L’altro, l’incontro, il riconoscimento. Et… ubi societas ibi ius

Il diritto, inteso in senso oggettivo, può essere succintamente definito come il complesso delle norme di legge e consuetudini che ordinano la vita di una collettività in un determinato momento storico. Per diritti soggettivi si intendono invece le facoltà generalmente ascritte al singolo individuo. Diritto oggettivo e comunità (umane) sono strettamente connesse l’uno con l’altra: dopo la formazione di una comunità di individui, infatti – in qualsivoglia contesto storico-sociale e culturale – è necessario stabilire delle regole utili a garantire la pacifica convivenza. E’ proprio questo il momento – storico-temporale e ontologico – di genesi del diritto; momento che corrisponde alla scoperta della necessità di regole comuni: quando cioè più gruppi di individui provenienti da diversi ceppi familiari (meglio noti come clans, stirpi o gentes), o comunque di individui non legati da rapporti di conoscenza (profonda) o parentela, si incontrano nel medesimo territorio e decidono di farne un luogo geopolitico.

RICONOSCIMENTO. Lo stimolo, la spinta a creare un modello di regole comuni è un bisogno che discende direttamente e immediatamente dalla volontà di un gruppo di fondare una comunità sociale stabile e organizzata; ciò per il duplice intento di gettare le basi, le fondamenta sia della comunità che della fiducia reciproca tra individui che con si conoscono (bene). E’ chiaro infatti che, ad esempio all’interno di una famiglia non è necessario stilare un corpus di regole comuni ex novo: i rapporti familiari si autoconsolidano e si stratificano nella stessa organizzazione generazionale della famiglia, portatrice peraltro di un proprio bagaglio di consuetudini che invero ne costituiscono l’essenza spirituale e insieme l’orientamento morale generale, la memoria storica e i valori intrinseci. In tal senso, la famiglia quale società naturale (o di fatto) è ciò che sono e fanno i suoi componenti; la famiglia – perlomeno in linea generale e di principio – fa quel che dice di essere, è la sua consuetudine. Regole comuni rese note a tutti i consociati servono quando tuto ciò manca, quando appunto più gruppi familiari o sociali già consolidati si incontrano per formarne uno più grande, una comunità, una città o un villaggio. Già dalle prime forme tribali di associazione gli esseri umani hanno appreso che, alla pari di un albero, una casa, una diga o anche solo una palafitta, la migliore edificazione della struttura sociale necessita di fondamenta solide, di radici robuste, capaci di pescare in profondità nel terreno delle norme già consolidate proprie di ogni singola unità sociale, e di assorbirle, per indi assimilarne sincretisticamente le massime orali maggiormente condivisibili o comunque le migliori forme giuridiche consuetudinarie. Esprimendo un giudizio ex post, allora, e ragionando per deduzioni logico-giuridiche, possiamo certamente affermare che la più elevata forma storico-legislativa di ordinamento giuridico è effettivamente quella autentica dell’ordinamento auto-osservato, osservato spontaneamente, in modo attivo, dopo la valutazione sui suoi principi e il confronto-riconoscimento di essi nei valori storici dell’ideale di comunità in cui il singolo cittadino si rispecchia; valori che, in ultima analisi, sono in larga parte espressione delle consuetudini delle società naturali per le quali si forma l’ordinamento giuridico di una civitas o di una polis. Il riconoscimento in diritto è l’atto unilaterale – espresso o tacito – attraverso cui si prende… atto dell’esistenza di una data situazione giuridica o di fatto. Il riconoscimento può essere riferito a un diritto (tale è, ad esempio, l’atto di riconoscimento di debito) oppure a un soggetto. Nel secondo caso, la fattispecie più comune è certamente il riconoscimento di paternità o di maternità, in cui l’atto di riconoscimento trasforma un fatto puramente naturale, come la procreazione, in una fonte di rapporti giuridici; infatti se manca il riconoscimento non sorgeranno rapporti giuridici tra il figlio e i suoi genitori a meno che non si agisca giudizialmente per far dichiarare la paternità o la maternità. È evidente che ha un senso parlare di riconoscimento solo per i figli nati al di fuori del matrimonio e non per quelli legittimi che acquistano questo loro status automaticamente in presenza delle condizioni previste dalla legge. Il riconoscimento di figli naturali invece non è vicenda che si verifica automaticamente, ma