ancora) lavorato, ma la prestazione, il lavoro, consiste nell’attività di estrazione. Quindi in buona sostanza il denaro misura il valore del lavoro – in ogni sua forma (lecita) inteso; misura il valore dell’energia impiegata per la trasformazione di una cosa in un’altra o per lo svolgimento di una qualche attività. Effettivamente allora, e più di ogni altra cosa, il lavoro nobilita l’uomo, come diceva (più di) qualcuno. Nei tempi antichi tutto ciò era molto chiaro: oggi non dobbiamo dimenticare che il denaro nasce come terza merce convenzionale con la stessa funzione che possiede il metro quale unità di misurazione della lunghezza; sotto questo aspetto, non soltanto il denaro, la moneta, è e resta una merce, seppur particolare (convenzionale); le transazioni economiche corrispondono tutte a baratti mediati; sotto questo aspetto il baratto quale mezzo di scambio, quale sistema di commercio, non è mai stato abbandonato! Il 1999 è stato un anno molto intenso e felice per le produzioni hollywoodiane. Il lungometraggio di maggior valore è stato senza dubbio il primo film della trilogia di Matrix (regia di Andy e Lana Wachowsky), un film che avrebbe rivoluzionato completamente la cinematografia, tanto per gli effetti quanto per i contenuti proposti, consistendo in un vero e proprio compendio filosofico da gustare al cinema o seduti sul divano. Fonti del successo sono state, tra le altre: l’ottima interpretazione del protagonista (Keanu Reeves), la raffinatezza degli effetti speciali, la spettacolarità di certi combattimenti, specialmente quelli di arti marziali. Ma più ancora il film illustra una visione del mondo, del pantheon in cui si muovono i personaggi, che richiama vivamente diverse tappe della tradizione filosofica occidentale. Il protagonista Thomas Andersson alias Neo vive assillato da interrogativi ai quali non riesce a dare risposta: è come se, dentro di sé, avvertisse che in ogni atomo della realtà che lo circonda vi sia qualcosa che non quadra. Egli viene contattato da Morpheus, un famigerato “pirata virtuale” ricercato dalle autorità, il quale è convinto che Neo sia un uomo fuori del comune, destinato a salvare l’intera umanità dal dramma che la affligge; contatta Neo in quanto si accorge che ha presagito tale dramma: l’intero genere umano è soggiogato alle macchine, delle quali un tempo si serviva, e ne sfruttano l’energia. Nell’ambito delle percezioni il mondo che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi è reale, ma nell’ambito della realtà esso è una beffa, non esiste: si tratterebbe soltanto di immagini virtuali inviate al cervello, denominate “immagini residue (tracce, ricordi) di sé”. Dunque ogni cosa che ci circonda non ha fondamento oltre la mente: le macchine, le case, le strade non sarebbero altro che immagini virtuali, e l’intero mondo sarebbe un programma globale, denominato Matrix (“matrice”); un inganno ordito da intelligenze artificiali. Il film ha una grandissima valenza simbolica, e si propone di mostrare mediante il racconto di un’avventura fantascientifica un universo parallelo a quello che è il mondo in cui realmente gli esseri umani si trovano a vivere, il mondo delle convinzioni umane che ci sono via via state inculcate nel corso dei secoli, che si sono sedimentate e che abbracciano ogni aspetto dell’esperienza culturale: economiche, sociali, etico-morali e – per quel che attiene ai contenuti del presente blog – giuridiche ed economiche; in una parola, politiche, intese nel significato originario del termine, ossia attinenti alla vita della polis, della comunità [per approfondimenti: “Il diritto come linguaggio nell’analisi dei suoi elementi essenziali”, 3.9.2017]. Nella scena (forse?) più emblematica Morpheus rivela una fondamentale verità a Neo: “Un corpo umano genera più bioelettricità di una batteria da 120 volt ed emette oltre 6 milioni di calorie. Sfruttando contemporaneamente queste due fonti le macchine si assicurarono a tempo indefinito tutta l’energia di cui avevano bisogno. Ci sono campi, campi sterminati, dove gli esseri umani non nascono, vengono coltivati. A lungo non ho voluto crederci, poi ho visto quei campi con i miei occhi, ho visto macchine liquefare i morti affinché nutrissero i vivi per via endovenosa. Dinanzi a quello spettacolo, potendo constatare la loro limpida raccapricciante precisione, mi è balzata agli occhi l’evidenza della verità. Che cosa è Matrix? È controllo. Matrix è un mondo creato al computer per tenerci sotto controllo al fine di convertire l’essere umano in questa (mostrando una pila)“. Un grande messaggio nella bottiglia, a riprendere paro paro le considerazioni svolte poco più sopra circa il valore del denaro e i soggetti cui appartiene non tanto e non solo in forza delle Carte costituzionali, ma per antonomasia: il denaro appartiene all’uomo, a ogni singolo essere umano (cittadino, nel panorama interstatale), che invero lo produce, in quanto il denaro è la misura del valore della forza lavoro di un individuo, sulla base delle sue competenze e abilità e del grado di utilità sociale, che è massimo nell’ipotesi di un medico o di un agente della forza pubblica (€ 1500,00= al mese nel secondo caso, e poi ci si lamenta dei problemi di sicurezza – ndr). Invece oggi questi concetti si sono perduti, lasciando il posto a concezioni astruse e deleterie quali il liberismo di matrice smithiana o le teorie sulla produzione continua e infinita che hanno condotto al consumismo ceco e sfrenato. Alcuni studiosi contemporanei provano ad aggiustare il tiro: per esempio Sergey Latouce sostiene la necessità di fare tesoro della saggezza della lumaca in vista di una decrescita serena. Aggiunge che colui che pensa a una crescita infinita in un mondo con risorse abbonanti ma comunque finite o è un folle oppure è un economista, dimenticando però che l’umanità può potenzialmente costituire una risorsa infinita (ma non se lo dimenticano le macchine di Matrix) e che in natura tutto si trasforma, nel tempo. Che il vecchio Latouce, dottore in economia, così blaterando (di vuote ciance, dico io – ndr) si stesse, almeno di in parte, riferendo anche a se stesso? Passando dall’economia al diritto positivo, è il nostro stesso codice civile che propone costruzioni aberranti e crea dissonanze cognitive laddove all’art. 820: a) considera “cose” i parti, i cuccioli degli animali (considera qualcosa di vivente come cosa morta, statica); b) consente la trasformazione illogica di un certo quantitativo di un bene mobile fungibile quale il denaro in un bene immobile, denominato capitale, e produttivo di frutti o di una rendita (interessi sui capitali) alla pari di un campo. E poi ci sono le multinazionali come la Nestlé, che se ne vanno liberamente in Africa a sfruttare intensivamente il suolo altrui, fino a provocarne il totale deperimento, e omettono di rispettare concetti fondamentali di agraria quali la rotazione dei campi. Va tutto troppo veloce, quando il bene più prezioso dopo la fiducia è senza dubbio il tempo, che ci viene rubato dalla puntualità (Oscar Wilde), mentre il lavoro serve per guadagnarsi tempo libero (Aristotele) e colui che lavora per più di un terzo della sua giornata è uno schiavo (Nietzsche). Anche per amare serve tempo. Più tempo.

“Il cuore mi duole; la testa mi si perde; una cosa oscura e bruciante è in fondo a me, una cosa ch’è apparsa d’improvviso come un’infezione di morbo e che incomincia a contaminarmi il sangue e l’anima, contro ogni volontà, contro ogni rimedio: il Desiderio” (Gabriele D’annunzio, Il piacere)

Francesco De Gregori – Pezzi

 

 

 

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