si produce solo se sussistono i presupposti previsti – nel caso del diritto interno italiano – dal codice civile agli articoli 250 e seguenti. E’ bene precisare che, mentre nel caso del riconoscimento di diritti o facoltà l’atto può essere sottoposto a condizione (è il caso dell’accettazione condizionata di debito), in ipotesi di riconoscimento di soggetti l’accettazione del terzo deve essere totale. Nelle prassi del diritto internazionale, frequente è il riconoscimento di stati o di governi. Il riconoscimento non ha tuttavia valore costitutivo della personalità giuridica di uno stato, poiché questa dipende, in conformità al principio di effettività, dal fatto che il nuovo ente agisca in piena indipendenza nelle relazioni internazionali, su un piano di parità con gli altri soggetti internazionali. Il riconoscimento di stati ha piuttosto valenza politica, testimoniando la volontà degli stati preesistenti di intrattenere relazioni internazionali con lo stato riconosciuto. Esso rileva dal punto di vista giuridico in quanto gli stati che procedono al riconoscimento mostrano in tal modo di ritenere che sussistano tutte le condizioni previste dal diritto internazionale per la formazione di un nuovo stato; in tal senso il riconoscimento produce un effetto preclusivo, impedendo allo stato che lo ha effettuato di contestare successivamente la situazione riconosciuta, o di affermare che lo stato riconosciuto difetti di personalità giuridica. Il principio di effettività prevede la concreta esecuzione di quanto stabilito dal diritto sostanziale, ovvero dalle norme che fanno parte nell’ordinamento. È il principio sul quale si basa la tutela dei diritti quando questa diviene efficace nel singolo caso concreto. Proprio per la sua idoneità a garantire l’efficacia delle norme di diritto all’interno di un ordinamento giuridico, può essere considerato un parametro per valutare la validità di un determinato sistema legislativo. In diritto internazionale il riconoscimento è un atto politico, non soggetto a particolari obblighi giuridici nella sua formulazione, pertanto è realizzabile sia tramite un atto esplicito che attraverso comportamenti che attestino in qualche modo una forma di “riconoscimento tacito”: ad esempio si ritiene generalmente che il voto favorevole di uno stato all’ammissione di un soggetto all’interno di un’organizzazione internazionale riservata agli stati (in particolare le Nazioni Unite) costituisca una forma di riconoscimento tacito; per tale ragione, quando uno stato intrattiene una qualche forma di contatti o colloqui con un soggetto verso cui non intende operare un riconoscimento, può sentire il bisogno di proclamare esplicitamente che i suoi atti non costituiscono riconoscimento di stato di tale soggetto. Si ritiene che l’atto di riconoscimento di uno stato produca un effetto di estoppel nei confronti di chi opera il riconoscimento: l’atto preclude allo stato che ha effettuato il riconoscimento la possibilità di contestare successivamente la situazione di fatto o di diritto riconosciuta, o di negare in un secondo tempo la soggettività giuridica internazionale allo stato riconosciuto. L’estoppel è un istituto di common law (“legge comune”) secondo il quale a una parte in causa è vietato prendere vantaggio da dichiarazioni contraddittorie che abbiano creato aspettative verso altri soggetti. Il common law è uno dei due maggiori sistemi giuridici, basato sul diritto britannico e caratterizzato dalla prevalenza del precedente vincolante; si contrappone naturalmente alla tradizione di civil law (“legge civile”) di matrice romanistica, in cui le leggi scritte tendono a prevalere sul precedente, ed è il sistema proprio anche dell’ordinamento italiano. Un esempio solitamente fatto per spiegare l’istituto dell’estoppel è il caso del creditore Tizio che comunica a Sempronio, suo debitore, l’estinzione di un debito, salvo poi esigerlo successivamente. In ossequio all’estoppel il debitore può negare il pagamento del debito in base alle aspettative create dalla prima dichiarazione del creditore. Questo istituto è presente nei sistemi legislativi britannico, australiano e statunitense; è di diverse tipologie a seconda della prova portata come evidenza della dichiarazione contraddittoria precedente, ed è essenzialmente un istituto di diritto privato (in quanto il diritto pubblico e il diritto amministrativo dispongono già, almeno nel diritto inglese, di principi analoghi quali il legittimo affidamento e l’abuso di potere).

COMUNICAZIONE. Il termine linguaggio abbraccia tutta una serie di forme comunicative atte a trasmettere informazioni in vario modo: così ad esempio abbiamo il linguaggio parlato, il linguaggio dei segni, quello del corpo ecc. Nel linguaggio parlato l’informazione è trasmessa attraverso il canale auditivo, con la modulazione e la combinazione di particolari suoni convenzionali che ne costituiscono l’unità linguistica minima e ne caratterizzano il tratto distintivo rispetto ad altri sistemi comunicativi ugualmente fondati sulla modulazione di suoni, rispetto ad altre tipologie di linguaggi parlati: in tal modo i fonemi – le unità linguistiche rappresentative di suoni – distinguono una lingua alfabetica da una ideografica, le cui unità linguistiche, dette ideogrammi, rappresentato invece concetti. Le unità minime e le regole per combinarle costituiscono il codice interpretativo di un linguaggio: se non si conosce il codice utilizzato, non si potranno recepire le informazioni trasmesse. In tal senso ogni linguaggio è una forma criptata di comunicazione, indiretta o mediata; ogni linguaggio è un linguaggio simbolico. Lettere, numeri e parole in fondo non sono altro che simboli: chi vede per la prima volta in vita uno scritto in arabo, in sanscrito, aramaico o in altro alfabeto o sistema di lettura ignoto, non vede altro che segni (simboli), o potrebbe intendere vi siano dei numeri laddove vi sono lettere ecc. Similmente accade per l’ascolto. Quanto or ora esposto è ben esemplificato nel fortunato racconto dell’americano Edgar Allan Poe Gli assassinii della rue Morgue, laddove i testimoni – interrogati su ipotetiche urla sentite in altra lingua e ascrivibili all’assassino poiché provenienti dal luogo del delitto – dichiarano tutti che si tratta di urla prodotte in una lingua straniera che essi non conoscono, e forniscono ciascuno un diverso idioma; finché non si intuisce che non si è trattato di urla umane, ma dei ruggiti di un gorilla… Posto che ogni linguaggio ha un suo proprio codice distintivo, va sottolineata la presenza di una macrodifferenza tra linguaggi che prediligono l’intento comunicativo-trasmissivo e linguaggi che danno preminenza all’azione trasmissivo-fissante della comunicazione; certamente infatti un sistema alfabetico consente una precisione maggiore nell’esposizione formale ed astratta dei contenuti informativi che si vuol condividere, ma un sistema ideografico o un sistema logografico (si pensi ai geroglifici egizi) hanno la capacità di fissare l’informazione in profondità, sono cioè maggiormente idonei a rievocare naturalmente nel ricevente l’immagine vivida del concetto che esprimono, anche per il fatto di non essere costretti nelle categorie razionali, comunque variegate, tipiche invece dei sistemi alfabetici. In relazione a ciò, i sistemi ideografici e logografici – quelli in cui l’unità minima, detta logogramma, è rappresentativa di un luogo, un oggetto, una quantità – sono molto vicini a forme di comunicazione dirette o immediate, come la musica (strumentale) e le atri figurative, le quali non necessitano di codici artificiali convenzionali per l’interpretazione e la trasmissione delle informazioni, nella misura in cui esse riprendo, imitandoli, i suoni e le forme della natura, massimamente familiari ai sensi umani, che li percepiscono continuamente e quotidianamente. Esistono poi forme di comunicazione mista, come ad esempio il canto, che si serve di musica e parole. Tutto ciò considerato, dovremmo dedurne che i linguaggi parlati migliori sono le lingue musicali, prima fra tutte il cinese, lingua che, tra le altre cose, conta ben quattro modi differenti di pronunciare (accentare) un singolo ideogramma. La scrittura è un sistema di rappresentazione del linguaggio attraverso mezzi grafici, denominati grafemi (segni grafici rappresentativi di unità linguistiche), e di regole per combinarli; la scrittura è la fissazione di un significato in una forma esterna durevole; in questo senso la scrittura è anche un modo efficace attraverso cui ottenere la registrazione, la prova, il ricordo durevole delle informazioni. Ogni linguaggio dispone di un suo corrispondente sistema di scrittura per la fissazione delle informazioni codificate che si propone di trasmettere: così, abbiamo accennato a sistemi logografici, composti da unità minime dette logogrammi, ovvero simboli pittografici che rappresentano un luogo specifico, un oggetto, una quantità (ne sono esempi i geroglifici egizi e il linguaggio matematico); sistemi ideografici, composti da unità linguistiche denominate ideogrammi e rappresentative di un concetto (tipici delle lingue orientali come cinese e giapponese); sistemi alfabetici, in cui l’unità linguistica minima, il fonema, viene associato a un suono, a una singola lettera (come per l’italiano) o a una sillaba o una parola (come ad esempio avviene per la lingua ebraica). Sul piano storico-sociologico distinguiamo due principali forme arcaiche di lingua parlata: le scritture a immagini (i geroglifici egizi) e le scritture cuneiformi, che utilizzano particolari segni grafici lineari detti cunei. Sul punto va detto che le scritture a immagini (ossia i linguaggi simbolici puri) sono quelle preferibili sul piano mnemonico: esse infatti intervengono in modo più naturale e diretto sui sensi (l’udito o la vista) di colui che legge, stimolando non solo gli aspetti razionali ma anche emotivi, e sono perciò naturalmente idonee a raggiungere l’intento comunicativo senza sforzo; presentano cioè quei caratteri di immediatezza propri della musica e delle arti figurative. Più ancora: le emozioni visive e uditive ispirate nel ricevente dalla musica, dal canto, dalla poesia, dalla pittura, dalla scultura e perfino dall’architettura assolvono meglio alla funzione di fissare le informazioni che si vogliono trasmettere. E’ stato dalla scoperta di ciò che le umane genti di tutto il mondo, a un certo punto del loro sviluppo evolutivo, hanno via via capito che l’emotività umana è il canale ideale per la trasmissione durevole della conoscenza (specie se orale). Ed ecco il teatro. Risulta difficile ad oggi stabilire il periodo e i luoghi d’origine della scrittura, che dai resoconti ufficiali si sarebbe sviluppata indipendentemente in diverse aree del mondo: in Mesopotamia con i sumeri e gli egizi, in Mesoamerica con gli olmechi, in India e in Cina. Si è dibattuto se i sistemi di scrittura siano stati sviluppati in modo completamente indipendente in Egitto (intorno al 3300 a. C.) e in Cina (intorno al 1200 a. C.), o se la comparsa della scrittura in uno o in entrambi i luoghi siano stati dovuti a diffusione culturale; cioè se il concetto di rappresentazione del linguaggio attraverso la scrittura, quand’anche privo delle specificità di funzionamento di tale sistema (grammatica e sintassi) sia stato trasmesso mediante il commercio da una civiltà già alfabetizzata a un’altra. Certamente il commercio ha giocato un ruolo importante nella generale evoluzione dei linguaggi, specie verso quelle civiltà meno avanzate dal punto di vista culturale. Più in generale, esso ha influenzato – e talvolta sporcato – lingue e costumi di quei popoli usi a commerciare tra di loro: in alcune esperienze storiche termini propri di una lingua sono stati mutuati, adottati da un’altra; sono stati coniati termini specifici, neologismi; oppure sono stati presi termini propri di un certo contesto in una data lingua (un contesto più semplice o con il quale l’uomo comune tende ad avere maggior familiarità, appartenente al quotidiano) e sono stati traslati, immessi nelle materie economiche.

NATURA. Un dato incontrovertibile: il diritto nasce prima della scrittura. Esso nasce contestualmente al sorgere delle prime comunità umane, come ci rammenta il brocardo latino di cui al titolo del presente saggio. Una delle prime testimonianze giuridiche scritte di modelli di costituzioni democratiche fu la riforma di Solone, legislatore ateniense comunemente collocato nel VI-V sec. a. C., il quale, nominato arconte (figura pubblica con poteri legislativi), tolse il monopolio del potere politico all’aristocrazia (che stava bloccando lo sviluppo socio-economico) e introdusse un ordinamento statale basato sul censo, con oneri e diritti proporzionati alla capacità finanziaria dei cittadini (governo timocratico). Non solo le prime forme giuridiche sono tendenzialmente orali; esse – procedendo di pari passo con lo sviluppo delle società umane – si presentano come molto semplificate e costituite per lo più da massime generali di condotta, da proto-canoni fondati sugli usi e i costumi del gruppo sociale di riferimento. Inoltre la preistoria ci mostra che le prime società tribali sono per lo più nomadi; più precisamente si tratta di popoli di natura migratoria, nel vero senso del termine: cioè si comportano come certi uccelli, usi a svernare in un paese caldo per poi ritornare con la primavera. Detti gruppi sociali, sprovvisti delle più elementari tecniche costruttive e agricole, sono in prevalenza dediti alla caccia, alla raccolta e all’allevamento; quindi tutti per forza di cose legati ai cicli naturali e alla presenza di nutrimento (in forma di flora o di fauna) in questo o quell’altro territorio. Certamente non infrequenti erano, in un siffatto contesto, le occasioni d’incontro con altre tribù, magari di lingua sconosciuta e diversi costumi. In tali circostanze era determinante cercare di comunicare sia per stabilire (o ribadire) i diritti di transito in un certo territorio sia allo scopo di effettuare scambi o per stringere alleanze. Pertanto si faceva ricorso a linguaggi simbolici di natura associativa e di carattere universale facili da comprendere (cioè si faceva ampio uso di parabole, metafore e similitudini). Con ciò è abbastanza chiaro che i termini di confronto utilizzati si riferivano agli elementi della natura, come la terra e gli alberi, i fiumi, i monti, il mare, i laghi ecc., o al mondo umano e animale. Nella scelta dei simboli, dei termini di riferimento/paragone da utilizzare e dei rituali da compiere, si guardava sia al concetto o all’immagine che naturalmente essi evocavano date le loro caratteristiche effettive o simboliche, sia alla portata del diritto che si voleva far valere. Così per stringere un legame di sangue con qualcuno si usava farsi un piccolo taglio su una mano e versare le gocce di sangue in un bicchiere di latte e bere a turno ciascuno il sangue dell’altro, suggellando il patto e costituendo il rapporto di fratellanza. Un’altra pratica molto frequente in uso presso le antiche tribù nomadi era di favorire le unioni coniugali tra individui appartenenti a tribù diverse, in modo che il frutto comune dell’unione potesse fungere da connettore di due diverse linee di sangue. Un piacevole scorcio di tali antiche usanze ci viene offerto dal film Mongol, che narra le vicissitudini di Gengis Khan e delle popolazioni asiatiche di molti secoli addietro. Facendo astrazione dalla storia, un altro dato interessante ci arriva dall’affermazione “Il diritto è quello che ha la forza di divenire e di imporsi come diritto positivo”, con la quale il giurista Santi Romano intende dire che qualora le norme formalmente approvate “sulla carta” non risultino anche concretamente applicabili, non si può parlare di diritto in senso sostanziale. Si definisce diritto positivo tutto il diritto frutto di convenzioni umane, ossia il diritto sostanziale vigente in un determinato ambito politico-territoriale in un determinato spazio di tempo, posto dal potere sovrano dello stato mediante norme. Esso è intrinsecamente contrapposto al diritto naturale, definito come il complesso di norme non scritte, considerate universali e necessarie, preesistenti e non sempre coincidenti col diritto positivo, che fanno parte del patrimonio etico-razionale-religioso di ogni individuo e comunità. L’esistenza di norme di diritto naturale, anteriori ad ogni norma di diritto positivo è affermata giusnaturalismo, una delle correnti di pensiero della filosofia del diritto, la branca del diritto e dell’etica che analizza e critica i principi posti a fondamento del diritto positivo. Per diritto naturale s’intende in buona sostanza id quod semper aequum et bonum est, cioè un insieme di regole non sempre codificate, che trovano il proprio fondamento nei principi superiori di equità e giustizia. Ciò significa che i movimenti indipendentisti, i sovranisti e, prima di loro, gli anarchici, e così pure i sostenitori dei diritti umani, nel ricercare i fondamenti giuridici dei loro agire attingono alla filosofia del diritto – materia oltremodo bistrattata dalla storia politica umana – e magari neppure lo sanno… Unendo l’affermazione di Santi Romano con quanto detto più sopra in punto riconoscimento e più ancora con la prima lezione di Paolo Grossi (vedi saggio precedente), ne discende necessariamente che il miglior di diritto positivo è quello che si pone senza im-porsi, cioè quello che trova fondamento nei principi propri dell’ordinamento auto-osservato puro; un diritto positivo basato sulla consuetudine e sul diritto naturale. Parafrasando Nietzche: un diritto che contempera la spinta positivistica tesa al futuro delle civiltà che discende dal lato apollineo dell’essere umano con l’esigenza naturalistica di preservare l’equilibrio che sale dalla parte dionisiaca. In tutto ciò il miglior governo è quello che risponde alla suddetta duplice spinta del popolo e riesce portare sull’altra sponda del fiume la capra, il lupo e il cavolfiore senza danni, come racconta un famoso indovinello. Invece nel concreto troppo spesso abbiamo assistito nel corso della storia – come assistiamo tutt’ora – a scenari nei quali il diritto positivo non riconosce o non applica pienamente i principi universali, il diritto consuetudinario o il diritto naturale, negando così in fatto e in diritto pieno riconoscimento della personalità giuridica dei singoli e delle società naturali da cui essi provengono e dalle quali vengono condotti nell’esistenza civica. Ad esempio la Costituzione della Repubblica italiana all’art. 29, comma I, espressamente “riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, eppure talune norme codicistiche e talaltre leggi speciali in materia di diritto (positivo) sostanziale e procedurale, nella loro arbitrarietà e potenziale dannosità – specie per la psiche di un fanciullo – paiono muoversi in senso opposto; e nel panorama internazionale il discorso non è certo diverso.

IO TI VEDO… E TI PRESENTO I MIEI: AGNELLI MONTANTI E CAPRE E-SPIRATORIE. Unendo quanto sin qui esposto in tema di riconoscimento, linguaggio e natura, possiamo senz’altro affermare che la diffidenza provata dall’uomo comune che muove i primi passi nel territorio del diritto, a lui paradossalmente ostile, dipende essenzialmente e certamente proprio dal fatto che si tratta di un territorio misconosciuto. Il paradosso è insito nella circostanza che il diritto parla proprio dell’uomo e dell’umanità; è elemento descrittivo, regolativo e unificatore delle umane vicende, è il ponte che conduce nella comunità civile; il diritto appartiene intrinsecamente all’uomo; è per l’uomo, ricorda Ermogeniano, è una parte indissolubile dell’essere umano nell’incontro con il suo simile, allo stesso modo per cui gli organi di un individuo sono indissolubilmente legati a lui, sono per lui, nel senso che espletano delle funzioni per lui. La bocca e le mani ci servono anche per comunicare, il volto anche per consentire a terzi di riconoscerci e identificarci; a patto però di conoscere come utilizzare detti apparati, di saper modulare i suoni ecc.; diversamente il nostro potenziale comunicativo sarebbe molto limitato, pari a quello di un bimbo in fasce, capace solo di emettere versi per lo più incomprensibili, e di esprimere i propri bisogni, di chiedere, di attirare l’attenzione, soltanto a mezzo di forti lamenti. Quindi il problema principale che affronta l’uomo comune nell’incontro con il diritto e i suoi strumenti linguistici e anzitutto un problema di conoscenza di questi mezzi, è un problema essenzialmente comunicativo. Un filosofo del diritto direbbe più propriamente che si tratta di un problema insieme gnoseologico, epistemologico e soprattutto semantico. Nell’ordine, la gnoseologia, denominata anche “teoria della conoscenza”, si occupa dell’analisi dei fondamenti, dei limiti e della validità della conoscenza umana, intesa essenzialmente come relazione tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto; l’epistemologia è la branca della filosofia contemporanea che si occupa delle condizioni sotto le quali si può avere conoscenza certa o scientifica ovvero dei metodi per raggiungere tale conoscenza; la semantica è quella parte della linguistica che studia il significato delle parole, degli insiemi delle singole lettere (negli e degli alfabeti antichi) e delle frasi nei testi. Con particolare riferimento alla semantica, nessuno avrà difficoltà ad ammettere che ai non addetti a i lavori il cosiddetto “legalese” appare come una lingua misteriosa e suscettibile di generare timore o paura allorquando pronunciata da un giudice o un funzionario di Polizia, quasi si trassasse di formule magiche o esoteriche simili a maledizioni. Ciò che invece potrebbe essere meno scontato è che il più delle volte perfino la maggior parte degli addetti a lavori non conosce sino in fondo il significato dei termini giuridici che utilizza e la loro reale portata applicativa. La filosofia politica è concorde nel ritenere che quello del diritto e della sua conoscenza e comprensione è un problema logico ed insieme linguistico-definitorio: discorso che vale in ogni ambito del sapere così come pure in ogni territorio, astratto e fisico, artificiale e naturale, posto che per conoscere un qualcosa bisogna sapere cos’è, bisogna definirlo, circoscriverlo, in modo da potervisi rapportare senza danno, in modo da servirsene correttamente; così un infante, un cucciolo deve prendere dimestichezza con il proprio corpo e le proprie attitudini e abilità, innate o acquisite (abbiamo già fatto l’esempio della parola). In seconda istanza, per averne una conoscenza profonda, per acquisire e comprendere pienamente un qualcosa, una realtà, per farla propria bisogna capire perché quella realtà, quel territorio è in un dato modo. E qui per il momento ritengo opportuno non approfondire oltre, posto che ahinoi l’uomo contemporaneo, giurista o non giurista, ha per lo più smesso di chiedersi perché il proprio corpo, la propria psiche sono in un certo modo e non in un altro; ha smesso di chiedersi personalmente da dove proviene, ha smesso di riflettere profondamente sul significato di epiteti quali “fatto a sua immagine e somiglianza”, e con troppa superficialità ha demandato certe questioni fondamentali alle scienze ufficiali o alle religioni di massa, che sono un surrogato della vera conoscenza scientifica o mistica, che sono l’oppio dei popoli e un’altra droga, magari diversa nella forma ma con uguali effetti concreti. Perché la tradizione mistica autentica, il substrato comune a tutte le grandi religioni, e del pari la scienza autentica oltre le manipolazione dei media e dei governi sono invero due facce della stessa medaglia. Addentrandoci per il momento nel territorio del cosa e accostandoci alla semantica, riprendiamo le tematiche di cui al primo paragrafo del presente saggio, per fornire una definizione generale di quello che intende comunicarci il diritto quando usa il termine “riconoscimento”: ri-conoscere è conoscere di nuovo qualcosa; è l’ammissione, la presa d’atto o accettazione dell’esistenza e della validità (giuridica) di una situazione o di un fatto; è l’adesione piena che giunge a seguito dell’osservazione accurata di una data realtà di fatto, in forza della quale non si può far altro che ammettere che una data realtà è (esiste e/o sussiste), ed è in un certo modo, ben determinato. Il riconoscimento è altro rispetto all’identificazione, che consiste in via generale nell’accertamento dell’identità personale di un soggetto, mediante il… riconoscimento dei suoi caratteri somatici peculiari (in particolare: impronte digitali, forma dentaria) ovvero mediante l’individuazione delle sue generalità riportate nella carta d’identità (“identità” è sinonimo di coincidenza): l’identificazione di Tizio, se non interviene a mezzo dei suoi documenti personali, implica un riconoscimento; quello dei suoi tratti somatici peculiari. Al di là del riconoscimento di stati o governi in ambito internazionalistico, abbiamo fatto cenno più sopra all’esempio del riconoscimento di figli naturali, inteso come l’atto con cui uno o tutti e due i genitori riconoscono formalmente lo stato di figlio naturale, equiparato a quello di figlio legittimo, a un figlio non nato dal loro matrimonio. Ai sensi dell’art. 269 cod. civ. “la paternità e la maternità possono essere giudizialmente dichiarate”, nel senso che il genitore interessato può ricorrere ad un giudizio di accertamento – inserito nell’ambito del processo di cognizione – per essere autorizzato al riconoscimento del figlio naturale. Ecco allora che in ambito semantico (anche) in diritto ri-conoscere è altro rispetto a conoscere e ad accertare. Infatti conoscere è apprendere, venire a conoscenza di qualcosa di non (ancora) conosciuto, averne… cognizione; ac-certare è acquisire conoscenza certa della sussistenza, dell’esistenza di una data situazione giuridica, avere conferma di una situazione giuridica preesistente al fine di eliminare lo stato d’incertezza sulla sua effettiva consistenza, fissandone definitivamente l’ambito e gli effetti (ad esempio si accerta che Tizio è proprietario dell’autoveicolo Alfa attraverso verifica di titolo idoneo, o che vi è un legame biologico tra una madre o un padre e un figlio dall’esame dell’atto di nascita o a seguito di prova del DNA); pertanto accertamento, identificazione e riconoscimento sono tutte attività comparative. Accertare è diverso dal certificare un qualcosa, operazione questa diretta ad attestare una data situazione de facto o de iure attraverso un documento avente valore legale. Invece quando si prende atto dell’esistenza di una data situazione di fatto a prescindere da documenti di sorta e vi si aderisce pienamente, ossia si conferisce valenza giuridica a tale situazione, si sta in effetti operando un riconoscimento: esso discende dall’osservazione di una data realtà di fatto da cui si evince una corrispondenza univoca in una realtà giuridica meritevole di tutela (esempio: un lupo che riconosce un altro membro del suo branco lo accetta come tale, e decade ogni sentimento di ostilità; un ente pubblico che riconosce taluno come essere umano lo tratterà come tale, gli riconoscerà la dignità che gli è propria per natura). Riconoscere è altro rispetto a stabilire, sancire, decidere che una data cosa è, ed è in un certo modo. Decidere è altro rispetto ad accertare, che implica uniformazione o non uniformazione a una data realtà giuridica, allorquando decidere consiste nell’operare un giudizio sintetico tra più tesi opposte o alternative. Così la Costituzione riconosce i diritti umani e le società naturali quali la famiglia, e stabilisce la forma (repubblicana) di governo dello stato italiano (la democrazia parlamentare), accertando la sussistenza dello status di cittadino in capo a ogni singolo individuo, e di conseguenza del diritto di voto. Tornado all’esempio della dichiarazione giudiziale di paternità: il giudice, al termine del procedimento, decide se autorizzare o meno il genitore o i genitori richiedenti all’esercizio della facoltà/diritto del riconoscimento del figlio naturale.

La cosiddetta “teoria dichiarativa” sostiene che uno stato esiste se controlla stabilmente un territorio abitato e se è dotato di autonome istituzioni di governo che esercitino effettivamente la sovranità su detto territorio; pertanto l’esistenza di uno stato non dipenderebbe dal riconoscimento o meno di esso da parte degli altri stati: uno stato sarebbe tale anche se non riconosciuto da nessun altro stato al mondo, e l’atto di riconoscimento non sarebbe costitutivo della personalità giuridica internazionale ma soltanto dichiarativo di una situazione già esistente nei fatti. Secondo la più vecchia “teoria costitutiva” invece, il riconoscimento da parte degli altri stati è condizione necessaria perché un soggetto possa diventare uno “stato sovrano” a tutti gli effetti: in base alla tesi costitutiva, sono gli stati preesistenti a decidere se e quando un nuovo ente può essere ammesso nel novero dei soggetti di diritto internazionale. In passato si riteneva che unico requisito richiesto al nuovo soggetto perché potesse essere riconosciuto come stato fosse l’effettivo controllo di una comunità territoriale. Dagli anni ’30 in poi (con la cosiddetta “dottrina Stimson”) e poi ancora con l’adozione della Carta delle Nazioni Unite si è dato maggior rilievo al fatto che il nuovo soggetto rispetti effettivamente le regole fondamentali della comunità internazionale (come il divieto di ricorrere alla guerra in violazione di trattati internazionali), i diritti umani universali e i diritti generalmente accordati alle minoranze: in caso di violazione di tali principi, è ritenuto legittimo che uno stato rifiuti il riconoscimento a un soggetto che pure esercita la piena autorità sovrana su un dato territorio, circostanza che ad esempio si verificò con la Rhodesia tra il 1965 e il 1980 (il riconoscimento dello stato rhodesiano, che pure era effettivamente in possesso dei requisiti sostanziali di controllo del territorio, fu vietato da due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a causa delle ripetute violazioni dei diritti delle popolazioni nere). Poiché però il riconoscimento è un atto unilaterale e non soggetto a particolari obblighi giuridici, è perfettamente possibile che uno stato riconosca un soggetto anche se esso viola i principi di cui sopra; più nello specifico si parla di “riconoscimento prematuro” quando il riconoscimento avviene prima che il nuovo stato sia entrato in possesso delle condizioni di fatto per l’acquisto della personalità giuridica internazionale (in particolare, l’effettivo controllo di un territorio abitato): ad esempio, “riconoscimento prematuro” è stato considerato da alcuni autori quello accordato da Comunità Europea, Austria e Svizzera nei confronti della Croazia il 15 gennaio 1992, in quanto il nuovo stato croato, impegnato nelle guerre jugoslave, non controllava all’epoca che un terzo del suo territorio.

Si ha un riconoscimento di governo quando uno stato riconosce la condizione di “governo di uno stato” a un certo soggetto esterno, avviando con esso normali rapporti diplomatici; il riconoscimento di governo è un atto distinto dal riconoscimento di stato, benché sia necessario che il secondo sia stato effettivamente eseguito per poter operare il primo. A differenza del riconoscimento di stato, il riconoscimento di governo può essere successivamente ritirato o annullato dallo stato che lo ha effettuato, mossa che costituisce una misura di riprovazione internazionale superiore in intensità alla rottura delle relazioni diplomatiche; il venir meno del riconoscimento di governo non ha però effetti sul precedente riconoscimento dello stato interessato. Generalmente, la questione del riconoscimento di governo non si pone quando la successione tra due governi si verifica nel rispetto della costituzione dello stato interessato, cioè quando avviene per tramite di elezioni o referendum; invece si ritiene necessario esperire un riconoscimento di governo quando la successione avviene per vie extracostituzionali o violente, cioè a seguito di un colpo di stato o di una rivoluzione.

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